Un pianeta rovente

Nonostante una dimostrazione così forte dell'unanimità del mondo scientifico di fronte al global warming, diverse analisi e sondaggi hanno rilevato che, al contrario, al livello di opinione pubblica allargata c'è una percezione errata sulla posizione del comunità scientifica. Cerchiamo di capirne il perché...
Giuseppe Nucera, 06 Novembre 2015
Micron
Micron
Videomaker e Comunicatore della Scienza

Il 2014 è stato rilevato come l’anno più caldo per la Terra dal 1880, conclusione alla quale sono arrivate contemporaneamente due diverse analisi scientifiche: la NASA e parallelamente la NOAA, entrambe istituzioni scientifiche statunitensi.
Ma quello del 2014 non è un caso isolato, non un eccezione; è un dato che si va a sommare a una serie di record manifestati negli ultimi 15 anni: infatti, da quando registriamo le temperature, i 10 anni più caldi sulla superficie terrestre, a parte la sola eccezione del 1998, sono tutti concentrati dall’anno 2000 in poi.
Questo fenomeno sarebbe la conseguenza di un trend di lungo periodo di surriscaldamento globale, osservato da diverse istituzioni attraverso l’analisi delle temperature della superficie terrestre.
Seppur realizzate con differenti tecniche di misurazione, le diverse ricerche convergono tutte verso una stessa identica conclusione: il pianeta nell’ultimo secolo sta subendo un incremento considerevole delle temperature.
Il Goddard Insititute of Space Studies (GISS) stima che la temperatura media della superficie terrestre abbia subito dal 1880 a oggi un incremento di circa 0,8 gradi Celsius (1,4 gradi Fahrenheit). Un incremento molto più considerevole rispetto alle analisi fornite da altri istituzioni scientifiche secondo cui tale la temperatura terrestre avrebbe visto un aumento intorno a un più limitato 0,6 gradi Celsius. Le proiezioni climatiche future, inoltre, mostrano un’alta probabilità che l’aumento della temperatura superi la soglia dei 2°C entro la fine di questo secolo.
L’allarme è particolarmente grave per il nostro Paese, per il quale si osserva una maggiore velocità a surriscaldarsi rispetto alla media globale e di altre terre emerse del pianeta. Come ha osservato l’ISAC, l’Institute of Atmospheric Sciences and Climate del CNR, il nuovo record raggiunto in Italia nel 2014 è stato di +1.45°C rispetto al trentennio 1971-2000, registrando un andamento negli ultimi decenni assai preoccupante: la tendenza del riscaldamento globale è per l’Italia una volta e mezzo quella delle media delle terre emerse e il doppio di quella di tutto il Pianeta.
Come ha affermato il direttore del GISS, Gavin Scmidt, il 2014 è solo “l’ultimo di una serie di anni caldi in una serie di decenni caldi”, a sottolineare come questo sia un fenomeno comprensibile solo attraverso la lettura di una tendenza a lungo termine, in gran parte determinata dalla crescita di anidride carbonica in atmosfera. Ciò che spaventa maggiormente è che la gran parte parte del riscaldamento si sia verificato nell’arco strettissimo degli ultimi tre o quattro decenni. Questo particolare fenomeno è ben osservabile all’interno della simulazione realizzata dal Goddard Space Flight Center della NASA, in cui sono rappresentate ogni ciclo temporale di 5 anni, le medie della temperatura globale registrate dal GISS tra il 1880 e il 2014.

