Se l’Amazzonia brucia

Quanto accaduto questa estate ha acceso un faro su una questione, quella degli incendi nelle foreste e delle loro cause e conseguenze, quasi ignorata dall’opinione pubblica e dai media (senza parlare della politica).
Micron
Micron
Giornalista scientifica

L’estate 2019 è e sarà ricordata sicuramente per gli incendi che si sono sviluppati in Amazzonia, Siberia e Alaska, in Africa e in Indonesia. Il mondo ha bruciato per mesi, eppure le risposte dell’opinione pubblica e della politica sono state spesso deboli e tardive.

Per esempio la notizia che la savana e la foresta della Repubblica democratica del Congo o dell’Angola andava a fuoco, bruciata da contadini e cacciatori, pare aver sorpreso tutti. Sono poi arrivate le dovute specifiche: alcuni incendi vengono appiccati per stimolare la ricrescita dell’erba, fonte di nutrimento per gli animali, altri per controllare il numero di zecche parassite o per ridurre la crescita degli arbusti spinosi. E senza gli incendi, molte savane non esisterebbero nemmeno. A preoccupare, invece, devono essere gli incendi nelle foreste tropicali di quell’area. Inoltre, se si guardano i dati raccolti da Global Forest Watch, si scopre che da gennaio ad agosto solo in Congo si sono verificati oltre 400.000 incendi. Un dato impressionante, certo, ma “normale” se si guarda al numero di incendi divampati in Congo negli ultimi 20 anni. E c’è di più: il Congo brucia a questi ritmi dal 2003. Dal 2001 al 2003, infatti, in soli due anni il numero di incendi è aumentato del 600%, ma sebbene i giornali italiani e stranieri fossero già online da più di qualche anno, se si cerca sul web si trovano pochissime notizie in merito.

In Siberia, solo a luglio sono bruciati tra le fiamme circa 2,6 milioni di ettari. Mentre ad andare letteralmente in fumo dal 1° gennaio 2019 alla fine di agosto sono stati circa 10 milioni di ettari, più degli 8,5 bruciati nell’intero 2018. Ma in pochi sembrano aver compreso quanto grave sia la situazione: gli incendi nella tundra possono accelerare il cambiamento climatico e il disgelo del permafrost – che libererà metano e altri gas serra in atmosfera e altererà la temperatura e la salinità delle acque marine – è una bomba a orologeria.

A ricevere le maggiori attenzioni mediatiche sono stati sicuramente gli incendi in Amazzonia. Tra annunci e smentite, dati e foto spesso falsi, il “problema Amazzonia” esiste davvero, nessuno lo nega. E ha avuto il merito di aver acceso un faro sulla questione incendi, finora quasi ignorata dall’opinione pubblica. È stato infatti ad agosto che ci si è iniziati a chiedere quali fossero le cause e le conseguenze di questi e altri roghi nelle diverse aree del mondo. Sui media si sono avvicendate prima le smentite sulle foto, spesso scattate in altri anni o addirittura in altri luoghi; poi sulla quantità di ossigeno prodotta dall’Amazzonia (circa il 6% e non il 20% di quello disponibile in atmosfera). Nella fretta di coprire le notizie, molti hanno fatto confusione sul numero degli incendi appiccati; e mentre Leonardo di Caprio ed Harrison Ford sborsavano milioni di dollari da impegnare nella riforestazione, il mondo realizzava che quegli incendi venivano appiccati per far largo alla coltivazione di soia, utilizzata per lo più nell’industria mangimistica per animali da allevamento. Si è capito così che il problema non è solo del Brasile, ma coinvolge la Bolivia, il Venzuela, la Colombia, il Perù e persino la Guyana francese e il Suriname, che hanno visto aumentare il numero di incendi sul loro suolo boschivo di oltre il 100% nel giro di un anno. Nessuno stato del Sud America può dirsi innocente davanti agli incendi sviluppatisi nel bacino dell’Amazzonia. Né noi occidentali – consumatori di carne prodotta con quella soia – possiamo dire di avere la coscienza pulita.

Dall’inizio del 2019 l’Amazzonia intera ha perso circa 900.000 ettari a causa dei roghi. E mentre qui i fuochi si spengono, il problema della conquista di terreni per la coltivazione di soia si sta spostando nel Cerrado, la savana tropicale del Brasile, un’ecoregione che occupa quasi due milioni di chilometri quadrati.

Per l’Amazzonia il 2019 è stato sicuramente l’anno horribilis dell’ultima decade (abbiamo ancora un anno per fare peggio), tanto da far tornare alla mente alcuni studi scientifici sull’esistenza di un “punto di non ritorno”. Secondo una prima stima risalente agli anni ’90, se venisse disboscato o bruciato il 40% dell’Amazzonia, quest’ultima collasserebbe diventando pian piano una savana. Stando ad altri, per arrivare al punto di non ritorno, basterebbe distruggere il 25% dell’Amazzonia. E oggi siamo al 17%.

Quello che è certo è che la più grande foresta tropicale del mondo sta scomparendo a un ritmo sostenuto. E con lei scompare un immenso patrimonio di biodiversità, non solo quello noto, ma anche quello che potremmo scoprire. Uno dei punti più gravi della questione, infatti, è proprio che scivola via una fetta di biodiversità mai conosciuta, e la foresta amazzonica è uno degli hotspot di biodiversità più “caldi” al mondo. Solo per fare qualche esempio, nel febbraio di quest’anno è stata annunciata la scoperta di sei nuove specie di pesci gatto nel bacino del Rio delle Amazzoni. O ancora, tra il 2014 e il 2015 in Amazzonia sono state identificate ben 381 nuove specie, in pratica una ogni due giorni. E se state pensando agli insetti rimarrete sorpresi: si tratta di 216 specie di piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi (due dei quali fossili), 19 rettili e un uccello.

