Storie e consigli dei dottorandi italiani in Francia

Se vi siete accorti che il progetto di ricerca della vostra vita è in Francia e che lì vorrete fare il dottorato vi abbiamo già raccontato da dove cominciare, ma non vi abbiamo detto tutto. Quali sono i consigli di chi ha già intrapreso questa strada? Cosa potrebbe esservi d’aiuto per iniziare una carriera accademica […]
Stefano Porciello, 07 Gennaio 2019
Micron
Micron
Relazioni internazionali e Studi europei

Se vi siete accorti che il progetto di ricerca della vostra vita è in Francia e che lì vorrete fare il dottorato vi abbiamo già raccontato da dove cominciare, ma non vi abbiamo detto tutto. Quali sono i consigli di chi ha già intrapreso questa strada? Cosa potrebbe esservi d’aiuto per iniziare una carriera accademica a Parigi o per trovare il progetto e il gruppo di ricerca adatto? Lo abbiamo chiesto a tre dottorandi italiani che stanno svolgendo il loro Ph.D. in Francia.
Un primo passo da non sottovalutare è pensare ad un Erasmus. Jessica Apulei, che è al suo quarto anno di dottorato al Collège de France, è partita subito dopo la laurea in biologia molecolare. «Mi sono detta che l’Erasmus poteva essere il mio trampolino di lancio», racconta. E così, mentre lavorava in un laboratorio a Gif-sur-Yvette, Jessica ha contattato diversi professori finché non ha trovato quello che sarebbe diventato il suo attuale capo di laboratorio.
Anche Antonio Scloccchi, che sta svolgendo il suo secondo anno di Ph.D. in fisica teorica al CNRS, si è convinto a rimanere in Francia dopo un’esperienza di mobilità. Il suo piano era di proseguire gli studi in un Paese anglosassone, ma dopo un master internazionale organizzato dal Politecnico di Torino, la SISSA di Trieste e alcune università parigine ha cambiato idea: «Quando sono arrivato a Parigi ho trovato una città culturalmente molto attrattiva, vibrante: c’è una società di scienziati, ricercatori, dottorandi italiani (e non) che ci vive; una concentrazione di istituzioni di ricerca che secondo me fa una grossa differenza», dice. «Perché hai occasioni di scambio continue. Vai in posti come il Collège de France e incontri medaglie Fields, persone che hanno scritto la storia di determinati settori, e tu puoi andarci a parlare come stiamo parlando io e te adesso», racconta. Sorpreso dall’ambiente parigino, Antonio ha deciso di rimanere in Francia. Secondo lui fare ricerca può diventare molto frustrante e stare in un ambiente capace di stimolarti è cruciale. «Cercare di risolvere problemi di ricerca difficili e che non hanno applicazioni pratiche dirette può creare dubbi nel proseguire la carriera scientifica, specie quando si è giovani. Invece, sentirsi stimolati ogni volta a stare lì, sentire – come dire – che sei sempre sulla frontiera dell’imparare qualcosa di nuovo: quello è il motore della ricerca», sostiene.
Fare un tirocinio o un’esperienza Erasmus in Francia può fare paura. Gli affitti sono alti e le borse di studio – lo sappiamo tutti – spesso non bastano a mantenersi nelle grandi città. Tuttavia, questo Paese offre una lunga serie di servizi a cui potete attingere: il portale del CROUS è un’ottima fonte per reperire informazioni, mentre se presenterete il vostro contratto d’affitto al CAF (la Caisse d’Allocation Familiale) avete ottime chances di ricevere un sussidio che copra buona parte delle vostre spese per la casa.
In ogni caso, che cerchiate il vostro dottorato dall’Italia o durante un periodo di mobilità in Francia, il consiglio di chiunque è: parlate, trovate contatti e chiedete aiuto.

