Rischi sanitari derivanti da introduzioni di pets esotici

Torna il nostro appuntamento dedicato alle specie aliene. Quali sono le dinamiche legate alle invasioni biologiche e i pericoli sanitari dei pets esotici introdotti?
08 Marzo 2020
Micron

di Daniele Marini, medico Veterinario esperto in IAS e Oliviero Olivieri, Università degli Studi Perugia

Le specie Alloctone sono considerate Invasive quando alterano la composizione e il funzionamento degli habitat e degli ecosistemi. In linea con questa affermazione, una specie Esotica può diventare una Specie Aliena Invasiva (Invasive Alien Species – IAS) quando funge da serbatoio o vettore di agenti patogeni o parassiti, cambiando le dinamiche di malattia e minacciando con l’estinzione le specie indigene (Kettunen et al., 2009). Quindi, le IAS possono minacciare la stabilità di ciò che è definito come One Health, nozione che include la salute umana, animale e ambientale, componenti che non dovrebbero essere considerati parti uniche, distanti e distaccate ma sistemi contigui, strettamente interconnessi, ciascuno dipendente dall’altro. Il fragile equilibrio intrinseco nel concetto di One Health è vulnerabile all’alterazione dovuta alle specie aliene e invasive.

L’epidemiologia, che studia la distribuzione, l’incidenza e il possibile controllo delle malattie, è messa a dura prova quando si parla di rischi sanitari legati alle invasioni biologiche, e deve essere affiancata dalla disciplina della Disease Ecology (ecologia delle malattie), che studia le interazioni patogeno-ospite all’interno del contesto ambientale ed evolutivo (Kilpatrick & Altizer, 2010). È necessario quindi specificare che la malattia è una condizione patologica di un ospite, a volte causata da un agente patogeno o parassita, e che, in senso stretto, non sono le malattie ad essere trasmesse tra gli ospiti, ma lo sono gli agenti patogeni e i parassiti che ne sono la causa. Gli agenti patogeni che vengono co-introdotti con una specie non nativa (o singolarmente movimentati) che hanno ripercussioni negative sulla biodiversità possono essere considerati Specie Aliene Invasive (Regolamento UE 2016/429), o meglio Patogeni Invasivi.

Come per altre IAS, “è fondamentale disporre di misure di rilevamento precoce e di eradicazione rapida per impedirne l’insediamento e la diffusione […], quando il numero di esemplari è ancora limitato” (Regolamento UE 2014/1143), anche se la valutazione precoce dei rischi e l’identificazione del potenziale patogeno alieno (a livello di specie o ceppo) rimane difficoltosa perché spesso c’è una mancanza di conoscenze sulla stessa specie invasiva o sulla sua virulenza prima dell’invasione oltre la distribuzione nativa (Roy et al., 2017).

Caratterizzare le vie di introduzione (pathways) in un nuovo territorio di una IAS è necessario per intraprendere delle azioni risolutive: esse possono essere intenzionali o non intenzionali. Animali da compagnia o ornamentali sono deliberatamente movimentati in maniera attiva per fini commerciali (per esempio alcune specie acquatiche vengono trasportate in vivai, acquari o laghi privati per essere riprodotte e vendute) o sono rilasciati perché pets indesiderati; possono essere introdotti in maniera inconsapevole e passiva fuggendo da privati, da stabulari o durante il trasporto. In modo simile – senza fare distinzioni tra microparassiti (virus, batteri, funghi e protozoi) e macroparassiti (elminti e artropodi) (Kilpatrick & Altizer, 2010) –, un organismo parassitario può essere trasportato al di fuori del suo raggio di distribuzione naturale insieme al suo ospite alieno, diventando co-introdotto; quando invece l’organismo co-introdotto è in grado di essere trasmesso a un ospite indigeno acquisisce lo status di coinvasore (Lymbery et al., 2014).

Per qualificare i rischi sanitari o gli impatti di un patogeno alieno bisognerebbe acquisire dati su prevalenza, patogenicità e virulenza nella sua nuova distribuzione, come anche dati riguardanti le dinamiche di trasmissione del patogeno (Roy et al., 2017). Per quantificare – con modelli compartimentali, e.g. SEIR model – la patogenicità e la virulenza di un patogeno in una determinata specie (quindi le dinamiche epidemiologiche) si ha la necessità di suddividere gli ospiti in classi basate sugli stadi unidirezionali di esposizione alla malattia (Kilpatrick & Altizer, 2010): Sensibili (alla malattia ma non ancora esposti); Esposti (infetti ma non ancora infettivi); Infettivi (infetti e in grado di trasmettere il patogeno); Recuperati (o immuni).

