Rimozione delle PFAS dagli imballaggi alimentari: progressi da accelerare

La pandemia da SARS-CoV-2, pur essendo prioritaria, non dovrebbe essere totalizzante e far perdere di vista le altre urgenze per la salute pubblica e le connessioni ambientali come la crisi climatica e l’inquinamento delle matrici ambientali. In questa luce, per quanto sia una malattia infettiva, anche il COVID-19 non manca di legami ambientali e la stessa l'esposizione alle PFAS ha una sua rilevanza giacché può provocare una soppressione del sistema immunitario e condizioni croniche che a loro volta aumentano la gravità dell’infezione.
Micron
Micron
Unità di Epidemiologia ambientale e registri di patologia, IFC CNR, Pisa
Micron
Istituto Fisiologia Clinica Cnr - Pisa

Ci sono novità non trascurabili nel nuovo rapporto “Packaged in Pollution: Are food chains using PFAS in packaging?” pubblicato nel mese scorso dai gruppi di difesa ambientale Environmental Defence, Toxic-Free Future e Mind the Store nell’ambito della campagna “Safer Chemicals, Healthy Families” per incoraggiare i produttori a evitare l’uso di sostanze chimiche tossiche. Il documento riporta che quasi la metà di tutti gli imballaggi alimentari da asporto usati da note catene di fast food contiene molto probabilmente sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) . Lo studio su cui è basato il rapporto ha incluso 38 campioni di imballaggi alimentari provenienti da tre stati per un totale di sedici località e sei catene di fast-food (Burger King, McDonald’s e Wendy’s, nonché le principali catene alimentari attente alla salute, Cava, Freshii e Sweetgreen). Quasi la metà dei campioni (14 su 29, considerando che i 38 campioni totali contenevano alcune repliche) è risultata positiva al fluoro al di sopra del livello di screening, suggerendo un contenuto tossico di PFAS. I test hanno rivelato pertanto la presenza di PFAS nelle confezioni alimentari di “Whopper”, bocconcini di pollo e biscotti di Burger King, nei sacchetti di carta di Wendy’s e negli involucri di McDonald’s per il “Big Mac”, patatine fritte e biscotti. Inoltre, secondo il rapporto, le ciotole e i contenitori in fibra modellata “ecocompatibili” venduti dalla catena mediterranea Cava, dal franchising di ristoranti canadesi Freshii e dalla catena di insalate Sweetgreen presentavano tra i livelli più elevati di PFAS. Infatti “ecocompatibile” non significa necessariamente “salubre”, come ha ricordato il Dott. Leonardo Trasande, responsabile del reparto di pediatria ambientale presso la NYU Langone Health di New York (). D’altra parte, è da rilevare che le stesse catene di fast food utilizzano in molti casi confezioni di cartone per cibo fritto che sembrano essere prive di PFAS.

Evidentemente tutto il sistema è in movimento e, anche per effetto dei rapporti divulgati al grande pubblico, ci sono molte iniziative che vanno nella direzione della maggiore precauzione. Nel marzo scorso Sweetgreen ha annunciato che eliminerà gradualmente le PFAS da tutti i recipienti entro la fine del 2020 e ha già introdotto contenitori privi di PFAS in alcuni negozi, mentre McDonald’s ha recentemente dichiarato: “Abbiamo eliminato sottogruppi significativi di PFAS dagli imballaggi alimentari di McDonald’s in tutto il mondo. Sappiamo che ci sono ulteriori progressi da fare nel settore e stiamo esplorando nuove soluzioni con i nostri fornitori”.

Quello dei gruppi di difesa ambientale non è il primo studio a rilevare la presenza delle PFAS nei nostri imballaggi alimentari. Da un’indagine del 2017 su 400 campioni di involucri per alimenti e contenitori per bevande provenienti dai fast food negli Stati Uniti era stato dimostrato che i bicchieri di carta non erano contaminati, ma il 56% degli involucri per dolci e pane, il 38% di quelli di sandwich e hamburger e il 20% degli involucri di cartone utilizzati per patatine fritte e altri prodotti della stessa categoria, contenevano livelli misurabili di PFAS. In termini quantitativi oltre un terzo dei campioni testati aveva livelli di PFAS significativamente superiori di quelli considerati accettabili (Schaider et al, 2017).

Alla fine del 2018, un rapporto intitolato “Take Out Toxics: PFAS Chemicals in Food Packaging”, aveva riportato tracce di PFAS in quasi due terzi dei contenitori da asporto in carta, come quelli utilizzati nei buffet di insalate self-service e tavole calde.

In risposta, Whole Foods è diventata la prima catena di alimentari in Nord America a impegnarsi pubblicamente a rimuovere le PFAS dai contenitori da asporto e dalla carta da forno e da gastronomia. Altri marchi, come Trader Joe’s, Panera Bread e Ahold Delhaize hanno fatto progressi, ma l’ultima classifica al dettaglio di Mind the Store dà ancora un punteggio basso a 18 rivenditori, inclusi i giganti Burger King, McDonald’s, Popeyes, Publix, Starbucks e Subway.

