Scienza ed educazione alla salute: ancora molta strada per la scuola italiana

Si sono concluse da pochi giorni le prove INVALSI. Oltre un milione di ragazzi della scuola primaria (II e IV) ha affrontato la prova di matematica, mentre più di 520.00 studenti delle classi II della scuola secondaria di secondo grado le prove di matematica e italiano. In attesa del Rapporto nazionale annuale dell’Istituto, abbiamo rivolto alcune domande al Direttore Paolo Mazzoli sull'insegnamento delle materie scientifiche nella scuola italiana.
Giuseppe Nucera, 04 Giugno 2018
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Videomaker e Comunicatore della Scienza

Sabato 19 maggio si sono concluse le prove INVALSI, l’Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione. Oltre un milione di ragazzi della scuola primaria (II e IV) ha affrontato la prova di matematica, mentre più di 520.00 studenti delle classi II della scuola secondaria di II grado le prove di matematica e italiano. In attesa del Rapporto nazionale annuale dell’INVALSI, previsto per il 5 luglio, abbiamo intervistato il Direttore Paolo Mazzoli sul ruolo che scienza e salute hanno nella scuola, primaria e secondaria, italiana.

Direttore, come giudica l’insegnamento della scienza nelle scuole italiane?
La dimensione scientifica dell’educazione in Italia è molto carente. Per scienza, intendo la scienza sperimentale, ovvero basata sull’osservazione delle cose, la misurazione accurata, il formulare delle ipotesi e la verifica delle stesse: se le ipotesi sono confermate vuol dire che grosso modo ho intuito le cause, i collegamenti. Se invece questo non succede, non le ho individuate.
Questo potentissimo strumento culturale che si chiama scienza moderna, galileiana, quindi sviluppata da Galileo in avanti, non ha una grande considerazione nella scuola italiana. Anche in termini di orario di insegnamento rimane marginale: nelle scuole medie c’è molto italiano, matematica, si fa giustamente inglese. Scienze è, purtroppo, marginale, fatta spesso da professori non laureati in scienze che all’università hanno incontrato pochissime materie scientifiche. Spesso sono anche poco appassionati di scienza, con le giuste eccezioni ovviamente perché ci sono maestri molto preparati.
Nella scuola d’infanzia è ancora peggio: quasi sempre ci sono maestri che hanno scelto il loro percorso proprio per il fatto che non fosse scientificamente troppo impegnativo. Quindi il risultato è che nel curriculum di un bimbo, di un ragazzino e poi di un ragazzo, l’incontro con la scienza lascia molto a desiderare. Viene insegnata male, è ancora una componente della cultura italiana piuttosto poco considerata.

I bambini possono essere approcciati fin da subito al metodo scientifico?
Un bambino, anche di due anni, ha uno spiccatissimo senso scientifico perché ha una voglia matta di capire come avvengono le cose. Che cosa lo porta fuori strada? Quando gli si da una spiegazione adulta. Piuttosto si deve lavorare molto sulla percezione e sulla osservazione accurata di come appaiono le cose, le semplici cose. Anche con un bambino molto piccolo, che parla poco, ci si può soffermare ad esempio sul come mai “le foglie sono tutte diverse”, “le conchiglie hanno forme diverse”, ad esempio alcune a ventaglio altre a tortiglioni. Facendo così ci si accorge che anche un bambino piccolo ha voglia di costruirsi una spiegazione di questi fenomeni. Non possiamo chiamarla scientifica come la interpretiamo noi, ma neanche una spiegazione magica o animistica. È una spiegazione direi indiziaria, che collega insieme degli indizi per cercare di cogliere qualcosa.

Nel mondo adulto si tratteggia spesso la distinzione tra bufale, pseudoscienza e verità scientifica. Per un bambino qual è il rapporto tra favola e verità scientifica?
Contrariamente a quello che si sente dire, i bambini piccoli, quindi in età pediatrica e dell’infanzia, non sono tendenzialmente animisti o particolarmente propensi al pensiero magico, “i bambini non credono alle favole”. Per loro è fuorviante, al contrario, che noi adulti possiamo pensare per loro sia così: siccome il bambino non sa che cosa è realistico e cosa non è realistico, se l’adulto dice che i bambini nascono sotto il cavolo, lui crederà che sia veramente così. Il bambino non vive una fase in cui preferisci le spiegazioni cosiddette favolistiche o animistiche. Molto spesso, in verità, noi adulti non abbiamo la pazienza e il gusto di metterci sullo stesso livello del bambino e, invece di dargli le risposte, cercare insieme a lui le risposte, adattare quindi le osservazioni scientifiche a quello che può fare effettivamente un bambino. Per i più piccoli non è scontato neanche che gli oggetti lasciati andare fuori da un tavolo vadano a terra. Lo scopre per la prima volta proprio in quel momento lì. Dobbiamo modellarci sulla loro percezione.