Le varie dinamiche di trasmissione dei micro/macroparassiti che possono presentarsi nelle diverse fasi dell’invasione biologica sono (Lymbery et al., 2014): Enemy release (“rilascio nemico”): gli ospiti alieni possono trarre vantaggi competitivi in quanto spesso hanno una prevalenza minore di parassiti rispetto gli ospiti nativi perché o possono esserne portatori di un minor numero o ci sono specifiche limitazioni del parassita nei confronti degli ospiti (Torchin et al., 2013); Spillback (“versare dietro”) e Dilution (diluizione): quando primariamente i parassiti sono trasmessi dagli ospiti nativi agli alieni, gli ospiti alloctoni possono fungere da amplificatori aumentando la propagazione dei parassiti verso ospiti indigeni (spillback) o da “diluenti” se invece riducono la trasmissione agli ospiti endemici (dilution); Pathogen Pollution (inquinamento da patogeni) o Spillover (traboccamento): gli ospiti alieni co-introducono dei nuovi patogeni o parassiti (alloctoni) che possono essere trasmessi agli ospiti indigeni portando conseguentemente all’instaurarsi di eventuali nuove malattie emergenti.

Di seguito sono esposti alcuni esempi che aiutano a comprendere alcune dinamiche legate alle invasioni biologiche, all’epidemiologia, alla disease ecology e ai pericoli sanitari dei pets esotici introdotti. Il commercio di pets e la movimentazione globale di animali può comportare vari rischi sanitari, che si sono rivelati delle vere e proprie panzoozie (pandemie) a carico della Classe Amphibia. A partire dal XIX sec., la globalizzazione ha contribuito alla dispersione della specie invasiva più distruttiva di sempre (Scheele et al, 2019): Batrachochytrium dendrobatidis.

Questa specie di fungo chitridio, agente eziologico della chitridiomicosi, ha causato il declino in molte più specie di quanto precedentemente rilevato, portando ad una vera e propria globale estinzione di massa: ad oggi sono stimate 501 specie di anfibi minacciate (incluse 90 presunte estinzioni) sulle totali ca. 7000 riconosciute. Quindi questo micete incombe sulle specie autoctone più di quanto lo possano fare gatti, roditori, cani e suini inselvatichiti. L’origine di questo fungo invasore è l’Asia orientale (O’Hanlon et al., 2018).

C’è anche un’altra specie invasiva di chitridio che mette a rischio alcuni anfibi: Batrachochytrium salamandrivorans. Esso è stato scoperto più recentemente in Europa continentale e, come si può capire dal suo allarmante nome scientifico (divoratore di salamadre), è altamente patogeno per gli Urodeli Europei, mentre alcuni Urodeli asiatici (con il quale è stato co-introdotto tramite pet trade) sono i suoi serbatoi infettivi (Martel et al., 2014). Questi patogeni invasivi mettono a dura prova la biodiversità batracologica provocando estinzioni delle popolazioni a livello locale o globale.

Un classico esempio di patogeni e malattie introdotte con potenziale impatto sulla fauna selvatica endemica è quello della malaria e del vaiolo aviare nell’arcipelago Hawaiano (Atkinson & LaPointe, 2018). Si premette che gli ecosistemi insulari sono dei veri e propri hotspot di biodiversità, le cui comunità sono evolute separatamente (speciazione allopatrica) e in un estremo e fragile equilibrio adattativo (limitato pool genetico), quindi molto più vulnerabili ai rischi (sanitari o meno) legati alle IAS. Mentre l’introduzione del vaiolo aviare – infezione virale (gen. Avipoxvirus, in questo caso una specie molto simile a canaripox) che provoca tumefazioni cutanee e lesioni difteroidi ad organi interni – risale al tardo ‘800 con una pathway sconosciuta, l’introduzione della malaria aviare – malattia trasmessa da zanzare introdotte e causata da un protozoo intracellulare del genere Plasmodium – è avvenuta all’inizio del XX secolo per mezzo di più di 100 immissioni di passeriformi alloctoni provenienti da America, Asia e Africa.

