Sei consigli per migliorare la ricerca nel settore energetico

Donald Trump propone di tagliare del 35% il budget federale per la Ricerca, Sviluppo e Dimostrazione (R&DD) nel settore energetico per l’anno 2018. Ma il presidente USA è in assoluta controtendenza. Dalle pagine di Nature alcuni esperti internazionali propongono sei consigli per incrementare la qualità della spesa. Si tratta di indicazioni che hanno validità generale. E che riguardano, dunque, anche noi, in Italia.
Pietro Greco, 11 Dicembre 2017
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Donald Trump propone di tagliare del 35% il budget federale per la Ricerca, Sviluppo e Dimostrazione (R&DD) nel settore energetico per l’anno 2018. Ma il presidente USA è in assoluta controtendenza. Le economie più ricche che fanno capo all’OECD hanno speso in R&DD ben 16,6 miliardi di dollari, il 66% in più rispetto all’anno 2000 (spese calcolate a parità di potere di acquisto delle monete). Lo scorso mese di ottobre, il Regno Unito ha deciso di investire 3,3 miliardi di dollari in un piano per l’innovazione a basso contenuto di carbonio che si concluderà nel 2021. Lo scorso mese di novembre l’Unione Europa ha varato lo Strategic Energy Technology Plan, che avrà una durata decennale. Mentre la stessa Unione Europea e altre 22 nazioni si sono ripromesse di raddoppiare i loro investimenti in R&DD per rispettare gli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Per non parlare della Cina, che molto sta puntando sulla ricerca nel settore energetico non solo per abbattere i suoi consumi da fonti fossili ma anche per assumere la leadership nel mercato mondiale delle rinnovabili. Mentre la Banca Mondiale ha aperto cinque centri di innovazione relativa al contrasto ai cambiamenti climatici in altrettanti paesi in via di sviluppo. In quello di Nairobi, Kenya, si sperimentano nuove tecnologie di riscaldamento dell’acqua mediante energia solare.
Non c’è dubbio, dunque, che nel mondo si spende una quantità non banale e in ogni caso crescente di risorse in R&DD. Sono soldi certamente spesi bene, almeno per l’obiettivo che si propongono. Ma, sostengono Gabriel Chan (esperto di innovazione verde presso la University of Minnesota di Minneapolis) e un gruppo di suoi colleghi americani e inglesi, si potrebbe fare meglio. E così propongono sulla rivista inglese Nature sei consigli per incrementare la qualità della spesa.

Si tratta di sei indicazioni che hanno validità generale. E che riguardano, dunque, anche noi, in Italia.

  1. Dare ai ricercatori e ai tecnici esperti maggiore autonomia nelle decisioni. Non era affatto scontato che questo fosse il primo consiglio per spendere bene. Un po’ in tutto il mondo le burocrazie con le loro rigidità tendono a erodere l’autonomia degli scienziati e dei tecnici, il che si traduce in una perdita secca di creatività e in un focalizzazione delle spese in quella che Thomas Kuhn chiamava “la scienza normale”. Chan e colleghi portano a esempio il National Renewable Energy Laboratory di Golden, in Colorado (USA). Lì, col 4% del budget complessivo in R&DD, si portano avanti progetti autonomi rispetto alla supervisione del Department of Energy (DOE), ma l’impatto dei loro lavori è decisamente superiore a quello dei gruppi centralmente controllati dal DOE che ricevono il 96% del budget. Chan e colleghi propongono che ovunque il 10% dei budget in R&DD vada a finanziare progetti dotati di ampia autonomia.
  2. Incorporare il trasferimento di tecnologia nelle organizzazioni di ricerca. Non è un consiglio particolarmente originale. Sono decenni che in tutto il mondo si tenta di risolvere il problema del trasferimento delle conoscenze dai laboratori di ricerca a quelli di sviluppo nelle industrie. In ogni paese la risposta è diversa. In Germania, probabilmente, con le Fraunhofer Gesellschaft, dove accademia e industria si incontrano per realizzare progetti comuni, hanno trovato il miglior equilibrio. Ma la sfida resta. Soprattutto in Italia, cui all’offerta accademica, piccola o grande che sia, fa riscontro una carenza di domanda d’innovazione da parte dell’industria.
  3. Focalizzare la dimostrazione dei progetti all’apprendimento. La “valle della morte” di molti progetti di innovazione non è l’invenzione di qualcosa di nuovo, ma la dimostrazione che vale la pena acquisirla, quella novità. Il motivo è banale: dimostrare che una tecnologia innovativa funziona è un processo costoso. Chan e colleghi propongono sia che questi costi vengano incorporati in fase di progetto sia che intervenga lo stato, socializzando parte delle spese. Perché non è possibile uccidere nella culla progetti che potrebbero funzionare bene.
  4. Incentivare la collaborazione internazionale. Un consiglio prezioso per abbattere i costi – almeno quelli per paese – e aumentare la capacità creativa. Gli esempi non mancano. Da ITER, il progetto internazionale per la fusione nucleare, cui partecipano 35 paesi, a quello bilaterale USA-Cina per un centro di ricerca sull’energia pulita. In Europa abbiamo illustro precedenti: dalla CECA all’EURATOM, la collaborazione in chiave energetica ha aperto la porta al processo di unificazione del continente.
  5. Strategie di apprendimento adattative. Questo è un consiglio di buon senso. La domanda e l’offerta di energia (rinnovabile e carbon free) sono diverse in luoghi e momenti diversi. Son si possono cercare soluzioni universali, valide per tutte. Ma, bisogna, appunto adattarsi alle diverse condizioni, che sono peraltro condizioni che cambiano nel tempo.
  6. Conferire risorse stabili e predicibili.Senza una continuità di risorse – Germania docet – difficilmente la ricerca produce qualcosa di valido. Chan e i suoi colleghi fanno l’esempio degli Stati Uniti, dove i finanziamenti federali hanno seguito traiettorie da far invidia alle montagne russe di un parco giochi. Tipica è la spesa in R&DD nel nucleare, che ha avuto un picco di aumento (del 308%) nel 1998, con Bill Clinton per poi crollare pressoché a zero subito dopo. E che dire dell’idrogeno, che ha visto aumentare gli investimenti del 200% all’inizio del nuovo secolo per poi subire un taglio del 46% rispetto all’anno iniziale di riferimento solo dieci anni dopo, nel 2011. Idem gli investimenti alle industrie per trovare nuovi modi di risparmiare energia: massimi nel 1990, hanno subito un taglio del 42% nel 2002 a opera di George W. Bush per poi risalire negli anni successivi. In tutti e ciascuno di questi casi è mancata la stabilità e la predicibilità.

Forse in Italia le cose stanno un po’ meglio. Visto che le risorse in ricerca sono stabilmente e predicibilmente scarse.

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