NON LASCIATEVI SCORAGGIARE!
Discutere sinceramente le proprie aspettative con altri professori, dottorandi e ricercatori, è la vostra migliore opportunità per avere un punto di vista che sia più profondo e meno superficiale sul progetto in cui pensate di investire i prossimi anni della vostra vita. «Non c’è alternativa. Puoi andare a guardare su internet, ma chiedere è l’unico modo di conoscere come funzionano le cose dall’interno» dice Antonio, convinto che si troveranno sempre persone disposte ad aiutarvi. Solo chi è già nell’ambiente potrà dirvi quali sono gli argomenti di ricerca più promettenti, di cosa si occupano davvero i professori e i loro gruppi, le tecniche che usano, i metodi di lavoro e le domande di ricerca che guidano il loro lavoro. Fate attenzione: non è una questione banale. «Il punto delicato di ogni dottorato è che l’esperienza dipende strettamente dal tuo rapporto personale con il supervisor, o perlomeno con il gruppo di ricerca» racconta Antonio: «Se non riesci a lavorarci, il dottorato può diventare un incubo. Se invece ti trovi con una persona che ti segue, che è interessata, ti aiuta a fare ricerca, allora può essere un’esperienza meravigliosa in cui impari tantissime cose e ti proietti verso il mondo della ricerca che conta».
«Io avevo iniziato un dottorato nel dipartimento di ingegneria civile allo IUSS di Pavia, ma ho capito in itinere che non era la mia strada» racconta Michele Giuliano Carlino, oggi Ph.D. student a Bordeaux. «Forse ho fatto le cose un po’ troppo frettolosamente una volta finito il mio corso di studi universitario e ho accettato la prima cosa senza pensarci, senza fare la giusta valutazione del futuro», dice. Nei mesi di dottorato in Italia, Michele si è dato da fare e – dice – oggi è in fase di pubblicazione dei lavori che ha svolto in quel periodo.
Nonostante l’impegno, però, il suo progetto non era in linea con le sue aspirazioni. Rinunciare al dottorato è stata una scelta difficile, ma necessaria: convinto di voler fare ricerca e impossibilitato a continuare in Italia, Michele ha cercato progetti e posizioni in mezza Europa, finché non è approdato a INRIA. Ha convinto i suoi ex professori a sostenerlo ed è stato scelto. «Consiglierei di puntare tantissimo su una lettera di presentazione molto forte, ma al tempo stesso estremamente sincera», dice, sottolineando quanto siano importanti le referenze: «Chiedete lettere di raccomandazione a chi vi conosce, non a un professore con cui avete fatto un corso, che magari vi ha dato 30 e lode, ma che non sa chi siete». Perché non solo, in questo modo, le vostre referenze saranno molto più solide, ma sarete certi che se l’università francese contatterà chi vi ha scritto la lettera – così come è successo a Michele – quel professore saprà battersi per voi.

SAPER AFFRONTARE LE DIFFICOLTÀ
Secondo Michele, un dottorando dev’essere “resiliente” e pronto a resistere alle difficoltà. Il dottorato è «un periodo di particolare fragilità», spiega Antonio Sclocchi: «È un momento di transizione in cui si è appena laureati, si è in dubbio su cosa fare della propria vita, dei propri studi; [ci si chiede] se si è capaci di fare ricerca – perché questa cosa è tutt’altro che scontata – e se piace fare ricerca […]. Sicuramente, quando si hanno questi dubbi e poi si incontrano delle difficoltà tecniche nel far avanzare il proprio lavoro, ci si può trovare in una situazione scoraggiante», dice. Ne abbiamo parlato spesso: fare ricerca è difficile. Ti puoi impegnare per ore, giorni e settimane per non arrivare a niente. E a questo punto, ancora una volta, parlare è importante. In Francia, racconta Antonio, «in seno all’école doctorale in cui si afferisce ci sono delle strutture che si chiamano “comitati di tesi”, ovvero persone che fanno parte della scuola, ma che sono esterne al tuo gruppo di ricerca e con cui puoi avere un dialogo franco su come vanno le cose», racconta. «Sono persone con le quali puoi parlare e che in un certo senso riescono a mediare tra te e un ambiente che è un po’ più grande di te: un supervisor valuta il lavoro che fai, quindi può capitare che uno studente si senta in soggezione».
In caso di problemi, colleghi e associazioni sindacali possono offrire un valido supporto, ma non bisogna dimenticare che la comunità italiana in Francia è vasta e potete rivolgervi anche ai nostri connazionali. «In tutta la Francia la quantità di ricercatori e scienziati italiani è impressionante e l’ambasciata e il consolato stanno cercando di aggregare queste persone, farle conoscere e creare un network», racconta Antonio, citando anche il lavoro della Rete dei ricercatori italiani in Francia (RéCIF), che offre assistenza, organizza eventi e cerca di valorizzare il ruolo dei ricercatori italiani all’estero.