Queste introduzioni, probabilmente effettuate senza screening sanitario, furono eseguite da club ornitologici locali per sostituire gli uccelli nativi che stavano scomparendo a causa del vaiolo e di altri fattori, risultando però nello stabilimento della malaria e di più di 50 specie aliene. Infine, l’ampio spettro d’ospite di queste malattie ha contribuito alla verosimile estinzione di 17 taxa e alla seria minaccia di 14 specie o sottospecie di determinati fringillidi endemici (Drepanidini o reginette hawaiiane) sui totali 41 taxa storicamente viventi solo in questo arcipelago (Atkinson & LaPointe, 2018).

Nella prima lista delle specie invasive di rilevanza unionale europea pubblicata figura lo scoiattolo grigio (Sciurus carolinensis) (Commission Implementing Regulation EU 2016/1141), che, a seguito di questa inclusione, non può più essere commerciato in UE (Regolamento UE 2014/1143). Questo sciuride nord-americano è stato introdotto come animale da compagnia in molti paesi, per poi essere fuggito accidentalmente in natura o essere rilasciato intenzionalmente per scopi ornamentali. A partire dal 1948 in Italia, in particolare in Piemonte, tre su quattro introduzioni di 4-6 individui hanno avuto successo, dimostrando la facilità di adattamento di questa specie agli habitat europei con lo stanziamento di popolazioni autonome partendo da pochi individui – ovvero da una bassa “pressione di propagulo” (propagule pressure: la quantità, la qualità e la frequenza di rilascio che permettono la dispersione di un organismo) (UNEP-WCMC, 2010; Bertolino, 2008). Purtroppo questa IAS minaccia anche la regione Umbria con introduzioni avvenute forse nei primi anni 2000 (Life+ USAVEREDS).

In Europa lo scoiattolo grigio causa estinzione locale del nativo scoiattolo rosso o comune (Sciurus vulgaris) non solo tramite competizione, ma anche attraverso pathogen pollution e spillover. Il resistente invasore americano è un serbatoio e vettore infettivo dello squirrelpox virus, invece letale nei confronti del sensibile e vulnerabile nativo euroasiatico che molto probabilmente non è co-evoluto e non è mai stato esposto storicamente al patogeno verosimilmente alieno; in Nord Italia lo scoiattolo grigio non sembra essere portatore del virus (contrariamente a quanto accade in Gran Bretagna), ma se al red–grey squirrel system si aggiungesse anche lo squirrelpox virus lo scenario potrebbe divenire dei peggiori (Romeo et al., 2018). Inoltre, studi in Nord Italia suggeriscono che con alte probabilità lo scoiattolo grigio beneficia di competizione parassita-mediata nei confronti dello sciuride indigeno – soprattutto tramite il nematode gastrointestinale neartico Strongyloides robustus – attraverso enemy release, spillback e spillover (Romeo et al., 2014).

La Tularemia è una zoonosi causata dal batterio Francisella tularensis, altamente pericoloso a causa della sua bassa carica infettante, dalla sua medio-lunga persistenza in ambiente, e della sua facilità di disseminazione per contatto diretto (il batterio può addirittura penetrare la cute integra), via aerea, idrica, alimentare o trasmissione vettoriale tramite artropodi ematofagi. La malattia è ubiquitaria nell’emisfero boreale (Italia compresa) con un altissimo numero di ospiti (145 vertebrati e 111 invertebrati), i cui serbatoi naturali sembrano essere lagomorfi e roditori, ritenuti quindi animali sentinella (IZLER, 2019). Anche i conigli da compagnia (Oryctolagus cuniculus – in Italia, anche se autoctono, è considerato un pet esotico o, meglio, non convenzionale quando domestico) possono essere affetti (Hill & Brown, 2011). Uno dei tanti rischi sanitari è legato alle adozioni dei conigli ferali (pets rilasciati e inselvatichiti) che potrebbero contrarre la malattia in natura e veicolarla in ambiente domestico; in questi casi bisognerebbe sempre far effettuare un’accurata visita clinica del lagomorfo da un veterinario specializzato e una quarantena, in modo da riconoscere i segni clinici della malattia e svolgere ulteriori analisi diagnostiche soprattutto in aree dove è accertata la presenza del patogeno e della malattia.