Com’è noto, le PFAS sono sostanze chimiche di sintesi costituite da una catena di atomi di carbonio e fluoro ed è proprio il legame tra carbonio e fluoro a dare loro stabilità chimica e termica e impermeabilità a acqua e grassi. Grazie a tali caratteristiche, a partire dagli anni ’40, le PFAS sono state impiegate per fornire proprietà repellenti a acqua, olio e aumentare la resistenza alle alte temperature di diversi materiali come tessuti, tappeti, carta, rivestimenti per contenitori di alimenti, ed è proprio il ciclo alimentare una delle maggiori fonti di esposizione dell’uomo alle PFAS (). Si tratta di sostanze altamente persistenti nell’ambiente, pericolose per l’uomo e la fauna selvatica, che hanno contaminato l’acqua potabile usata da milioni di persone negli Stati Uniti (). Mentre due tra le PFAS più ubiquitarie – l’acido perfluoroottanoico (PFOA) e il perfluorottano sulfonato (PFOS) – sono state rimosse dai prodotti di consumo negli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000, nel 2018 ne esistevano già oltre 4.700 tipi, un numero che è destinato ad aumentare ulteriormente. Le PFAS presenti negli involucri e nei contenitori per alimenti fanno parte delle sostanze di nuova generazione, realizzate con catene a 4 o 6 atomi di carbonio per sostituire le versioni con catena a 8 atomi di carbonio ormai vietate, per quanto le nuove molecole sembrino avere molti degli effetti pericolosi sulla salute come le versioni precedenti, anzi possono migrare negli alimenti ancora più facilmente.

Gli effetti delle PFAS sono sotto indagine da molto tempo ma nell’ultimo decennio si sono accumulate prove crescenti a supporto dell’associazione tra l’esposizione umana alle PFAS e insorgenza di malattie del fegato, disturbi autoimmuni, tumori e disturbi alla tiroide (ATSDR, 2020). In particolare, come interferenti endocrini, analogamente ad altri composti come pesticidi, diossine, polibromodifenileteri, bisfenoli e ftalati, possono provocare effetti negativi sullo sviluppo, compreso quello del sistema nervoso, sull’apparato riproduttivo e il sistema immunitario (NIH, 2020). Una bella rassegna pubblicata il mese scorso evidenzia come l’esposizione agli interferenti endocrini sia significativamente associata con l’insorgenza di molti tumori, tra cui quello della prostata, il carcinoma mammario, la sindrome dell’ovaio policistico e l’endometriosi, l’obesità infantile e nell’adulto (Kahn et al, 2020)

Un rapporto del 2015 del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie statunitense (US-CDC) ha rivelato la presenza di PFAS nel siero del 97% della popolazione americana (Lewis et al, 2015). Questo costituisce un rischio potenziale per un elevato numero di persone, tanto che si stima che ancora oggi la presenza di 700 siti contaminati da PFAS negli Stati Uniti sia una minaccia per la salute di 110 milioni di americani.

La Food and Drug Administration (FDA) statunitense ha vietato l’uso solo di un piccolo numero di composti appartenenti alla classe delle PFAS negli imballaggi alimentari, ma continua a consentire l’utilizzo di molti altri, nonostante i rischi riconosciuti o postulati. Negli ultimi anni, un intenso controllo sui pericoli legati all’uso delle PFAS ha portato al divieto di imballaggi alimentari contenenti le PFAS a San Francisco e Berkeley e in alcuni Stati come quelli di Washington e del Maine. In Europa la posizione più avanzata in materia è quella della Danimarca, che ha emanato il divieto di PFAS negli imballaggi alimentari in cartone e carta, entrato in vigore il 1 luglio 202.

La scorsa settimana la FDA ha annunciato un accordo volontario con tre produttori di carta, affermando che alcune sostanze chimiche sintetiche utilizzate nei materiali di confezionamento alimentare saranno eliminate gradualmente nei prossimi tre-cinque anni. Queste azioni sono conseguenza di un’analisi della FDA dell’inizio di quest’anno che ha scoperto che alcune PFAS usate negli imballaggi ad uso alimentare potevano essere rilevate nell’acqua potabile, e una indagine dello scorso che aveva rilevato la persistenza delle PFAS nella dieta.

Sui rischi ambientali e sanitari legati all’esposizione alle PFAS occorre sicuramente fare di più in tante direzioni, della legislazione protettiva alla ricerca, dalla formazione all’educazione.

La pandemia da SARS-CoV-2, pur essendo prioritaria, non dovrebbe essere totalizzante e far perdere di vista le altre urgenze per la salute pubblica e le connessioni ambientali come la crisi climatica e l’inquinamento delle matrici ambientali. In questa luce, per quanto sia una malattia infettiva, anche il COVID-19 non manca di legami ambientali e la stessa l’esposizione alle PFAS ha una sua rilevanza giacché può provocare una soppressione del sistema immunitario e condizioni croniche che a loro volta aumentano la gravità dell’infezione.

 

BIBLIOGRAFIA

  • ATSDR, Agency for Toxic Substances and Disease Registry. Per- and Polyfluoroalkyl Substances (PFAS) and Your Health. Disponibile a: https://www.atsdr.cdc.gov/pfas/health-effects/index.html
  • Kahn LG, Philippat C, Nakayama SF, Slama R, Trasande L. Endocrine-disrupting chemicals: implications for human health. Lancet Diabetes Endocrinol; 2020; 8: P703-P718.
  • Lewis RC, Johns LE, Meeker JD. Serum Biomarkers of Exposure to Perfluoroalkyl Substances in Relation to Serum Testosterone and Measures of Thyroid Function among Adults and Adolescents from NHANES 2011-2012. Int J Environ Res Public Health. 2015; 12: 6098-6114.
  • National Institute of Environmental Health Sciences. Endocrine Disruptors. Disponibile a: https://www.niehs.nih.gov/health/topics/agents/endocrine/index.cfm
  • Schaider LA, Balan SA, Blum A, Andrews DQ, Strynar MJ, Dickinson ME, Lunderberg DM, Lang JR, Peaslee GF. Fluorinated Compounds in U.S. Fast Food Packaging. Environ Sci Technol Lett. 2017; 4: 105-111.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X