Un podcast per la tua ricerca

Abbiamo intervistato Julie Gould, produttrice e presentatrice di ‘Working Scientist’, il podcast di ‘Nature Career’ dedicato alle carriere di scienziati e ricercatori.
Stefano Porciello, 02 Aprile 2019
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

Julie Gould è una giornalista scientifica freelance con una formazione in fisica (Cardiff) e comunicazione della scienza (Imperial College). È la produttrice e presentatrice di Working Scientist, il podcast di Nature Careers dedicato alle storie e alle carriere dei ricercatori. Tra gennaio e febbraio i podcast di Julie si sono concentrati sui sistemi di finanziamento della ricerca scientifica e abbiamo deciso di intervistarla per scoprire cosa ha imparato da questa esperienza.
«L’obiettivo finale era quello di fornire una risorsa per i ricercatori all’inizio della loro carriera, dove potessero andare e trovare quelle informazioni che non sono altrove. Volevo fornire suggerimenti di esperti su come realizzare un’application davvero fantastica», dice. E così, nelle sei puntate dedicate all’argomento Julie è riuscita a produrre sia una sorta di “guida pratica” alla scrittura dei progetti per ottenere un grant – che, come sappiamo, sono tanto la croce e quanto la fortuna di ogni ricercatore – sia un’indagine più ampia su come i soldi vengono assegnati agli scienziati per le proprie idee. «Mentre facevo le mie ricerche ho trovato cose che volevo includere nella serie che non erano esattamente consigli su come realizzare una buona application», racconta: «Quindi la storia si è evoluta dalla scrittura di suggerimenti e trucchi in uno sguardo al sistema di finanziamento nel suo complesso, ad alcuni dei suoi problemi e alle possibili alternative».
Come funziona il finanziamento alla ricerca scientifica? Si tratta, in certi casi, solo di fortuna? O ci sono delle strategie – se non per assicurarsi la vittoria – perlomeno per essere davvero competitivi? C’è un metodo efficace per cancellare una volta per tutte il passaggio della peer review e continuare comunque a finanziare solo i progetti meritevoli? Vedremo. Ma prima di passare all’intervista vera e propria, vi ricordo che in fondo a questo articolo troverete una breve guida alle diverse puntate della serie.

FORTUNA, OBIETTIVITÀ E RUOLO DEL GOVERNO
«Quando stavo facendo le mie ricerche mi sono imbattuta in un articolo di Elizabeth Pier che ha completamente cambiato il mio modo di pensare al sistema di finanziamento e alla domanda di grant» racconta Julie. «Il paper di Elizabeth giunge alla conclusione che fondamentalmente ottenere o meno un finanziamento dipende dalla fortuna – se il tuo articolo è di qualità abbastanza alta e sei passato attraverso il filtro del sistema raggiungendo quel [gruppo del] 50% dei migliori paper», mi spiega, parlando nello specifico del sistema del National Institute of Health (NIH) americano. «Questo ha completamente cambiato la mia prospettiva su come le persone fanno domanda per ottenere finanziamenti. E mi ha fatto pensare che è molto più importante per le persone riuscire a capire il sistema di finanziamento su una scala molto più ampia piuttosto che concentrarsi sui singoli casi particolari», dice Julie.
Parafrasando i suoi pensieri, Julie ha creduto che, sì, raccogliere i consigli degli esperti sarebbe stato importante per i giovani ricercatori in cerca di finanziamenti, ma capire come funziona il sistema in cui sono inseriti gli avrebbe offerto davvero una marcia in più. Per questo è andata ben oltre, fino a chiedersi quale sia l’impatto che le scelte del governo possono avere sulla vita lavorativa dei ricercatori. «Hanno così tanto potere su dove allocare i finanziamenti!», riassume Julie. «E quindi, in ultima analisi, anche sulle carriere degli scienziati, perché la carriera di uno scienziato dipende da dove sono i soldi».
«Una delle altre cose che ho imparato è quanto sia soggettiva la valutazione dei grant», dice. «So che quando qualcuno guarda qualcosa ci proietta la propria interpretazione e [nelle decisioni] si baserà sulla sua esperienza e sulle sue conoscenze. Ma non mi rendevo conto che [il processo] potesse essere soggettivo al punto che anche se ci sono diversi revisori che fanno la review, non fa differenza: non fa differenza nel cercare di renderlo obiettivo, nel cercare di renderlo equo», mi spiega.
Ma se tutto questo è vero, a cosa servono i tips, i consigli per scrivere un’application di successo? Servono, dice Julie, perché ti aiutano a migliorarti, a gestire la situazione e a darti «le migliori possibilità di essere uno dei fortunati». Non tutto dipende dalla fortuna e ogni sistema è diverso: bisogna capire in quale contesto il ricercatore si trova a concorrere e come può massimizzare le possibilità di arrivare il più lontano possibile grazie alla sua application. «Il sistema potrà cambiare da Paese a Paese, da ente a ente, ma alla fine riuscire a orientarti potrà solo esserti utile», dice.