La testuggine palustre americana Trachemys scripta, a partire dal secondo dopoguerra, è stata soggetta ad un massivo pet trade, tanto che uno dei suoi taxon (T. s. elegans) è stato considerato la sottospecie più comune e commercializzata di sempre (gli USA hanno esportato più di 52 milioni di individui tra il 1989 e il 1997) fino al suo ritiro dal commercio europeo nel 1997 (C.R. EU No 338/97). T. scripta (con tutte le sue sottospecie) è ora una IAS di rilevanza unionale (Commission Implementing Regulation (EU) 2016/1141) a causa della sua azione competitiva sulle fonti alimentari (Balzani et al., 2016) e sui siti di basking (termoregolazione; Cadi & Joly, 2003) nei confronti della testuggine palustre europea (Emys orbicularis) o della testuggine palustre mediterranea (Mauremys leprosa). Essa ha altresì un potenziale zoonosico essendo associata a Salmonellosi umana, come un po’ tutti i rettili (RAS: Reptile Associated Salmonellosis – sono stimate negli USA il 6% di salmonellosi totali annue e l’11% in persone con età inferiore ai 21 anni). T. scripta può essere un amplificatore di Ranavirus che, oltre ad avere un valore patogeno per i cheloni, è un agente facilmente trasmissibile tra vertebrati ectotermi (rettili, anfibi e pesci: lo spettro d’ospite comprende più Classi!) e può essere letale soprattutto per gli anfibi. La testuggine palustre americana svolge anche il ruolo di portatore di polistomi (non strettamente ospite-specifici, che possono “traboccare” sia in cattività che in natura). Almeno 8 di questi trematodi monogenei sono stati co-introdotti da T. scripta in quanto rilevati in E. orbicularis e M. leprosa in Europa; con la naturalizzazione questi elminti possono addirittura rimpiazzare le rare specie di polistomi nativi (e.g. Polystomoides ocellatum) sbilanciando i processi ecologici naturali e ostacolando la biodiversità autoctona (Marini, 2017).

Il Carassio dorato (Carassius auratus – pesce rosso) è un pesce originario della Cina, allevato da secoli come pesce ornamentale e tuttora commercializzato. I primi pesci rossi furono introdotti in Europa nel XVII sec., dove ora sono acclimatati in gran parte del continente, compresa Italia e lago Trasimeno (Ghetti et al., 2007). Oltre alle molteplici minacce legate a competizione, predazione, alterazione della catena alimentare e degli habitat, questi pesci (come la maggior parte dei pesci introdotti, p.e. Gambusia holbrooki) possono potenzialmente co-introdurre o divenire carriers amplificatori di batteri, virus (e.g. Ranavirus, vedi sopra), funghi e parassiti. In particolare, 26 specie di parassiti sono verosimilmente co-invase con il commercio del carassio dorato ornamentale e soprattutto tre di queste (i.e. Ichthyophthirius multifiliis, Argulus japonicus, Lernaea cyprinacea) dovrebbero essere sottoposte a misure di biosicurezza perché causano seri danni a specie ittiche dulciacquicole d’allevamento (Trujillo-González et al., 2018).

Il miglioramento della biosicurezza e la regolamentazione del commercio di animali selvatici (e non) sono urgentemente necessarie per prevenire ulteriori estinzioni (Scheele et al., 2019). L’implementazione di tecnologie sia tradizionali (es. istopatologia) che moderne (es. strumenti di biologia molecolari come l’eDNA – DNA ambientale) è richiesta per rilevare potenziali patogeni ed informare sulla gestione di questi rischi (Roy et al., 2017). Stabilire piani di sorveglianza passiva quando una specie introdotta pone rischi sanitari aiuterebbe ad impedire il diffondersi di malattie (Romeo et al., 2018) e un monitoraggio sanitario periodico effettuato attraverso severi protocolli di profilassi dovrebbe essere atto a rilevare precocemente la comparsa di patogeni.

Naturalisti, biologi, epidemiologi, patologi e parassitologi dovrebbero cooperare per ottimizzare la strategia di sorveglianza sanitaria (Marini et al., 2018). Le IAS, i patogeni e le malattie co-introdotte sono alcune delle concause che mettono a rischio la fitness e la salute delle popolazioni selvatiche.

Fattori antropogenici come l’inquinamento ambientale, i cambiamenti climatici, la degradazione, frammentazione e privazione degli habitat portano a conseguenze come stress e inbreeding che spesso concorrono sinergicamente provocando depauperamento del sistema immunitario.

L’assenza di adeguate difese fisiologiche rende ancora più vulnerabili le specie endemiche poco resilienti: il circolo vizioso, deleterio e cronico che si instaura potrebbe peggiorare ulteriormente se non si attueranno in coordinamento delle azioni concrete di conservazione e di prevenzione dei rischi sanitari.

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