Se 1,3 miliardi (di tonnellate) vi sembran pochi

Il 5 febbraio si celebra la Giornata contro lo spreco alimentare, in Italia ormai alla sua quarta edizione. È l’occasione per riflettere sulle cifre di un fenomeno globale che ha ripercussioni sull’economia e sull’ambiente.
Tina Simoniello, 05 Febbraio 2017
Micron
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Giornalista freelance

Ognuno di noi  spreca 146 chili di alimenti ogni anno. Il nostro Paese risulta al settimo posto in Europa, dove la media di chili l’anno pro-capite che finisce nel cassonetto è pari a 180 chili a testa.
Compreso il cibo che non passa dalla tavola (perché deperito prima di arrivarci), quello che non transita nemmeno dalla dispensa (perché scade in fase di distribuzione), e quello che si perde a monte della lavorazione, a livello mondiale ogni anno più di un terzo della produzione di alimenti si butta via. In valori assoluti siamo a circa un miliardo e 300 milioni di tonnellate totali, su 3,9 di tonnellate prodotte (dati FAO). Un enormità. Con la quale per dare un’idea, si potrebbero sfamare 800 milioni di individui, numero che per drammatico paradosso corrisponde quasi a quello delle persone (870 milioni) che nel mondo soffrono di malnutrizione cronica.

WASTE O LOSS, A OGNUNO IL SUO SPRECO
Nei Paesi a basso reddito si parla soprattutto di perdite alimentari, cioè di food loss. Il food loss interessa le prime fasi della lunga filiera che va dai campi alla tavola: raccolto, stoccaggio e trasporto. A determinare il fenomeno sono infrastrutture scadenti, condizioni climatiche sfavorevoli alla conservazione.
Nei Paesi ricchi si tende a sprecare invece (food waste) nel corso della trasformazione industriale, della distribuzione e della produzione del cibo (eccedenze, prodotto invenduto magari perché esteticamente poco attraente). E naturalmente a livello domestico. Le famiglie sprecano cibo soprattutto per una sopravvalutazione, al momento di fare la spesa, di ciò che potrebbe essere realmente consumato, a causa di una interpretazione eccessiva dell’etichettatura di scadenza, e anche per scarsa conoscenza di tecniche di preparazione e conservazione delle vivande. A questo proposito, l’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile, in occasione della giornata contro lo spreco ha stilato un decalogo, destinato proprio ai consumatori, una sorta di vademecumper limitare il fenomeno e, insieme e di conseguenza, l’impatto degli sprechi sull’ambiente.

LA GEOGRAFIA DELLO SPRECO
Al là delle perdite economiche che un miliardo e 300 milioni di tonnellate di cibo perso ogni anno implicano, lo spreco alimentare grava sull’ambiente, sulle risorse naturali e l’energia. E’ evidente infatti che se produrre alimenti significa utilizzo di energia e risorse (suolo, acqua…) , sprecare alimenti vuol dire sprecare l’una e le altre. E con emissione di inquinanti clima-alteranti.
Dati FAO alla mano, lo spreco di cereali in Asia è un problema di notevoli dimensioni, con elevatissime ripercussioni sulle emissioni di carbonio, sulle risorse idriche e sul suolo. In particolare questo è vero per la coltivazione del riso visto l’elevato livello di perdite e l’elevata emissione di metano che la produzione di questo cereale comporta.
L’80% dello spreco di carne si concentra nei Paesi ad alto reddito e in America Latina. Ebbene, nonostante ovunque nel mondo di carne se ne sprechi relativamente poca, la sua produzione si associa a un notevole impatto sull’ambiente in termini di occupazione suolo e di emissioni di carbonio. I gas a effetto serra che derivano dall’allevamento di bestiame da macello o dalla produzione di latte e formaggi equivalgono al 14,5 per cento del totale. La carne rossa in particolare è in il cibo che lascia più tracce nell’ambiente: produrre un etto di manzo, meno di una porzione, comporta l’emissione di un chilo e mezzo di CO2, per dire.
In Asia, America Latina e in Europa lo spreco di frutta contribuisce in modo significativo – secondo la FAO – al consumo di risorse idriche, soprattutto per l’alta perdite a monte della filiera agroalimentare, durante la coltivazione, la raccolta o il trattamento.
Allo stesso modo, si traduce in una grande impronta di carbonio il grande volume di spreco di verdure in Asia, Europa, Sud e Sud-Est asiatico.
È stato calcolato che in Italia per produrre cibo che non viene consumato si consumano più di 1200 milioni di metri cubi d’acqua: una quantità che risponderebbe alle necessità idriche annue di 19 milioni di italiani e della quale più della metà va ascritta agli sprechi alimentari dei consumatori, al waste food domestico.

DA SPRECO A RISORSA
Ma lo scarto di un settore può diventare materia prima per un altro settore. A questo riguardo, dice Nicola Colonna, responsabile Laboratorio Sostenibilità, qualità e sicurezza delle produzioni agroalimentari dell’ENEA impegnata nello sviluppo di tecnologie e brevetti per il riutilizzo degli scarti alimentari, “Stiamo parlando di nuovi percorsi di sviluppo attraverso il recupero e la valorizzazione degli scarti di produzione. Infatti dagli scarti si possono ottenere diversi prodotti e sfruttare queste potenzialità è indispensabile oltre che per l’ambiente anche per l’efficienza ed economicità del prodotto finale: occorre infatti pensare al riutilizzo come a una cascata dove dallo scarto si ottengono prima composti ad alto valore aggiunto e poi via via quelli a valore minore fino ad arrivare al biogas”.
Partendo da biomasse vegetali o da scarti e sottoprodotti dell’industria di trasformazione e grazie alla combinazione di tecnologie avanzate di separazione, recupero e purificazione – leggiamo in una nota rilasciata dall’Agenzia – si possono realizzare nuovi prodotti ad alto valore aggiunto come alimenti de-lattosati per intolleranti e a basso contenuto di allergizzanti, vino de-alcolato, latte d’asina reidratato per uso farmaceutico e cosmetico, oli essenziali e molecole antiossidanti per la salute.
“Dobbiamo cambiare radicalmente la concezione di scarto e rifiuto – è Roberto Balducchi responsabile del laboratorio Bioprodotti e Bioprocessi sempre dell’ENEA – perché ogni giorno, grazie alla ricerca, scopriamo il valore nascosto di molti sottoprodotti e materie prime-seconde a cui oggi l’industria associa solo costi di gestione e smaltimento. Stiamo aprendo la strada a una molteplicità di percorsi di sviluppo in termini di nuove professioni, nuovi prodotti e nuove sfide per la ricerca applicata”.

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