Un mare di plastica

La pandemia di COVID-19 ha aumentato in modo esponenziale l’uso di plastica monouso, con un impatto che è ancora difficile da quantificare e che rischia di vanificare il lavoro di denuncia, la ricerca sugli effetti devastanti della plastica sull’ambiente e sulla salute umana e lo stimolo alla transizione che si stava manifestando in diverse aree del mondo.
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Unità di Epidemiologia ambientale e registri di patologia, IFC CNR, Pisa
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Istituto di Fisiologia Clinica del CNR a Pisa

La plastica è tra i materiali più diffusi, essendo durevole nel tempo, relativamente poco costosa da produrre e sufficientemente versatile per essere usata in una vasta gamma di prodotti. Al contempo, i rifiuti di plastica sono un problema ambientale serio e in continua crescita. Meno del 10% della plastica viene riciclata e la maggior parte è gettata in discarica, incenerita o semplicemente abbandonata (Geyer et al, 2017).
La plastica monouso costituisce circa la metà dei rifiuti di plastica e, per quanto la quasi totalità sia utilizzata e inizialmente smaltita sulla terraferma, gran parte entra alla fine negli ecosistemi acquatici (Hale et al, 2020). Se è vero che molte delle materie plastiche non si biodegradano rapidamente nell’ambiente, possono tuttavia essere sensibili all’esposizione ai raggi UV e frammentarsi in microplastiche (<5 mm) e nanoplastiche (<1 μm) per abrasione. Minuscole particelle possono essere ingerite dal biota a tutti i livelli della catena alimentare, con conseguenti danni per l’ecosistema e la salute umana (Hale et al, 2020). 

La proliferazione dei rifiuti di plastica era già una delle principali preoccupazioni per una quota crescente della popolazione mondiale prima della recente pandemia: le maggiori organizzazioni ambientaliste in tutto il mondo hanno portato avanti campagne di denuncia, puntando l’attenzione sull’inquinamento dei corsi d’acqua e del mare, con un buon consenso di pubblico e di molte amministrazioni locali che hanno iniziato a proibire la plastica monouso e incentivare, ad esempio, sistemi di distribuzione pubblica di acqua potabile. 

Dal primo gennaio 2021 entrerà in vigore la direttiva europea che prevede il divieto di piatti e stoviglie, cannucce e prodotti vari non compostabili o biodegradabili. (Directive (EU) 2019/904 of the European Parliament and of the Council of 5 June 2019 on the reduction of the impact of certain plastic products on the environment). 

La ricerca scientifica ha studiato la sorte della plastica nell’ecosistema, producendo una mole di nuove conoscenze sulle nefaste conseguenze delle microplastiche sull’ecosistema e sulla salute delle persone, e stimolando la ricerca di alternative. Si è scoperto, ad esempio, che una fonte rilevante di inquinamento proviene dalle lavanderie, che si libera con la centrifuga di materiale sintetico, e diverse industrie tessili stanno provando a riconvertire in senso ecologico la loro catena produttiva (https://www.greenpeace.org/italy/comunicato-stampa/559/nuovo-report-di-greenpeace-una-moda-pulita-e-gia-possibile/).  

Anche i controlli ambientali cominciano a tenere conto in maniera sistematica dell’inquinamento da microplastiche nelle acque e vengono effettuati appositi monitoraggi, anche dalle agenzie ambientali italiane. Mentre organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite sollecitavano azioni urgenti, all’inizio di quest’anno 2020, molte nazioni avevano promesso di ridurre l’uso della plastica. La pandemia ha costretto alcuni ad accantonare quei piani e la Banca Mondiale avverte che il COVID-19, almeno per ora, “sembra spostare la marea verso la plastica monouso”. Anche se occorrerà del tempo per conoscere con precisione quanti rifiuti di plastica aggiuntivi sono stati generati durante la crisi pandemica, i dati preliminari sono sbalorditivi. 

In Cina, il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente stima che gli ospedali di Wuhan abbiano prodotto più di 240 tonnellate di rifiuti al giorno al culmine dell’epidemia, rispetto alle 40 tonnellate generate durante i tempi normali. Sulla base di questi dati la società di consulenza Frost & Sullivan prevede che gli Stati Uniti potrebbero generare in soli due mesi la quantità di rifiuti sanitari prevista per un intero anno, a causa del COVID-19.
Un aumento significativo della produzione dei rifiuti è stato rilevato anche tra i comuni cittadini. In Cina la produzione giornaliera di mascherine è salita a 116 milioni a febbraio, 12 volte superiore al quantitativo del mese precedente. Centinaia di tonnellate di mascherine scartate venivano raccolte ogni giorno dai soli cassonetti pubblici durante il picco dell’epidemia e non è nota la quantità di quelle smaltite nei sistemi di rifiuti domestici. Quando Gary Stokes, il noto attivista ambientale, ha visitato alla fine di febbraio 2020 una spiaggia delle disabitate isole Soko di Hong Kong, è stato sorpreso di trovare, assieme a bottiglie d’acqua, borse della spesa e le solite pile di rifiuti di plastica, un nuovo tipo di spazzatura costituito da decine e decine di mascherine usa e gatta. Questo succedeva solo poche settimane dopo che Hong Kong aveva registrato il suo primo caso di infezione da coronavirus .   

