“Si può fareee!”

A duecento anni dalla sua nascita, Frankenstein è ancora oggi lo scienziato più famoso nell’immaginario scientifico dell’occidente, che continua a ispirare altri romanzi, serie TV e perfino videogiochi. Ma la lunga vita di questa figura si deve soprattutto al cinema, che ha prodotto decine di film basati o ispirati al romanzo di Mary Shelley molti dei quali sono anche stati studiati per capire in che modo si è modificato il ritratto dello scienziato.
Sara Mohammad, 23 Febbraio 2018
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

«Fu in una cupa notte di novembre che assistetti al compimento delle mie fatiche. Con un’ansia cresciuta quasi fino allo strazio radunai attorno a me gli strumenti della vita per infonderne una scintilla nella cosa inanimata che giaceva ai miei piedi. Era già l’una del mattino; la pioggia batteva sui vetri con suono lugubre e la mia candela era ormai quasi spenta quando, attraverso il bagliore della luce morente, vidi aprirsi gli occhi inespressivi e giallastri della creatura: respirò ansimando e un movimento convulso gli scosse le membra».
Sarebbe strano ascoltare uno scienziato che ha appena portato a termine un esperimento descrivere il momento della scoperta usando proprio queste parole. Ma se lo scienziato si chiama Victor Frankenstein, le cose cambiano. A duecento anni dalla sua nascita, Frankenstein è lo scienziato più famoso nell’immaginario scientifico dell’occidente e la sua storia rimane un classico intramontabile della cultura popolare. Anche se nessun ricercatore cercherebbe di infondere la vita in un corpo ricavato da resti di cadaveri, la vicenda raccontata da Mary Shelley in Frankenstein; or, the modern Prometheus la dice lunga su uno degli atteggiamenti più emblematici con cui la società si pone nei confronti della scienza. Dall’Ottocento a oggi, il capolavoro della scrittrice britannica ha ispirato altri romanzi, film, serie TV, fumetti e videogiochi.
La lunga vita di Frankenstein e della sua creatura si devono soprattutto al cinema, che ha prodotto decine di film basati o ispirati al romanzo di Mary Shelley. Oltre a raggiungere milioni di spettatori, molti di questi film sono stati studiati per capire in che modo si è modificato il ritratto dello scienziato. Come osservarono alcuni studiosi ormai quindici anni fa, le diverse versioni di questo romanzo testimoniano le strategie che l’industria cinematografica ha adottato per portare sul grande schermo la storia di Frankenstein e, naturalmente, riflettono anche i cambiamenti nella visione che la società ha a proposito della scienza.

IL PROMETEO MODERNO
Alludendo alla duplice valenza della conoscenza scientifica, da un lato strumento di progresso, dall’altro possibile minaccia alla libertà umana, la storia di Frankenstein affonda le radici nell’antico mito di Prometeo (non a caso Shelley definì Frankenstein il “Prometeo moderno” nel sottotitolo del suo romanzo): come l’eroe greco che rubò il fuoco agli dei per consegnarlo agli uomini e che per questo fu castigato da Zeus, anche Frankenstein in qualche modo viene punito per aver cercato di spingere la conoscenza umana oltre i limiti consentiti. Il mostro da lui creato ucciderà prima suo fratello, poi l’amata Elizabeth.
Questo aspetto della storia viene mantenuto più o meno in tutti gli adattamenti cinematografici più famosi, ma non nella versione del 1974 diretta da Mel Brooks. Anche se Young Frankenstein è basato sul romanzo di Mary Shelley, quando Mel Brooks e il collega Gene Wilder scrissero la sceneggiatura avevano in mente una parodia dei film già prodotti su Frankenstein dagli Universal Studios, dal classico Frankenstein, girato nel 1931 da James Whale, a The bride of Frankenstein e The son of Frankenstein, usciti pochi anni dopo. È per questo che diversi degli elementi che hanno incorporato a partire dalle versioni precedenti vengono rivisitati in chiave comica. Per esempio, invece di giocare e poi uccidere la bambina (come nella celebre scena del film di Whale che gli Universal furono costretti a censurare per cinquant’anni), nella versione di Brooks il mostro cavalca un’altalena a due posti ma, a causa della sua mole imponente, lancia per aria la piccola amica, che finisce al sicuro nel letto della sua cameretta. Al di là dell’effetto comico, per la prima volta nella storia dei film su Frankenstein il mostro ottiene finalmente quello che cerca: essere un uomo come tutti gli altri. Ma se Brooks e Wilder non avessero rotto con la tradizione e, anziché optare per il genere comico, avessero girato un film horror, probabilmente il loro ritratto del mostro sarebbe apparso ridicolo.

