Sponge City: uno sguardo alla città del futuro

Inondazioni, inquinamento delle risorse idriche, sovraconsumo d’acqua. Sono questi i problemi con cui le città del futuro dovranno sempre più confrontarsi. Per far fronte alle catastrofi legate al riscaldamento globale e a un uso sconsiderato delle risorse, la Cina, in primis, e altre grandi metropoli sparse per il mondo, poi, hanno lanciato il progetto Sponge City, che, letteralmente, significa città-spugna.
Irene Sartoretti, 12 Ottobre 2017
Micron
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Architetta e sociologa

Con Sponge City si intende una città che, proprio come una spugna, è capace di assorbire e di riutilizzare fino al 70% dell’acqua piovana. Come? Attraverso una serie di dispositivi progettuali da impiegare sia alla scala dell’edificio sia alla scala urbana. Utilizzati in modo congiunto, questi dispositivi permettono di far fronte agli eventi catastrofici eccezionali, per esempio le inondazioni, così come anche ai problemi più quotidiani, per esempio la mancanza di acqua dovuta a un suo consumo eccessivo.
I dispositivi utilizzati per fare di una città una città-spugna sono costituiti essenzialmente da infrastrutture verdi e da superfici permeabili e filtranti, capaci di potenziare la capacità di assorbimento e di redistribuzione dell’acqua. Del resto il problema dell’acqua sarà sempre più presente nelle nostre vite.
Il preoccupante prosciugamento dei bacini idrici a causa dell’eccessivo consumo di acqua, il crescente rischio di inondazione delle zone costiere dovuto a un innalzamento della temperatura, le frane e gli smottamenti causati da un cattivo uso del suolo, l’aumento di uragani determinato dagli scombussolamenti climatici, sono queste le grandi sfide cui architetti e urbanisti sono chiamati a rispondere.
Il progetto sperimentale Sponge City è stato lanciato nel 2015 a seguito delle forti inondazioni che hanno messo in ginocchio i sistemi di drenaggio tradizionali di molte città cinesi. Le città che vi partecipano attualmente sono 15, ma il loro numero è destinato a crescere.
Fra queste c’è Shenzhen, una megalopoli di 10 milioni di abitanti che si affaccia sul mare che bagna la regione del Guandong, nella Cina meridionale. Entro il 2020 la città di Shenzhen si propone di assorbire e di recuperare fino all’80% dell’acqua piovana, utilizzando per le architetture e per la pavimentazione materiali che mimano il comportamento della terra naturale. Come Shenzhen c’è Linglang, un nuovo quartiere sito nell’area di Pudong a Shanghai, un’area in piena urbanizzazione che si candida a essere la più grande Sponge City del mondo.
Per quest’area sono previsti 400 000 metri quadrati di tetti verdi, capaci di assorbire, filtrare e redistribuire l’acqua piovana. Un insieme di tetti verdi installato in aree densamente edificate può arrivare a fornire tutta l’acqua necessaria a uso sanitario della zona i questione. E dal dipartimento dell’Ambiente e dell’Energia dell’Università di Hong Kong fanno notare che se i boiler di raccolta dell’acqua piovana presenti in molte abitazioni individuali venissero estesi anche ai grattacieli e ai grandi edifici per uffici, potrebbe essere coperto con la sola acqua piovana il fabbisogno di acqua sanitaria di intere metropoli.