UNA NUOVA CAUSA DEL RISCALDAMENTO GLOBALE
L’aumento delle temperature non è di per sé un problema in assoluto, in quanto fenomeno naturale registrato ciclicamente nella storia della terra dovuto a differenti variabili: variazioni minime dell’inclinazione dell’asse terrestre o della posizione della terra nell’orbita attorno al Sole; oppure una diversa ricezione della luce solare dovuta a mutamenti atmosferici o della superficie terrestre.
Ciò che preoccupa i climatologi è il fatto che il cambiamento climatico vissuto dalla Terra in questo secolo sia dovuto a un fattore completamente nuovo rispetto ai fenomeni naturali appena descritti. Infatti, ci sono diversi indicatori che mostrano come il riscaldamento che la superficie terrestre sta subendo in questa ultima fase sia principalmente dovuto a una nuova forza: l’attività umana.
Nel 2009 questo punto è stato largamente dimostrato da un lavoro realizzato dal NOAA, ricerca poi riassunta nel rapporto The state of the climate: uno dei più grandi lavori scientifici che ha dimostrato come l’impronta umana sia la principale causa del surriscaldamento globale contemporaneo. Nato dalla collaborazione di 300 scienziati provenienti da 160 gruppi di ricerca e appartenenti a 48 paesi differenti, la ricerca ha identificato 10 indicatori chiave, definiti dalla NOAA “planet-wide features”, ossia dei fenomeni naturali misurabili, osservabili nel tempo. Ebbene, lo spostamento registrato in questo secolo di tali indicatori non solo sarebbe coerente con il fenomeno del global warming, quindi l’aumento della temperatura globale, ma darebbe una prova inconfutabile dello human footprint: il fattore umano risulterebbe la causa principale del surriscaldamento globale contemporaneo.
Di questi 10 indicatori chiave, sette sono in aumento: la temperatura dell’aria sulla terra, la temperatura della superficie del mare, la temperatura dell’aria sopra gli oceani, il livello del mare, il calore dell’oceano, l’umidità e la temperatura nella troposfera, lo strato “meteo-attivo” dell’atmosfera più vicino alla superficie terrestre. Tre indicatori sono invece in calo: il ghiaccio del Mare Artico, la copertura di ghiacciai e la neve primaverile nell’emisfero settentrionale.

MAGGIOR CERTEZZA SCIENTIFICA SU UN FENOMENO COMPLESSO
Fino a qualche anno fa si pensava che il riscaldamento globale fosse unicamente legato all’aumento delle temperature, alla fusione dei ghiacciai e all’innalzamento del livello dei mari. Ma come abbiamo visto, le variabili che concorrono ad aumentare la complessità di questo processo sono numerose. Una complessità che si riflette nelle migliaia di articoli scientifici pubblicati sulle più prestigiose riviste scientifiche internazionali, su cui il mondo scientifico sta, dunque, facendo sempre più chiarezza.
L’Intergovermental Panel on Climate Change (IPCC), ossia il comitato ONU sul clima, è una delle istituzioni scientifiche più attive in tal senso: ogni 6 anni analizza e riassume in un unico rapporto analisi e articoli scientifici pubblicati sul cambiamento climatico. Un lavoro colossale in grado di far parlare tra loro la scienza dell’atmosfera e dei mari, la geologia e l’ecologia, l’idrologia e la glaciologia, l’economia e la sociologia, di valutare le azioni della diplomazia internazionale.
Il Quinto Rapporto IPCC, la cui approvazione da parte dei 195 paesi membri si è completata nel settembre 2014, rappresenta un punto d’arrivo importante per la definizione di alcuni aspetti cruciali del surriscaldamento globale:
1) Negli ultimi 20 anni, nel parere degli scienziati aumenta sempre più la probabilità secondo cui gli incrementi di temperatura media osservati nell’ultimo secolo siano causati dalle emissioni di gas a effetto serra prodotte dalle attività umane. Se nel secondo rapporto IPCC del 1995 tale probabilità viene data dai climatologi intorno al 50%, essa aumenta prima a un 66% nel Terzo Rapporto IPCC e a un 90% nella precedente valutazione, fino ad arrivare a superare la soglia del 95% nel Quinto ed ultimo Rapporto IPCC del settembre scorso.
Ormai si è praticamente certi che le emissioni umane di gas a effetto serra, in particolare quelle derivanti dall’uso di combustibili fossili, siano la causa dell’aumento delle temperature terrestri.
2) Le emissioni di gas a effetto serra sono crescenti nel tempo e hanno raggiunto nell’ultimo decennio un livello record mai riscontrato prima.
3) Le concentrazioni di gas serra in atmosfera hanno superato le 400 ppmv (parti per milione in volume) cosa che non era mai successa negli ultimi 800 mila anni di storia del pianeta, introducendoci quindi in un ambiente sconosciuto e molto rischioso, almeno in termini climatici.