La pandemia ha portato un drammatico aumento dell’uso di plastica usa e getta: è il componente principale di maschere, guanti, flaconi disinfettanti per le mani, tute mediche protettive, kit per test molecolari, contenitori da asporto, imballaggi per la consegna e altri articoli fondamentali per il nostro nuovo stile di vita iper igienico, ma il cui smaltimento è l’ennesima preoccupante conseguenza di una crisi che ha devastato le economie e distrutto i sistemi sanitari. I gruppi ambientalisti avvertono che questo materiale, sebbene potenzialmente salvavita, potrebbe sopraffare le città di tutto il mondo in cui le strategie di raccolta e riciclo dei rifiuti sono state cortocircuitate dai blocchi del lockdown. 

La questione più allarmante è che il COVID-19 potrebbe invertire lo slancio di una battaglia globale che dura da anni per ridurre il consumo di plastica monouso.  Basti pensare a ciò che è successo negli Stati Uniti, che non hanno regolamenti federali che limitino la plastica monouso. diversi stati e numerose località hanno comunque emanato restrizioni, ma sia gli interessi dei produttori di plastica sia le preoccupazioni legate alla pandemia del COVID-19 hanno determinato la diminuzione dell’utilizzo di sacchetti riutilizzabili e i limiti su quelli monouso. 

La plastica monouso viene generalmente percepita come più sicura, ma questa convinzione non è basata sulle evidenze disponibili. Per questa ragione un gruppo di oltre 100 esperti, scienziati e ricercatori di tutto il mondo ha firmato una dichiarazione, promossa da Greenpeace e UPSTREAM, che afferma che “le alternative riutilizzabili alla plastica monouso sono un’opzione sicura, da utilizzare anche durante la pandemia da COVID-19”. Un appello importante contro l’inquinamento, necessario per arginare le paure dei cittadini e non distoglierli dal percorso sostenibile che avevano intrapreso.

Nonostante ciò, un eccesso di plastica nuova e usa e getta è evidente in tutto il mondo, come in California, dove il governatore Gavin Newsom ha temporaneamente revocato il divieto ai sacchetti della spesa monouso per timore che il virus possa essere trasmesso tramite sacchetti riutilizzabili. Anche alcuni rivenditori, tra cui Starbucks, hanno smesso di consentire ai clienti di portare tazze, contenitori o borse della spesa riutilizzabili, temendo che possano essere vettori del coronavirus. Nelle economie asiatiche in rapida crescita, dove i sistemi di raccolta e riciclo dei rifiuti non sono riusciti a tenere il passo con l’aumento della quantità di rifiuti, la plastica usata viene spesso scaricata vicino a corsi d’acqua o incenerita, contaminando aria, acqua e suolo.

Hong Kong, una delle città più ricche del mondo, riversa il 70% dei suoi rifiuti nelle discariche. La Tailandia, che aveva vietato i sacchetti di plastica usa e getta nei principali negozi a gennaio e prevedeva di ridurre drasticamente i rifiuti di plastica nel 2020, ora prevede di vederli aumentare fino al 30%. Secondo il Thailand Environment Institute, Bangkok da sola ha consumato il 62% in più di plastica ad aprile rispetto ai 12 mesi precedenti, la maggior parte negli imballaggi alimentari.
Nel Regno Unito lo smaltimento illegale de rifiuti è aumentato del 300% durante la pandemia. In alcuni paesi le aziende che stanno promuovendo metodi innovativi di riciclo e riutilizzo della plastica di scarto segnalano la diminuzione dei flussi, mentre un volume crescente di plastica finisce nelle discariche o si disperde nell’ambiente.
In Bangladesh è stata stimata una produzione di quasi 16.000 tonnellate di rifiuti pericolosi di plastica durante il primo mese di lock-down dovuto alla pandemia. A Singapore un sondaggio rivela che durante il lock-down di otto settimane che è durato fino all’inizio di giugno, i 5,7 milioni di residenti hanno generato 1.470 tonnellate aggiuntive di rifiuti di plastica, derivate solo dagli imballaggi da asporto e dalla consegna di cibo a domicilio. Le maschere scartate si vedono spesso sui marciapiedi, uno spettacolo un tempo inimmaginabile, poiché l’abbandono di rifiuti è punito con pesanti sanzioni.

In assenza di sistemi di riciclo ben progettati molte città fanno affidamento su reti informali per raccogliere e smistare i rifiuti. A milioni di lavoratori è stato impedito di svolgere il proprio lavoro durante il blocco delle attività sociali e lavorative, alimentando il disagio economico, mentre più plastica viene inviata alle discariche e agli inceneritori.“Con l’inquinamento da plastica, bisogna affrontare il problema senza pesare sull’ambiente e creando opportunità di sviluppo economico e ricostruzione”, ha affermato Rob Kaplan, capo di Circulate Capital, con sede a Singapore, un fondo di investimento che ha recentemente annunciato che spenderà 6 milioni di dollari per l’acquisto di due riciclatori di plastica su piccola scala in India e Indonesia. “I rifiuti e il riciclo hanno ricevuto investimenti scarsi per 20 anni. Ora abbiamo l’opportunità di cominciare”.

L’attenzione del mondo della ricerca e di istituzioni come la Commissione Europea e il Parlamento Europeo che lavorano con costanza e attenzione per il miglioramento dell’ambiente e la promozione di un’economia circolare e sostenibile deve mantenersi molto alta in questa fase, per fare in modo che non si arretri nel percorso virtuoso intrapreso negli anni recenti.

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