Speranza e lutto nell’era dell’Antropocene

Il cambiamento climatico è qualcosa che ci riguarda da vicino e che può avere effetti disastrosi anche sugli equilibri psicologici delle popolazioni. Non si tratta soltanto delle naturali conseguenze psicologiche che eventi come tornado, incendi o esondazioni provocano negli individui colpiti. Un nuovo studio, pubblicato su Nature Climate Change, cerca di comprendere meglio questo fenomeno.
Marco Boscolo, 09 Maggio 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifico

Nel 1967 Francesco Guccini cantava di un vento che viene dal mare e che “intonerà un canto fra mille rovine / fra le macerie delle città / fra case e palazzi che lento il tempo sgretolerà”. È l’immagine di un mondo devastato da una ipotetica guerra nucleare in cui “noi non ci saremo”.
Una canzone che all’epoca della contrapposizione tra USA e URSS, quando il rischio di una guerra mondiale era tutt’altro che campata in aria, poteva apparire addirittura profetica. A distanza di cinquant’anni, nonostante l’apocalisse nucleare sia stata scongiurata, interi territori rischiano di diventare inospitali per l’uomo che li ha abitati per generazioni, non per colpa delle bombe atomiche, ma per gli effetti dei cambiamenti climatici.
Succede, per esempio, nel Canada nord-occidentale, nella penisola del Labrador, dove gli Inuit si trovano a fare i conti con pericoli che derivano dal disgelo; e succede nella Wheatbelt, una delle nove regioni dell’Australia, dove gli agricoltori devono fare i conti con una siccità estrema che li porterà ad abbandonare la terra. Due territori completamente diversi, agli antipodi l’uno rispetto all’altro, ma che sono abitati da popolazioni che stanno vivendo esperienze simili: trasformazioni della ciclicità degli eventi atmosferici, e la loro estremizzazione, che mettono a repentaglio quel corpus di conoscenze tradizionali su cui hanno potuto contare per sopravvivere fino a oggi, ma che non sembrano più adatte alle nuove condizioni, lasciando intravvedere un futuro in cui gli Inuit del Labrador e i contadini della Wheatbelt, come il “noi” protagonista della canzone di Guccini, non ci saranno.
Ashlee Cunsolo e Neville Ellis, la prima in Labrador, il secondo in Australia, studiano le dinamiche sociali di queste popolazioni da decenni e in un recente articolo apparso su Nature Climate Change, si sono chiesti se le esperienze psicologiche che gli individui di entrambi i gruppi stanno vivendo non possano essere definite dei veri e propri lutti.
Cunsolo e Ellis propongono addirittura un termine nuovo, “lutto ecologico”, per definire i diversi stati psicologici in cui si possono trovare persone che hanno un legame particolarmente forte con la natura – dal quale dipende in larga parte la loro sopravvivenza – e che vedono equilibri millenari messi a rischio. E con essi la loro stessa sopravvivenza come gruppo.
«Per noi andare fuori sulla terra è semplicemente parte della vita: se non puoi più, allora una parte di te scompare». «Non sappiamo più che cosa sia sicuro e cosa non lo sia». «È terribile sapere che il suolo è lì da sempre, dall’inizio della Terra, e la brama e la cattiva gestione lo fanno soffiare via». «Non c’è probabilmente niente di più deprimente che vedere la tua fattorie avvolta da una tempesta di sabbia». Sono alcune testimonianze che Cunsolo e Ellis hanno raccolto dalla viva voce degli abitanti del Labrador e della Wheatbelt che mostrano il tipico linguaggio di chi vive uno stress psicologico.
A partire da questa ricognizione e da un’analisi della letteratura sull’argomento, il paper propone tre diversi tipologie di lutto, mai del tutto slegate l’una dall’altra e che possono parzialmente sovrapporsi.
Una è legata alla perdita fisica di patrimonio ecologico, ed è stata riscontrata anche in popolazioni che hanno subito le conseguenze di un disastro naturale estremo, come per esempio gli haitiani dopo il terremoto del 2010 o i portoricani dopo l’ultimo uragano. Ma, sottolineano i due autori, ««la letteratura indica che possa emergere anche in relazione a cambiamenti graduali e lenti», come per esempio l’alterazione dei pattern meteorologici, a cui si accompagna una insicurezza dovuta all’incapacità di gestire il medio-lungo termine.
Una seconda tipologia di lutto ecologico riguarda la scomparsa di cultura e identità sociale che accompagna le trasformazioni del territorio per le alterazioni climatiche.
Queste situazioni, riconoscono Cunsolo e Ellis, possono essere il vero grilletto del lutto ecologico: «per persone che mantengono una relazione così stretta con il mondo naturale, la comprensione della propria identità personale e come gruppo sono spesso costruite in relazione alla terra, con le sue caratteristiche fisiche, i suoi usi e la sua conoscenza». I cambiamenti climatici possono, quindi, “disturbare un senso coerente del sé”. Ma c’è anche un lutto “anticipatorio”, che è quello meno noto, ma che può avere effetti altrettanto significativi sulla salute psicologica. Si tratta della sofferenza per «future perdite ecologiche, che si salda con il lutto per le future perdite culturali, di modi di sussistenza e di vivere». È un tipo di situazione che è già stata documentata tra i Sami nel nord della Svezia.
Il lavoro di Cunsolo e Ellis è un piccolo ulteriore passo nella comprensione del fenomeno, reso un po’ più rumoroso dalla pubblicazione su un numero di Nature Climate Change focalizzato sul rapporto tra salute mentale e cambiamenti climatici. La strada però è ancora lunga. Gli effetti psicologici prodotti dai nuovi scenari climatici sono poco studiati, forse perché più subdoli e meno evidenti rispetto a quelli fisici che si possono misurare facilmente con gli strumenti. Ma questa analisi è la dimostrazione che i cambiamenti climatici stanno non solo trasformando in profondità gli ecosistemi che ci danno i mezzi per sopravvivere, ma hanno anche conseguenze più profonde nello stesso tessuto delle società umane.

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