Tra il moscerino della frutta e piccoli laboratori, ecco cosa ricordare del Premio Nobel per Medicina 2017

In attesa del Nobel per la Chimica, torniamo indietro di qualche giorno per soffermarci nuovamente su quello della Medicina. Il Nobel di quest'anno è molto significativo: racconta di insignificanti moscerini e ci ricorda che la ricerca biomedica non è fatta solo di illustri uomini in camice bianco che, come star, si accingono a capire come far star meglio un paziente. O di multinazionali farmaceutiche che investono milioni nello sviluppo di farmaci salvavita. O di grandi imprese globali come quella che ha portato all’individuazione delle onde gravitazionali.
Thomas Vaccari, 04 Ottobre 2017
Micron
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Università degli Studi di Milano Statale

 

Il Nobel per la Fisiologia e Medicina quest’anno è stato assegnato a Michael Rosbach, Jeffrey C. Hall e Michael W. Young per il loro studi sui meccanismi che controllano i ritmi circadiani. Come ogni anno, nella giornata di ieri abbiamo imparato tutto su come, negli anni ’80-’90, gli studiosi premiati hanno identificato i geni che lo controllano, primo fra tutti il gene period.
Siccome è già storia e ieri il mondo è stato impegnato a celebrare il Nobel per la Fisica agli scopritori delle onde gravitazionali, in questo commento non mi dilungherò a spiegarvi quanto è importante capire come funziona il nostro orologio interno e come si sincronizzi con gli eventi ciclici che riempiono la nostra vita. Non vi dirò che la piena comprensione del funzionamento dei ritmi circadiani e le loro disfunzioni sarà alla base della nostra abilità futura di comprendere perchè dormiamo, come non soffrire il “jet-lag” quando viaggiamo attraverso i fusi orari, o come non ammalarci di depressione, diabete e altre malattie.
Invece oggi vi racconterò brevemente una storia semplice. Un pre-quel al Nobel, se vogliamo. Come si è arrivati a scoprire quello che i premiati hanno scoperto e perché è importante continuare a condurre ricerche come quelle di Rosbach, Hall e Young.
I più attenti tra i lettori dall’annuncio del Nobel per Fisiologia e Medicina hanno scoperto con meraviglia che per comprendere il funzionamento del ritmi circadiani, i tre novelli Nobel hanno utilizzato il moscerino della frutta, un piccolo insetto la cui esistenza ci viene ricordata solo d’estate quando ronza attorno a cestini di frutta lasciati al sole o, per chi è più inebriato, sopra i tini della vendemmia. In realtà, insieme a molti altri organismi, il moscerino della frutta, e più precisamente la specie Drosophila melanogaster è un tra i sistemi modello più usati nella ricerca scientifica.
Chi ci lavora, come il sottoscritto, lo considera il coltellino svizzero della scienza. Come il versatile insetto d’oltralpe, Drosophila si presta a molteplici usi scientifici. È minuscolo e può essere facilmente essere analizzato al microscopio in tutte le sue parti. È economico, infatti centinaia di individui possono essere coltivati in un vasetto di vetro come quello dello yogurt con sul fondo un po’ di pappa fatta di polenta e succo di frutta. Ma soprattutto più di un secolo di uso come modello per la ricerca ha permesso di aver a disposizioni molti modi di inattivare o modificare (in gergo tecnico “mutare”) i suoi geni per comprenderne il funzionamento.
Da ciò son partiti i tre premiati. Anzi, a dir la verità da lì erano partiti già negli anni ’70, altri due scienziati, Seymour Benzer e il suo allievo Ron Konopka per scoprire period.
Come? Semplicemente prendendo molti moscerini, nutrendoli con pappa contenente un agente chimico mutageno e poi selezionando quei pochi che, come un adolescente che ha fatto troppo tardi, non emergevano dal loro bozzolo alla prima luce del mattino. Per fare alcune delle selezioni, Seymour e Ron avevano costruito a mano una semplice serie di gabbiette comunicanti in plastica trasparente in cui i moscerini meno reattivi potevano essere facilmente separati dai loro cugini normali. Così facendo, raccolsero rari moscerini con modifiche e danneggiamenti in una serie di geni che, sappiamo ora, controllano non solo i ritmi circadiani, ma anche molti aspetti del comportamento, della visione e della locomozione. Anche se a nessuno era chiaro che uno studio del genere potesse avere rilevanza per l’uomo, ancora oggi sarebbe proibitivo e costosissimo da condurre usando organismi più simili a noi come le cavie da laboratorio.
Dopo l’isolamento dei moscerini mutanti, l’individuazione dei geni danneggiati e il loro studio prese molto tempo. Infatti, l’agente mutageno che Benzer e Konopka avevano usato genera delle mutazioni a singole lettere del DNA, e trovarle, ancora oggi è un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Infatti, Konopka finì per lasciare la ricerca e darsi ad altro. Allo stesso modo, comprendere come funziona un gene e le proteine da esso prodotte, pur avendo a disposizione un coltellino svizzero con l’attrezzo giusto, ovvero un serie di moscerini che se ne vanno in giro con una versione del gene mutata, non è per nulla semplice e richiede molta lavoro e perseveranza. Tale merito, per i geni che controllano i rimi circadiani, va dato principalmente a Michael Rosbach, Jeffrey C. Hall e Michael W. Young, ci ricorda l’Accademia delle scienze Svedese.
Come spesso accade, ricerche ulteriori rivelarono che ciò che è vero nel moscerino, in questo caso, è vero per l’uomo e per la gran parte degli organismi multicellulari, piante incluse.
È importante raccontarvi di insignificanti moscerini e ricercatori dediti al loro studio perché la ricerca biomedica non è fatta solo di illustri uomini in camice bianco che, come star, si accingono a capire come far star meglio un paziente. O di multinazionali farmaceutiche che investono milioni nello sviluppo di farmaci salvavita.
O di grandi imprese globali come quella che ha portato all’individuazione delle onde gravitazionali. Ancora oggi, gran parte della ricerca biomedica, soprattutto nelle Università, è fatta in piccoli laboratori dove una mezza dozzina di ricercatrici e ricercatori (spesso, tristemente, più ricercatrici dirette da ricercatori che il contrario), sottopagati, poco finanziati e con strumenti semplici, passano molti anni a risolvere problemi difficili e apparentemente “piccoli”, con passione, entusiasmo, creatività e rigore.
A volte le soluzioni a piccoli problemi, come in questa storia, portano a balzi enormi nella nostra conoscenza, ma lo si capisce solo dopo un bel po’. Per cui è importante che la nostra società supporti anche i ricercatori che studiano ciò che vogliono e nel modo in cui vogliono, seguendo il loro più puro interesse o passione. Sempre più raramente ciò succede, in un periodo in cui le risorse si assottigliano e le aspettative dei cittadini nei confronti della ricerca spingono verso ricerche sempre più finalizzate alle cure. C’è da capirlo. Ma quando succede, non solo il ritorno in termini di sapere è enorme, ma i risparmi possono essere notevoli perché – al contrario del caso di grandi e roboanti programmi – se qualcosa non funziona non si disperdono somme ingenti.
Per aspera ad astra, senza muoversi dal laboratorio nel sottoscala.

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