Tamburi, il quartiere di Taranto dove si rischia di più

Ai Tamburi, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti ILVA, le case costano poco. Chi abita in questo quartiere di Taranto vede lo strato di polvere rossa che si deposita ovunque, per le strade, sulle mura dei palazzi, sulla testa dei bambini: sa che i residui chimici che fuoriescono dalle ciminiere possono provocare danni alla salute umana con un rischio più alto che negli altri quartieri della città. Adesso, dopo l’ultimo rapporto dell'ISS, che ha indagato l’esposizione della popolazione di Taranto agli inquinanti rilasciati dal polo siderurgico e da altri impianti industriali nelle vicinanze e il loro impatto sulla salute riproduttiva e infantile, le conoscenze scientifiche sono sensibilmente accresciute.
Sara Mohammad, 23 Gennaio 2017
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

Ai Tamburi, nella periferia nord-occidentale di Taranto, a poche centinaia di metri dagli stabilimenti ILVA, le case costano poco, addirittura la metà di quanto si spende a venti chilometri più a sud.
Chi abita nel quartiere Tamburi vede lo strato di polvere rossa che si deposita ovunque, per le strade, sulle mura dei palazzi, sulla testa dei bambini: sa che i residui chimici che fuoriescono dalle ciminiere possono provocare danni alla salute umana con un rischio più alto che negli altri quartieri della città. Adesso, dopo l’ultimo rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), che ha indagato l’esposizione della popolazione di Taranto agli inquinanti rilasciati dal polo siderurgico e da altri impianti industriali nelle vicinanze e il loro impatto sulla salute riproduttiva e infantile, le conoscenze scientifiche sono sensibilmente accresciute.

I RISCHI PER LA SALUTE DELLE DONNE
Lo studio, condotto dall’Agenzia Regionale per la Protezione Ambientale della regione Puglia, in collaborazione con l’ISS e l’ASL di Taranto, ha coinvolto 121 donne in età fertile, metà delle quali con una diagnosi di endometriosi, e 300 bambini tra i sei e gli undici anni, tutti residenti nel comune di Taranto.
Sulla popolazione femminile le istituzioni sanitarie hanno verificato l’esistenza di una eventuale associazione fra endometriosi – una patologia ad eziologia multifattoriale – ed esposizione a sostanze tossiche. Nello specifico, i ricercatori si sono focalizzati su tre classi di inquinanti a elevata persistenza nel territorio tarantino, e cioè diossine, policlorobifenili (PCB) e idrocarburi policiclici aromatici (IPA), misurandone la concentrazione nel sangue e nelle urine delle donne incluse nel campione.
Come si può leggere nella relazione finale disponibile sul sito dell’ISS, le concentrazioni di alcuni contaminanti (policlorodibenzodiossine e policlorodibenzofurani, due composti chimici comunemente noti come diossine, e alcuni PCB) risultano più alte nelle donne con endometriosi rispetto al gruppo di controllo. I risultati ottenuti non dimostrano una vera e propria relazione di causa-effetto, ma sicuramente un aumento significativo del rischio di sviluppare endometriosi nelle donne esposte che hanno le più alte concentrazioni di queste sostanze.
Per quanto riguarda gli IPA, una classe di sostanze che si genera da processi di combustione di materiale organico (e quindi anche dalla produzione di acciaio), il confronto con un campione di donne residenti a Torino ha rivelato che questi composti si trovano in concentrazioni significativamente più alte nei campioni biologici delle donne tarantine, indipendentemente dal fumo di sigaretta (il consumo di tabacco è normalmente associato a valori di IPA più alti).
Secondo Agostino Di Ciaula, epidemiologo e referente ISDE (International Society of Doctors for Environment) per la regione Puglia, si tratta di un risultato “che andrebbe letto insieme a una serie di evidenze sulle alterazioni del neurosviluppo infantile, che hanno già dimostrato che l’esposizione prenatale agli idrocarburi policiclici aromatici contribuisce allo sviluppo di ADHD [Sindrome da deficit di attenzione e iperattività, NdA] e di alterazioni del comportamento in età pediatrica, alterando la sostanza bianca cerebrale”. L’interpretazione del dato, dunque, è complessa e richiede cautela, dal momento che studi più approfonditi dovrebbero verificare il tipo di relazione che sussiste fra i valori di IPA ritrovati nelle giovani donne di Taranto e lo sviluppo del sistema nervoso dei loro figli.