ESERCIZI DI STILE
Young Frankenstein è il film su Frankenstein più singolare non solo per le drastiche variazioni adottate nella sceneggiatura e nel ritratto del mostro, ma anche dal punto di vista dello stile. Benché nel 1974 esistessero già i film a colori, Brooks decise di girare un film in bianco e nero in omaggio al classico del 1931 e con lo stesso spirito inserì nelle scene del laboratorio di Frankenstein lo stesso macchinario usato da Whale quarant’anni prima. Nonostante le peculiarità di questo film gli abbiano permesso di raggiungere un successo incomparabile, l’immagine del mostro che ancora permane nella cultura popolare non deriva da qui, ma dal film di Whale, dove all’attore britannico Boris Karloff (scritturato dopo il rifiuto di Bela Lugosi, che sosteneva di non avere la presenza fisica adatta a interpretare il personaggio di Frankenstein) venne fatta indossare l’iconica maschera dalla testa piatta e con un paio di bulloni nel collo. Per molti adulti e bambini questa maschera è ormai diventata sinonimo della parola “Frankenstein”.
Frankenstein (1931) inaugurò anche una serie di variazioni nella trama descritta da Shelley che vennero poi mantenute in molte delle versioni successive: ritrarre un mostro disumanizzato, muto e violento che aveva perso qualsiasi possibilità di suscitare la simpatia del pubblico; trasmettere allo spettatore l’idea che la sua personalità squilibrata e malvagia fosse il risultato di cause biologiche, e non sociali; e raccontare la storia da un solo punto di vista (quello di Frankenstein), cosa che chiaramente riduceva le interpretazioni del film a pochi messaggi. Il più potente di questi messaggi era che se la scienza fosse arrivata a imitare la natura o la creazione divina, le conseguenze sarebbero state terribili.
Per fortuna Kenneth Branagh e i produttori Steph Lady e Frank Darabont decisero, sessant’anni più tardi, di girare l’ennesimo film su Frankenstein senza tradire troppo lo spirito del romanzo. Come è lampante già dal titolo, Mary Shelley’s Frankenstein, nel loro lavoro (uscito al cinema nel 1994) cercarono di attenersi il più possibile alla fonte letteraria su cui si basavano, per esempio realizzando uno dei pochi adattamenti di Frankenstein dove la cornice narrativaconcepita originariamente da Shelley viene rispettata (i punti di vista della storia in questo caso sono due). Nonostante la fedeltà di Branagh al romanzo della scrittrice britannica sia evidente anche sotto altri aspetti (tra cui il modo in cui il mostro viene raffigurato: come nessun altro regista prima di lui, Branagh dipinse una creatura vittima delle circostanze sociali, non di uno scambio fortuito di cervelli), sarebbe sbagliato pensare che il film sia una trasposizione esatta del romanzo, anche se è certamente tra le versioni che meno vi si allontanano.
Il discorso sull’eredità cinematografica di Frankenstein potrebbe continuare a lungo. Basta pensare alle versioni “moderne” del mostro, cioè ai molti film (tra cui Blade Runner e Robocop) che, raccontando la storia di creature (semi)artificiali, come androidi, robot o cyborg, fanno ancora riflettere sui concetti di identità e vita artificiale. Tuttavia, per usare le stesse parole degli studiosi di poco più su, “ la ricerca scientifica, per come viene raccontata nei film, di rado è un’avventura che oltrepassa i confini di ciò che è lecito”.

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