VERSO UN ACCORDO VINCOLANTE SUL CLIMA
A vent’anni dalla prima Conferenza delle Parti (COP 1) tenutasi a Berlino nel 1995, nel prossimo dicembre si terrà a Parigi la COP 21: quello che sarà, molto probabilmente, un passo decisivo per il futuro accordo internazionale sul clima.
Tutti i paesi devono agire in fretta e insieme. È questa la sfida delle Parti della convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Infatti, secondo la conclusione a cui è giunto di recente il gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC), se non si interviene in fretta i mutamenti del clima produrranno effetti gravi, estesi e irreversibili sulla popolazione e sugli ecosistemi del mondo intero. Per evitare che la temperatura media del pianeta aumenti pericolosamente di oltre 2°C rispetto ai livelli preindustriali (il cosiddetto “obiettivo dei 2°C “) tutti i paesi dovranno ridurre in maniera consistente e costante le emissioni di gas a effetto serra. L’obiettivo della conferenza di Parigi sarà quello di concludere, per la prima volta in 20 anni di meditazione, un accordo vincolante e universale sul clima, accettato da tutte le nazioni.

I passi avanti compiuti in occasione della recente Conferenza sul Clima di Lima hanno gettato le premesse per la conclusione a Parigi di un accordo solido. La decisione più importante adottata a Lima riguarda le modalità con cui i paesi devono formulare e comunicare gli obiettivi di riduzione delle emissioni da essi proposti con largo anticipo rispetto alla conferenza di Parigi.
Infatti, come stabilito nella precedente Cop 20 di Lima, in questa prima metà dell’anno sono stati presentati 10 INDC (Intended nationally determined contribution): il pacchetto di misure che molti paesi intendono avanzare nel corso del summit di Parigi per il periodo 2020-2030, subentrando dunque a quelle del secondo periodo d’impegno del Protocollo di Kyoto.
Fino ad oggi sono stati presentati gli INDC da parte di 37 delle 195 Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, arrivando a coprire oltre il 31% delle emissioni globali. Dalla mappa fornita dal CAIT, Climate analysis indicators toll, è visibile come alcuni dei paesi maggior produttori di emissioni hanno già presentato questo pacchetto di misure: tra questi l’Unione Europea, che ha trasmesso i suoi impegni a nome di 28 Stati Membri, gli Stati Uniti e la Russia.
Il pacchetto europeo è uno tra i più ambizioni, mirando a una riduzione delle emissioni di gas serra di almeno il 40% nel periodo 2021-2030 rispetto ai livelli del 1990, da raggiungere in maniera congiunta fra gli Stati Membri dell’Unione Europea. Riduzione delle emissioni di gas serra del 26-28% entro il 2025, rispetto ai livelli del 2005 per gli Stati Uniti, mentre la Russia, nel periodo 2020-2030, mira a eliminare tra il 25 e il 30% le emissioni rispetto ai livelli nazionali del 1990.
Per promuovere un’azione collettiva che sia coerente con le conclusioni dell’IPCC, il protocollo di Parigi deve essere concepito in modo da realizzare riduzioni ambiziose di emissioni, con un obiettivo globale a lungo termine di cancellare il 60% delle emissioni mondiali entro il 2050, rispetto ai livelli del 2010. La COP 21 di Parigi arriva in un momento in cui la politica non può ignorare il consenso unanime raggiunto all’interno della comunità scientifica nel ritenere il fenomeno del surriscaldamento globale reale, dalla causa umana, che necessità, dunque misure urgenti condivise globalmente.