Ad aprile è scoppiata la polemica su Cicciobello Morbillino, bambolotto accusato di veicolare una informazione scientifica errata e banalizzata sul morbillo. È possibile un’educazione corretta alla salute in età pediatrica?
Se, come ho anticipato, ammettiamo che anche con un bambino piccolo si possa parlare di malattia in termini non narrativi o favolistici ma in termini scientifici, dobbiamo cercare di lavorare anche qui sulla percezione. Interrogarci insieme a lui se ha qualche idea sullo stato della sua salute, scoprendo che quasi mai un bambino non ha alcuna un’idea su ciò; capire, quindi, quando il bambino comprende che il suo corpo ha qualcosa che non va, cioè ha quella che viene definita la «bua», uno dei concetti primordiali in ambito di educazione alla salute. Una volta che il bambino ha la consapevolezza sul fatto che capita di avere una bua, si può approfondire il discorso sulla varietà e sulla diversità delle bue: il maldipancia, il vomito, i lividi, le scottature, le malattie. In questo ultimo caso abbiamo una marea di bue diverse di cui il bambino fa esperienza: la tosse, lo starnuto, fenomeni non strettamente definibili malattie ma percepite da alcuni bambini come tali, come può essere il singhiozzo.
Dopo aver raggiunto tale consapevolezza, la prima cosa che un bambino deve fare, con un adulto che lo aiuti a capire, è esercitare la percezione in modo più accurato: cercare di capire quando capita di farsi una bua, cioè, quando succede che ti fai del male, che senti del dolore, che emergono delle cose strane sul tuo corpo come le bollicine delle malattie esantematiche. Un bambino è perfettamente in grado, insomma, di operare secondo una modalità di conoscenza di tipo indiziario, attraverso degli indizi.

È possibile quindi educare anche sulle diverse cause delle malattie e introdurre concetti quali quello della prevenzione?
Neanche gli adulti sanno bene al 100% l’origine delle malattie senza alcun tipo di dubbio o incertezza, però con un bambino può essere abbastanza agevole guardare bene quello che gli capita e categorizzare le bue. Ad esempio, ci sono malattie che vengono da dentro e malattie che vengono da fuori. Il morbillo apparentemente viene da dentro, anche se sappiamo che è frutto da contagio da un’altra persona o da un altro ambiente in cui ci sia il morbillo; mentre il graffio sul ginocchio viene da fuori: sei caduto e ti sei graffiato.
Questo tipo di esplorazione, che è estremamente scientifica pur nella sua semplicità, è sicuramente possibile. Se invece vogliamo accelerare i tempi e parlare di trucchi per evitare che vengano le bollicine, quindi come si fa a non farsi venire i fasti del morbillo, e quindi a introdurre una prima accezione del concetto di prevenzione, in questo caso fino ai 4 o 5 anni è un po’ troppo arduo, avendo la necessità di fare delle ipotesi che sono un po’ spinte.

Se i bambini sono dunque propensi a costruire un primo approccio scientifico, secondo Lei qual è la ricetta per migliorare l’insegnamento della scienza e della salute nelle scuole dell’infanzia in Italia?
È molto semplice ma di lunga, lunghissima lena, quindi di tanti anni di impegno: avere un curriculum, quindi attività educative portate nella scuola, fin dai primissimi anni, in cui stimolare una osservazione dei fatti, interrogarsi sulle cause dei fatti. Quindi non solo fare il gioco ma, accanto a esso, che potrebbe essere anche travisante, avere dei contesti educativi e scolastici in cui determinati momenti si fanno dei piccoli esperimenti insieme ai bambini di due, tre o quattro anni: si fa cadere una foglia sull’acqua e ci si chiede perché non va a fondo; si infilano le manine nella sabbia e ci si chiede come mai invece è impossibile infilare le manine dentro a un tavolo; oppure per parlare di salute si fa una cosa attorno alla scuola e ci si interroga sul perché viene il fiatone, quindi differenziare il fiatone dal respiro normale. Tutto ciò è fondamentale: andare a cercare con molta serietà come sono collegati i fatti per capirli meglio, farsene un’idea e iniziare ad anticipare le spiegazioni, per cui la prossima volta che correrò saprò che mi arriverà il fiatone perché già mi è successo una volta. Purtroppo questa pratica nella scuola è largamente sconosciuta.

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