Schizofrenia: uno studio rivela le aree cerebrali coinvolte nelle distorsioni sensoriali

Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità sono circa 24 milioni le persone che nel mondo soffrono di schizofrenia. In Italia sarebbero circa 245.000. Una ricerca del Center for Neuroscience and Cognitive Systems (CNCS), il centro IIT di Rovereto, pare ora fare chiarezza sulle aree cerebrali coinvolte nelle distorsioni della percezione sensoriale tipica di chi soffre di questa malattia. La scoperta potrebbe fornire importanti informazioni sull'eziologia della malattia, nonché su potenziali marcatori diagnostici o prognostici.
Andrea Rubin, 18 Aprile 2018
Micron
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Sociologia, Comunicazione della Scienza

La schizofrenia è una grave malattia psichiatrica che colpisce i soggetti prevalentemente in età giovanile e ne segna l’intera esistenza a causa delle difficoltà a mantenere intatte le capacità lavorative, sociali e personali del soggetto che ne viene colpito. Fenomeni allucinatori come il sentire le voci di persone che non ci sono, il delirio, la difficoltà a provare ed esternare sentimenti o il pensare cose che non esistono sono spesso frequenti nei pazienti che soffrono di questa devastante malattia. I pazienti si trovano relegati in una realtà alternativa, ma per loro molto concreta, dalla quale è difficile uscire senza le cure adeguate. A soffrirne, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sarebbe tra lo 0,5% e l’1% della popolazione.
Attualmente le cure permettono di tener sotto controllo i sintomi più acuti e di condurre, almeno parzialmente, una vita normale. Nonostante la vita delle persone affette da schizofrenia sia sovente complicata e limitata, non mancano personalità affette da questo disturbo che hanno ottenuto importanti traguardi come nel caso del poeta tedesco Johann Hölderlin, del matematico statunitense e Premio Nobel per l’Economia John Nash o del pittore Louis William Wain. Tra i disturbi provocati dalla malattia ci sono le alterazioni sensoriali. Un loro esempio è rintracciabile proprio nelle opere di Wain.
Louis William Wain nacque nel 1860 a Clerkenwell, un sobborgo di Londra. Nel 1924 venne ricoverato per la prima volta in un ospedale psichiatrico. Oscillanti tra il fantastico e il kitsch, i suoi disegni raffigurano inizialmente dei gatti antropomorfizzati intenti in faccende umane quotidiane. Con l’aggravarsi della malattia e il peggiorare delle sue funzioni cognitive – con il conseguente distacco dalla realtà – le opere di Wain divennero via via sempre più astratte.
Si tratterebbe, secondo alcune interpretazioni, degli effetti delle distorsioni sensoriali provocate dalla schizofrenia. Ancora oggi, però, è oggetto d’indagine se proprio queste distorsioni sensoriali siano un risultato delle disfunzioni cognitive che caratterizzano la schizofrenia oppure siano all’origine della sua insorgenza.
Inoltre, benché le tecniche di neuroimmagine abbiano permesso, negli ultimi anni, di constatare che la schizofrenia è associata a una ridotta connessione tra le differenti aree della corteccia cerebrale, non era stato ancora determinato quali aree fossero direttamente coinvolte. Alcune ipotesi individuavano nelle aree della corteccia frontale – quelle dove risiedono le funzioni cognitive più elevate come il linguaggio – le zone sulle quali concentrare maggiormente gli studi.

LA RICERCA
Lo studio, condotto dai ricercatori del Center for Neuroscience and Cognitive Systems (CNCS) di Rovereto e pubblicato su Neuroimage: Clinical, ha individuato nelle aree sensoriali primarie della corteccia cerebrale, quelle preposte all’elaborazione di base degli input visivi e uditivi, le zone specifiche del cervello strettamente coinvolte nella comparsa di allucinazioni auditive. È in queste aree del nostro cervello che avverrebbe la frammentazione del sistema di connessioni che caratterizza il disturbo schizofrenico. «Attraverso questo studio – dice Cécile Bordier, prima autrice della pubblicazione – dimostriamo che la frammentazione della connettività cerebrale interessa maggiormente le regioni sensoriali primarie e quindi che la comunicazione è già alterata ad un livello molto basso dell’elaborazione del segnale».
I dati, provenienti da 78 pazienti affetti da schizofrenia e da un gruppo di controllo di 91 soggetti sani, sono stati analizzati grazie aun innovativo sistema, sviluppato dallo stesso team dell’Istituto Italiano di Tecnologia, che permette di interpretare con una risoluzione superiore alle tecniche già esistenti la grande mole di dati raccolti dalle risonanze magnetiche funzionali (fMRI).
L’applicazione del sistema computazionale ha permesso di comparare la connettività funzionale, cioè il grado di correlazione nel tempo dell’attività di distinte aree cerebrali, nei due gruppi. Il confronto ha fatto emergere inaspettatamente che le principali differenze nell’organizzazione modulare coinvolgono le cortecce sensomotoria, visiva e uditiva. Nei pazienti, la frammentazione è stata osservata anche nell’area della corteccia temporale mentre le aree prefrontali, quelle deputate alle emozioni e alla risoluzione di problemi e principalmente sospettate, appaiono svolgere un’attività simile in entrambi i gruppi.

 

«Comprendere quali siano le regioni cerebrali all’origine della malattia – conclude Angelo Bifone, coordinatore del gruppo di ricerca trentino – è il primo passo per programmare terapie farmacologiche più mirate contro questa malattia».
In ogni caso dovremmo attendere ancora prima di poter ottenere risultati applicabili sui pazienti.

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