Strage di elefanti, un aiuto arriva dalla genetica

Grazie ad una vasta ricerca basata sull’analisi del Dna, un team dell’università di Washington è riuscito a scoprire le rotte su cui si muovono i trafficanti d’avorio in Africa. Un contributo importante nella lotta a un commercio illegale che, con un giro d’affari di tre miliardi di dollari all’anno, resta una delle attività criminali internazionali più difficili da sconfiggere.
Francesca Buoninconti, 24 Settembre 2018
Micron
Micron
Giornalista scientifica

Con un giro d’affari di tre miliardi di dollari all’anno, il commercio illegale di avorio resta una delle attività criminali internazionali più difficili da sconfiggere. E a pagarne le spese, da decenni, sono soprattutto gli elefanti africani (Loxodonta africana), costantemente minacciati dal bracconaggio. L’ultima testimonianza, infatti, risale a pochi giorni fa e arriva dal Botswana, dove al confine di un’area protetta sono state ritrovate le carcasse di 87 elefanti, uccisi e sfigurati dai bracconieri per prelevare le tanto ambite zanne.
Questo commercio illegale è responsabile ogni anno della morte di circa 40.000 elefanti, quasi un decimo dell’attuale popolazione. Oggi, infatti, ne restano solo 450.000 di questi pachidermi, mentre nel 1980 in Africa ne pascolavano 1,3 milioni. E se questa spirale di morte non viene arrestata, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) potrebbe essere costretta a declassare questi animali dalla categoria “vulnerabile” a quella “in pericolo”. Per salvare gli elefanti, dunque, bisognerebbe colpire il cuore di questo commercio illegale.
E, in questo caso, l’ultimo grande aiuto arriva dalla genetica. Il team guidato da Samuel Wasser dell’Università di Washington, che da tempo lavora nel campo, è riuscito a scoprire le rotte su cui si muovono i trafficanti d’avorio, proprio grazie al Dna prelevato dalle zanne confiscate nei grandi sequestri. E stando ai risultati pubblicati su Science Advances, il traffico illegale d’avorio sarebbe geograficamente concentrato e controllato da poche persone. Addirittura i cartelli più grandi si troverebbero solo in tre stati: Kenya, Uganda e Togo.
L’indagine è stata possibile solo grazie alla genetica forense. Ma a volte anche il lavoro di un genetista può diventare quello che si dice “uno sporco lavoro”. Wasser, infatti, ha dovuto creare prima un enorme database, che restituisse il profilo genetico delle diverse popolazioni di elefanti e la loro provenienza. E lo ha fatto con l’aiuto di una tecnica utilizzata per i censimenti di tanti altri animali, lupo appenninico compreso: ha analizzato 1.350 campioni di sterco, prelevati in 29 Paesi africani, annotando anche la latitudine e la longitudine del punto in cui le fatte sono state raccolte. Poi Wasser ha messo a punto una tecnica per estrarre il Dna dall’avorio delle zanne sequestrate ai bracconieri. E con un controllo incrociato, è riuscito a identificare sia la popolazione di appartenenza che la regione di provenienza delle zanne confiscate, con un margine di errore di 300 chilometri. Nulla, se si pensa alla vastità dell’Africa, anche se il prossimo obiettivo resta comunque quello di ridurre l’errore.

Sequestro di zanne a Singapore nel 2015 (Credit Center for Conservation BiologyUniversity of Washington)Sequestro di zanne a Singapore nel 2015 (Center for Conservation Biology, University of Washington)

Così, il team ha scandagliato 38 grandi spedizioni di avorio, intercettate tra il 2011 e il 2014 in tutto il mondo: dai Paesi africani fino a quelli asiatici, come Filippine, Taiwan, Thailandia, Malesia, Cina e Singapore. Tra i reperti, il gruppo è riuscito a identificare e abbinare 26 paia di zanne, che viaggiavano separate ed erano state spedite quasi sempre entro dieci mesi l’una dall’altra, e spesso dalle stesse località. Le hanno appaiate grazie al profilo genetico e in base a diametro e colore. Poi sempre con la stessa tecnica, il team è riuscito a collegare 11 spedizioni sulle 38 analizzate, identificando i più grandi cartelli di contrabbando di avorio in Africa, scoprendo che si servono per lo più di tre città per spedire i loro carichi: Mombasa, in Kenya; Entebbe in Uganda; e Lomé in Togo. Wasser e colleghi hanno quindi ricostruito le rotte seguite dai bracconieri, incrociando i dati delle spedizioni con la provenienza delle zanne, ricostruita in base alle analisi genetiche.

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La mappa dei sequestri (Wasser et al. 2018, Science Advances)

Già nel 2015, grazie allo stesso metodo, analizzando le zanne sequestrate tra il 2006 e il 2014, il gruppo di Wasser era riuscito a dimostrare su Science che gli hotspot del bracconaggio, ovvero le aree in cui si concentrano gli attacchi ai danni degli elefanti, sono solo due. Per gli elefanti della foresta la zona più colpita è anche una zona protetta, che si trova in Africa occidentale, a cavallo tra Gabon, Congo, Camerun e Repubblica centrale africana. Mentre per gli elefanti di savana l’hotspot è situato tra Tanzania e Mozambico. Ora è arrivata la conferma sperimentale che, oltre alle aree di prelievo, anche i principali porti di contrabbando sono pochi e molto localizzati.
«Con un solo carico d’avorio sequestrato, possiamo ottenere molte più informazioni di quelle che un’indagine tradizionale può scoprire», ha sottolineato Wasser. «Non solo possiamo identificare le origini geografiche degli elefanti bracconati e il numero di popolazioni presenti in un solo carico intercettato, ma possiamo utilizzare gli stessi strumenti genetici anche per collegare diversi carichi alla stessa rete criminale». E questo strumento investigativo, secondo Wasser, «potrebbe aiutare a tracciare le reti criminali e raccogliere ulteriori prove» in un momento in cui la conservazione degli elefanti sta subendo colpi durissimi.
A febbraio di quest’anno, infatti, è stato assassinato Esmond Bradley Martin, uno dei maggiori protagonisti della lotta ai trafficanti di zanne d’elefante e corni di rinoceronte. Mentre ad agosto è stato rimesso in libertà uno dei maggiori trafficanti d’avorio di tutta l’Africa: Feisal Mohamed Ali, catturato nel 2014 con oltre 300 zanne, dal peso di più di due tonnellate, e condannato a 20 anni di carcere. Per il giudice non c’erano prove sufficienti.

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