In questo filone si inserisce una ricerca appena pubblicata su Current Biology da un team dell’Università del Massachusetts e dell’Istituto Nazionale di Ricerca dell’Amazzonia, che ha scoperto che, proprio nel nord del Brasile, vive un uccello dal canto potentissimo: il più forte mai registrato. È il campanaro bianco (Procnias albus), che ha dunque stracciato il record finora detenuto dalla piha urlatrice (Lipaugus vociferans), altro pennuto amazzonico. I maschi dei campanari bianchi riescono a emettere un canto con una pressione acustica che è circa tre volte superiore a quella delle piha urlatrici. Eppure le femmine della specie non sembrano affatto disturbate da questi corteggiamenti così “rumorosi”.

Completamente bianchi nel piumaggio e con una protuberanza carnosa che cade penzoloni dalla parte superiore del becco, i maschi dei campanari bianchi pesano circa 250 grammi. A dispetto della piccola taglia, però, il loro canto è più potente persino di quello delle famose scimmie urlatrici, udibile fino a cinque chilometri di distanza. Probabilmente i campanari bianchi hanno questo “vocione” grazie a una siringe particolarmente sviluppata e a dei muscoli addominali e toracici insolitamente potenti. O almeno questa è l’ipotesi avanzata dal team che ha notato come, man mano che il canto dei campanari maschi diventa più forte e alto, è anche più breve in termini di durata. Il che potrebbe essere dovuto proprio alle abilità e ai limiti fisici nel controllare il flusso d’aria in uscita e la produzione del suono.

Ai ricercatori, dunque, resta ancora da capire bene come facciano i maschi di questi uccelli a produrre note così potenti da un lato; e dall’altro come le femmine riescano a non subire danni permanenti all’udito. Le femmine dei campanari bianchi, infatti, restano incredibilmente vicine ai maschi, e anzi li esaminano con attenzione mentre cantano, senza apparentemente subire danni permanenti all’udito: un caso magistrale di selezione sessuale. Del resto, si sa, l’Amazzonia è un vero laboratorio a cielo aperto per studiare i processi evolutivi, come dimostra il caso del manachino dalla corona dorata (Lepidothrix vilasboasi): una specie nata dall’ibridazione di altre due.


Un esemplare di campanaro bianco

Perdere parte dell’Amazzonia, però, non significa solo perdere biodiversità e intaccare la nostra comprensione dei processi evolutivi. Ma significa anche perdere importanti servizi ecosistemici, primo tra tutti la possibilità di trovare nuovi antibiotici o piante dalle proprietà curative da impiegare nell’industria farmaceutica. E, a quanto pare, a questo fondamentale beneficio fornitoci dalla più grande foresta pluviale al mondo, se n’è appena aggiunto un altro: limita la diffusione della malaria.

Stando a un recente studio pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences da Andrew J. MacDonald e Erin A. Mordecai, biologi della Stanford University, la diffusione della malaria e la deforestazione dell’Amazzonia sarebbero infatti correlate e in modo bidirezionale. L’impatto antropico sull’ambiente avrebbe dunque una ricaduta sulla salute pubblica.

Per arrivare a queste conclusioni, i due scienziati hanno confrontato un set di dati di casi di malaria segnalati in 795 comuni dell’Amazzonia brasiliana tra il 2003 e il 2015, con la perdita annuale delle foreste e la copertura forestale totale nello stesso periodo ottenute dai dati della Hansen Global Forest Change. E, come si legge nell’articolo, i dati suggeriscono che un aumento del 10% nel tasso di deforestazione, corrisponderebbe a un aumento del 3,3% nel tasso di incidenza della malaria. La deforestazione innescherebbe quindi un meccanismo di feedback positivo per la diffusione della malaria, anche se dipende da regione a regione e da stagione a stagione. I due ricercatori hanno infatti sottolineato che l’effetto è maggiore nella stagione secca, quando le condizioni climatiche sono favorevoli sia per lo sviluppo delle larve di zanzara che per le opere di deforestazione. Inoltre, l’effetto è evidente negli stati più interni dell’Amazzonia e con una maggiore copertura forestale, mentre è assente negli stati amazzonici più esterni, dove la percentuale di territorio occupata dalla foresta è minima. Ma è anche vero che i soggetti più a rischio contagio sono proprio le persone che portano avanti la deforestazione, che lavorano nella foresta tagliando gli alberi. E dunque se questi stessi soggetti si ammalano, l’opera di deforestazione subisce una battuta d’arresto. Tanto che gli autori dello studio hanno anche trovato una correlazione contraria: un aumento dell’1% nell’incidenza della malaria porterebbe a una diminuzione della deforestazione dell’1,4%.

Insomma, per MacDonald e Mordecai deforestazione e diffusione della malaria sarebbero legate da un rapporto a “feedback socioecologico bidirezionale”: una influenza l’altra e viceversa, con tassi e per motivi diversi. Mentre l’aumento dei casi di malaria è infatti il risultato di fattori ecologici, la riduzione della deforestazione è dovuta a fattori socioeconomici. Ma ignorare questo meccanismo di feedback bidirezionale porterebbe a sottovalutare in modo sostanziale uno dei servizi ecosistemici offerti dalla foresta amazzonica: la tutela dalla malaria.

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