PRENDETE IN CONSIDERAZIONE LA POSSIBILITÀ DI INSEGNARE
Se è vero che fare un dottorato significa produrre una tesi innovativa e contribuire alla ricerca nel proprio settore, imparare a insegnare, a parlare a una conferenza o a scrivere un articolo scientifico sono tutti strumenti che vi saranno utili, qualsiasi sia la direzione che vorrete dare alla vostra carriera negli anni a venire. In Francia è possibile fare attività d’insegnamento durante il dottorato: la paga è stabilita a livello nazionale a poco più di 40 euro lordi l’ora che si aggiungono al vostro stipendio o alla borsa di studio.
«Insegnare è facoltativo, ma è sicuramente una buona scelta», dice Antonio, che da quest’anno tiene delle esercitazioni di matematica all’Université Paris Sud. «Perché innanzitutto è un’attività riconosciuta dal contratto, quindi si è salariati per farla, e in più dà un valore aggiunto al proprio curriculum» racconta. «È un’esperienza costruttiva perché apprendi qualcosa di nuovo su un altro paese e su un modo un po’ diverso di studiare», dice, sottolineando il fatto che nell’università francese esistano delle posizioni di insegnamento dedicate alla sola didattica.

COSA POTREMMO “IMPORTARE” IN ITALIA?
Il mondo accademico francese può risultare abbastanza sorprendente a un dottorando italiano, almeno quando parliamo di diritti, di internazionalizzazione e della possibilità di sviluppare una carriera. «Come dottorando ho un regolare contratto di lavoro» fa notare Michele Giuliano Carlino: «Quindi diciamo che dal punto di vista contributivo, in Francia si sta meglio che in Italia». E aggiunge: «Se guardo il rapporto tra costo della vita e stipendio, non c’è paragone rispetto a quando stavo in Italia. Specialmente per chi vive in Lombardia, con circa 1.100 euro al mese non fai una vita agiata».
Soldi e diritti, tuttavia, non sono tutto. Anche grazie al suo sostegno alle famiglie e a un investimento in ricerca e sviluppo tra i più importanti al mondo, la Francia attira capitale umano non solo nei corsi di laurea, ma anche per coprire posizioni nei laboratori, nelle università, e nei centri di ricerca. Il laboratorio di Jessica è «super internazionale», dice: «abbiamo dei colleghi messicani, argentini, spagnoli, giapponesi, portoghesi, ma anche pachistani, algerini e tunisini». Un’attrattività che Antonio Sclocchi lega alle possibilità di pianificazione della carriera. «Al CNRS, ogni anno esistono vari concorsi per le varie posizioni», racconta. Questo significa che tutti i ricercatori, anche quelli con un contratto a tempo determinato o all’inizio della loro carriera, sanno che ogni anno si aprono delle posizioni. Sono liberi di stabilire quando provare a dare il concorso e nel frattempo lavorano per prepararsi. Chiedo ad Antonio cosa porterebbe in Italia se ne avesse il potere. «Il fatto di bandire concorsi annuali, calendarizzati, che permettano non solo agli italiani, ma anche alle persone dall’estero a cui piacerebbe stabilizzarsi in Italia di poter fare un concorso, essere valutati per il proprio merito ed entrare nel mondo della ricerca», risponde. E conclude: «Se in Italia continuiamo a spendere solo l’1,4% del PIL in ricerca e sviluppo non andremo mai da nessuna parte, nemmeno con le regole e le politiche più lungimiranti di questo mondo». Dobbiamo attirare capitale umano, non lasciarcelo sfuggire.

Altri articoli della guida al dottorato in Francia
> Guida pratica al dottorato in Francia: come ottenerlo

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X