UNA SOLA VOCE ALL’INTERNO DELLA COMUNITÀ SCIENTIFICA
Nonostante quello del cambiamento climatico sia uno dei processi più complessi da studiare, va sottolineato come negli ultimi anni si stia sempre più raggiungendo l’unanimità all’interno della comunità scientifica in riferimento alle cause del fenomeno: quasi la totalità degli scienziati ritiene che il riscaldamento globale sia certo e che abbia come prima causa l’attività umana.
Quando però il dibattito esce dai confini della comunità scientifica, il consenso praticamente unanime che quest’ultima ha raggiunto sull’argomento spesso non viene percepito dal grande pubblico: si è convinti erroneamente che il mondo della scienza sia ancora diviso e caratterizzato da incertezza in merito al climate change.
Nel 2004, Naomi Oreskes ha realizzato una ricerca proprio partendo dalla divergenza riscontrabile tra il consenso manifetsato all’interno del mondo scientifico e come questo sia percepito da parte dei cosiddetti imprenditori morali: le figure nel mirino di Naomi Oreskes erano principalmente politici, economisti ma anche giornalisti, i quali, nel dibattito pubblico americano, spesso sostengono la mancanza di certezza nella comunità scientifica sul tema del global warming.
Ebbene, nella ricerca di Oreskes vengono analizzati 928 articoli scientifici pubblicati tra il 1993 e il 2003 arrivando a una chiara conclusione: nessuna pubblicazione scientifica rigetta il fattore umano come principale causa del surriscaldamento globale.
Un consenso riscontrabile nelle pubblicazioni scientifiche così come già aveva sottolineato il Terzo rapporto IPCC del 2001, a cui la ricerca di Naomi Oreskes fa stretto riferimento.
In tempi più recenti, una nuova e differente ricerca affronta il tema della percezione pubblica del consenso scientifico riguardo al surriscaldamento globale. L’autore principale è questa volta James Cook, il quale, a differenza di Naomi Oreskes, allarga molto i confini dell’analisi: con l’obiettivo di osservare l’evoluzione del consenso scientifico sul fenomeno del surriscaldamento globale, esamina 20 anni di pubblicazioni scientifiche, dal 1991 al 2011, selezionando gli articoli con argomento centrale il global climate change o il global warming.
In questa seconda ricerca, emerge di nuovo come tra gli scienziati ci sia un consenso allargato sul tema: circa il 97,1% degli articoli concordano, infatti, sul fatto che la causa principale del surriscaldamento globale sia umana. Le pubblicazioni che rigettano il fattore umano come prima causa per il fenomeno del riscaldamento risultano essere una piccolissima percentuale delle ricerche pubblicate.

UN CLIMA ROVENTE ANCHE DI OPINIONI
Nonostante una dimostrazione così forte dell’unanimità del mondo scientifico di fronte al global warming, più precisamente che il cambiamento climatico sia reale e che abbia causa umana, diverse analisi e sondaggi hanno rilevato che, al contrario, al livello di opinione pubblica allargata c’è una percezione errata sulla posizione del comunità scientifica.
Da uno studio americano, The consensu project, è stato rilevato un consistente gap tra il netto consenso dei climatologi e la percezione dell’opinione pubblica in merito a come la posizione della comunità scientifica sul cambiamento climatico sia realmente percepita. Infatti, a fronte di un 97% della comunità scientifica concorde sulla veridicità del cambiamento climatico e sul fattore umano come sua prima causa, l’opinione pubblica americana ritiene, erroneamente, che all’interno del mondo scientifico non ci sia unanimità. Con più esattezza, il pubblico della scienza americano è spaccato in un 45% che crede che ci sia un consenso unanime del mondo scientifico sul global warming, e un 55%, quindi la maggioranza, che ritiene, al contrario, che ci sia incertezza o che non ci sia un pensiero dominante sull’argomento.
La divergenza tra un consenso unanime del mondo scientifico nel considerare il climate change reale e causato dall’attività umana, da un lato, e la percezione pubblica di una comunità scientifica ancora incerta sull’argomento, dall’altro, viene definita consensus gap.

Il consensus gap risulta essere un fattore a cui dover prestare massima attenzione, soprattutto se si richiamano alcune ricerche sociali in merito al rapporto tra percezione della scienza, da una parte, e fiducia e comportamento sociale, dall’altra: con stretto riferimento al tema del global warming, infatti, molti studi hanno dimostrato come una corretta percezione del consenso scientifico sia una condizione indispensabile per l’accettazione, quindi la validità e l’efficacia, delle politiche da intraprendere per una riduzione del surriscaldamento globale. Specie per un argomento complesso come quello del global warming, quando l’opinione pubblica ritiene che non ci sia un consenso a livello scientifico, tale mancanza di certezza si tramuta in una minor spinta a sostenere azioni concrete e coerenti con ciò che la comunità scientifica realmente sostiene.
Dunque, il consensus gap pone l’attenzione a un fattore decisivo per il dibattito sul cambiamento climatico, quello della comunicazione pubblica delle scienza: chi svolge il ruolo di mediatore scientifico, dallo scienziato che si relaziona col pubblico al giornalista che tratta di scienza, deve avere piena consapevolezza della centralità del proprio ruolo. Da esso, infatti, non dipende solo il grado di apprezzamento che gli scienziati riscuotono a livello pubblico, ma l’atteggiamento e il comportamento che il proprio pubblico può manifestare, in base al grado di fiducia in ciò che crede la comunità scientifica.

Commenti dei lettori


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

    X