I RISCHI PER LA SALUTE DEI BAMBINI
Sulla popolazione infantile i ricercatori hanno invece studiato l’esposizione biologica a metalli dalle proprietà neurotossiche e le possibili associazioni con disturbi della sfera neurocomportamentale e cognitiva. Anche in questo caso sono stati prelevati campioni di sangue, urina e capelli su cui misurare la concentrazione dei diversi metalli e, in più, a ciascun bambino sono stati somministrati test e questionari neuropsicologici per valutarne le funzioni cognitive e comportamentali.
Le concentrazioni dei metalli esaminati, ossia mercurio, manganese, arsenico, cadmio e piombo, sono state confrontate con valori di riferimento presenti nella letteratura scientifica, in corrispondenza dei quali non si registrano effetti avversi. Dal confronto con questi valori sono emerse le seguenti conclusioni: mercurio e manganese sono presenti nei campioni biologici in concentrazioni non elevate e uniformi (il che non permette di individuare una fonte di esposizione specifica); per cadmio e arsenico si consigliano analisi ulteriori, dal momento che le loro concentrazioni sono leggermente superiori ai valori di riferimento; per il piombo, infine, la maggior parte dei soggetti (80%) presenta valori che aumentano leggermente (fino all’1%) il rischio di effetti avversi, mentre solo la restante parte (20%) ha valori superiori. Tuttavia, quest’ultimo dato non va sottovalutato, se si considera che le indicazioni tossicologiche in letteratura vanno nella direzione di quantità di piombo nel sangue più basse possibili, dal momento che anche a basse concentrazioni la tossicità è relativamente alta. Il piombo, infatti, è in grado di attraversare facilmente la barriera ematoencefalica, arrivando direttamente nel sistema nervoso centrale, dove interferisce con l’attività glutammatergica, la principale modalità di neurotrasmissione nel cervello.
I risultati della valutazione neuropsicologica hanno invece messo in evidenza che nelle aree urbane più vicine al polo siderurgico, come il quartiere Tamburi e il comune di Statte, si registra un numero più alto di bambini con tratti comportamentali alterati (tra cui un’aumentata iperattività, una ridotta capacità di attenzione, un aumento di ansia e depressione), con un quoziente intellettivo più basso di circa dieci punti rispetto alle aree più lontane e con un rischio maggiore di patologie che interferiscono col normale sviluppo del sistema nervoso, come la stessa ADHD. E proprio i risultati di queste valutazioni risultano essere associati alle concentrazioni di piombo misurate nei campioni ematici, scrivono i ricercatori nella relazione finale.
“Evidenze di maggiori danni epidemiologici negli esposti di Taranto si sono susseguite a intervalli regolari negli ultimi quindici, vent’anni”, commenta ancora Di Ciaula. “Adesso si è aggiunto il dato sulle alterazioni dello sviluppo neuro-cognitivo dei bambini”. Un dato preoccupante, se si considera che i risultati osservati sono indipendenti dal livello socio-economico di provenienza del bambino, in linea di massima più basso nei quartieri più vicini all’ILVA e alle altre fonti di inquinanti.

 

I LIMITI DELLO STUDIO
Come sottolineato anche nella relazione dell’ISS, quando si parla di sviluppo del sistema nervoso è importante ricordare che l’esposizione multipla a sostanze neurotossiche diverse può accentuarne gli effetti neurotossici (a causa della possibile interazione fra le sostanze), e dunque, anche se nel complesso le concentrazioni rilevate sono inferiori ai valori soglia riportati in letteratura e non lascerebbero presupporre conseguenze negative sulla salute neuro-cognitiva e comportamentale, le conclusioni tratte potrebbero essere sottostimate.
Altri limiti dello studio hanno a che fare con il ristretto numero di soggetti, col range di età del campione infantile (a undici anni lo sviluppo del sistema nervoso non si è ancora concluso) e con l’assenza di dati relativi all’epoca prenatale e perinatale dei soggetti, dal momento che “per le alterazioni dello sviluppo neuroinfantile, quello che conta non è il qui e ora, ma è l’inquinamento in epoca prenatale, cioè l’esposizione in utero, e nei primissimi anni di vita”, sottolinea Di Ciaula. Eppure, nonostante questi limiti, dallo studio dell’ISS emerge ancora come il 15% del campione analizzato, basato per definizione su soggetti presunti sani, possa essere colpito da disturbi clinici e preclinici del neurosviluppo non ancora riconosciuti dalle autorità sanitarie e, di conseguenza, non ancora sottoposti ai necessari interventi terapeutici. Come dobbiamo interpretare questo dato? “Già il 15% di per sé è una percentuale abbastanza elevata”, risponde Di Ciaula, “a questi vanno sommati i bambini che avevano già avuto una diagnosi di patologie neuro-cognitive, che sono stati esclusi dallo studio: in realtà questo dato è assolutamente sottostimato”.

CONCLUSIONI
Ma al di là dei numeri, cosa sta succedendo a Taranto? Se già nella letteratura degli ultimi quindici anni si trovano pubblicazioni che dimostrano la contaminazione ambientale dell’area intorno all’ILVA  e i danni sanitari causati da queste contaminazioni, perché nessuno è intervenuto con opere di bonifiche del territorio e opportuni programmi di prevenzione? Secondo l’epidemiologo, nonostante Taranto sia un sito di interesse nazionale, “il suolo non solo non è mai stato bonificato, procedendo in direzione contraria a quello che la legge diceva, ma nel tempo si è anche continuato a produrre quegli stessi inquinanti che hanno determinato la situazione attuale”, senza pensare a investire risorse economiche e umane per un piano economico da proporre agli abitanti di Taranto come alternativa più sostenibile della produzione di acciaio. La vera sfida, in fin dei conti, non è quella di sapere quante donne e quanti bambini sono a rischio di sviluppare patologie o procedere periodicamente con il conteggio ragionieristico dei danni subiti, ma di applicare le norme di prevenzione primaria, cioè fare il più possibile per rimuovere le cause note di queste patologie”, ha concluso Di Ciaula.

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