NON SOLO CINA
I progetti sperimentali di Sponge City non riguardano solo la Cina, le cui città sia costiere che interne sono per metà fortemente esposte ai rischi legati all’acqua e mancano ancora quasi totalmente di efficienti sistemi di prevenzione. In Australia, a Melbourne, è stato lanciato un enorme piano di sviluppo di 10 000 giardini permeabili. Così come negli Stati Uniti, a New Orleans, città devastata nel 2005 dall’uragano Katrina. Qui è previsto un sistema interconnesso di parchi, di terreni umidi e di bacini di contenimento, nonché è previsto un aiuto concreto agli abitanti della città perché possano rendere permeabili i loro giardini privati. L’obiettivo di interventi come quelli di Melbourne e di New Orleans è di evitare la frammentazione degli spazi verdi nelle grandi metropoli, creando un tessuto naturale continuo e permeabile. A questo proposito, tutte le aree industriali abbandonate, le zone inutilizzate che si estendono fra le grandi infrastrutture viarie e altri spazi di natura simile possono essere trasformati in terreni di drenaggio dell’acqua. La creazione di una rete continua di spazi verdi che si infiltrano nel tessuto denso e compatto della città divenendone una presenza diffusa e costante, può servire anche per abbassare la temperatura, con la conseguente diminuzione dei livelli di inquinamento e di consumo energetico durante i mesi estivi. Sempre nel Sud degli Stati Uniti, che è un’area fra le più soggette a inondazioni e uragani, vengono oggi restaurate le zone umide, un tempo considerate malsane e perciò prosciugate.
Nella lista delle Sponge City non potevano mancare le città olandesi, perché sono città che hanno da sempre dovuto confrontarsi col problema dell’acqua, vista la loro altitudine più bassa rispetto a quella del mare. Anche qui le dighe non possono essere più considerate l’unico strumento di prevenzione dalle catastrofi legate all’acqua.
Detto diversamente, la sfida oggi non è più quella di arginare e di allontanare l’acqua, come è sempre stato in passato, ma di trovare gli strumenti adatti per poterci convivere e per poter trasformare disastri annunciati in importante risorsa di approvvigionamento. Il caso olandese dimostra che non c’è una ricetta unica per trasformare una città in una città-spugna, ma che ogni metropoli deve fare i conti con le proprie specificità ambientali locali. Nel caso di Rotterdam, per esempio, si è lavorato, più che sul rinverdimento interno della città, sulla sua densificazione e sull’aumento della sua compattezza. In questo modo si è voluta scongiurare una crescita urbana dispersa e senza controllo, lasciando così all’esterno più spazio libero per l’acqua e per il suo ecosistema.
Sempre nell’ottica di una città-spugna, vengono oggi progettate e sperimentate pavimentazioni stradali permeabili che permettono all’acqua di essere assorbita evitando che si accumuli. Questo tipo di dispositivo va ad aggiungersi a quello dei tetti verdi, alla restaurazione delle zone umide, alla messa a punto di un apparato di filtraggio naturale e diffuso dell’acqua piovana e alla creazione di un sistema unico altamente interconnesso di grandi, come di piccoli parchi urbani e di giardini privati permeabili.
E se finora la messa a punto di dispositivi capaci di trasformare una semplice città in una città-spugna riguarda solo quartieri e singole porzioni di città, la sfida del futuro è quella di progettare intere metropoli seguendo il principio della spugna. L’obiettivo finale è che la città costruita si comporti esattamente come un ecosistema naturale, secondo quello che in architettura e in urbanistica viene oggi definito bio-mimetismo, ossia la capacità di un sistema costruito di agire come se fosse un sistema naturale.
Il principale ostacolo alla Sponge City? Secondo Isabelle Thomas, che insegna urbanistica all’Università di Montreal dove si occupa di come rendere resiliente una città e che ha recentemente pubblicato un libro dal titolo La Ville résiliente. Comment la construire? (PUM 2017), il principale ostacolo alla realizzazione di città-spugne è rappresentato dalla mancanza di una cultura della prevenzione, dall’assenza di una visione a lungo e lunghissimo termine nel campo della progettazione urbana e, spesso, anche dalla carenza delle competenze necessarie.
Secondo l’urbanista sono questi i principali fattori che fanno sì che non vengano destinati alla prevenzione dei rischi legati all’acqua dei fondi specifici. In più, sempre secondo Thomas, a scoraggiare un certo tipo di trasformazioni urbane è il grande sforzo congiunto di amministratori, ingegneri, ricercatori e comuni cittadini che queste trasformazioni richiedono, come nel caso dei tetti verdi nella città di Shenzhen. Questo gigantesco progetto ha implicato sia la mobilitazione di un’enorme quantità di fondi governativi, sia la collaborazione di una pluralità di attori fra loro differenti, che vanno da quelli istituzionali fino a quelli privati, sia la sincronizzazione del loro agire.

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