È POSSIBILE ANDARE OLTRE LA PEER REVIEW?
Ciò che ha portato Julie a investigare il finanziamento alla ricerca su una scala così ampia, comunque, non è stata una questione di giustizia, o di valutazione della fortuna necessaria ad ottenere un grant. «Uno dei problemi con l’attuale sistema di finanziamento è che si spende una grande quantità di tempo per preparare queste application», racconta Julie, tempo che potrebbe essere impiegato per la ricerca e che, invece, se ne va in burocrazia. In una delle interviste, Anne-Marie Coriat «Raccomanda alle persone di spendere dai 9 a 12 mesi per preparare la propria application. E per questo sono andata a indagare quali potrebbero essere dei sistemi per finanziare la ricerca scientifica che siano in grado di risolvere questa perdita di tempo».
Julie ha portato l’esempio di un esperimento del New Zealand Health Research Council: «Hanno creato un sistema di lotteria modificata per finanziare uno dei loro grant», spiega. «Sta dando buoni risultati, ma solo un esiguo numero di domande sono state finanziate in questo modo». In pratica, dopo una prima fase di revisione in cui viene valutata la validità scientifica, i progetti da sovvenzionare vengono scelti casualmente tra quelli che sono risultati abbastanza buoni e non devono invece subire un secondo scrutinio dei reviewer – quello che, secondo il paper di Elizabeth Pier, potrebbe finire per assegnare i fondi in maniera sostanzialmente casuale.
«Il sistema di lotteria modificata, in realtà sta solo sostituendo questo [secondo] processo di revisione», dice Julie: «Lo rende più trasparente, ma non sostituisce il fatto che le persone debbano impiegare un tempo incredibilmente lungo a scrivere queste application soltanto per la speranza di essere tra i “fortunati”».
Le chiedo una valutazione: «La mia preoccupazione è questa: non migliora o influisce sulla quantità di tempo speso per scrivere le domande di sovvenzione», dice.

E SE FOSSERO GLI SCIENZIATI A DISTRIBUIRE FONDI AI LORO PARI?
«L’idea di Johan Bollen di un’assegnazione di fondi auto-organizzata è un po’ come trasformare ogni singolo scienziato in un organismo di finanziamento individuale» dice Julie parlando di un modello che vorrebbe dare a ogni ricercatore il diritto-dovere di donare una certa parte dei suoi fondi, in modo completamente libero, ad altri scienziati. Julie sottolinea che questa idea non è mai stata messa in pratica, e per ora solo un modello informatico sembra aver dimostrato che potrebbe funzionare.
«Penso che ci siano sottostanti sfide umane a quel sistema», racconta Julie. «Se qualcuno deve donare parte del proprio denaro ad un altro scienziato, cosa gli impedisce di passarlo tutto ai propri amici, o di organizzarsi con un con un gruppo per mantenere i soldi tra di loro piuttosto che concentrarsi sul dirigere i soldi dove la ricerca è eccezionale? E, cioè, dove quei soldi sono necessari?».
Julie è preoccupata anche per i giovani ricercatori, che potrebbero trovarsi in grande difficoltà nell’ottenere la fiducia degli altri ricercatori, così come – sottolinea – si potrebbe finire per finanziare progetti che non dovrebbero ricevere alcun fondo. «Quindi, anche se forse funziona come un modello al computer, ho delle riserve sul fatto che [questa idea] possa funzionare come un vero sistema di finanziamento».

QUALI CONSIGLI PER MIGLIORARE LA PROPRIA APPLICATION?
Dopo tutto questo lavoro, secondo Julie ci sono almeno due consigli che bisogna tenere ben a mente. E non si tratta tanto di strategie pratiche quanto di due atteggiamenti, di due filosofie che possono essere utili sia nello scrivere un’application sia nella vita di tutti i giorni, sul proprio posto di lavoro o nelle relazioni con le altre persone.
«Penso che il più importante sia essere flessibile e aperto verso le critiche costruttive», dice Julie. Quando, prima di presentare la propria domanda ufficialmente, la facciamo leggere ai colleghi di cui ci fidiamo, potremmo ricevere commenti che non sono positivi. Bene, bisogna cambiare mentalità: questi sono «regali», dice Julie: «Regali che ti dimostrano come potresti migliorare il tuo lavoro, e quindi le tue chances di ottenere un finanziamento […] Credo che [pensare alle critiche in questa maniera] sia una capacità cruciale», conclude.
Julie puntualizza anche un altro aspetto tratto da una delle sue interviste: «L’application per un grant riguarda la vendita della tua ricerca, ma riguarda anche il saper vendere te stesso come la persona che sta per fare la ricerca», spiega. «E devi far capire ai revisori che la persona che sta per fare la ricerca è anche la persona migliore per portarla a termine».

L’IMPORTANZA DI RACCONTARE STORIE DI RICERCATORI
Chiedo a Julie, che ormai da tempo lavora con successo nel mondo del giornalismo scientifico, quanto sia importante raccontare le storie dei ricercatori al pubblico. Pubblico che, in molti casi, fa parte esso stesso del mondo scientifico. «Penso che sia incredibilmente importante», dice: «Perché come giornalista il tuo obiettivo è essere oggettivo e raccontare la storia così com’è. Raccogliere storie […] offre alcune informazioni su ciò che è possibile e ciò che le persone stanno facendo. E chi le ascolta può relazionarsi con quelle esperienze».
La forza di leggere una storia non sta nel suo essere personale, ma nella sua potenzialità di offrire un termine di paragone con sé stessi. «Condividere esperienze dà davvero alle persone un suggerimento su ciò che è possibile», dice Julie: un percorso di vita, una svolta di carriera, un’opportunità per sfruttare le proprie capacità a cui, forse, non si è pensato da soli.
Si tratta di un approccio che Julie ha usato e usa anche in altri progetti. Il suo blog Science mamas raccoglie proprio le storie delle mamme-scienziate che, come lei, lavorano nel mondo della ricerca. E, forse, è un approccio che funzionerà anche nella prossima serie di Working Scientist podcast: la troverete online dalla prima settimana di aprile e indagherà il modo in cui le nuove tecnologie «Stanno cambiando il modo in cui gli scienziati lavorano, come si fa la scienza e come funzionano le università».

ASCOLTA I PODCAST DI JULIE: LA NOSTRA GUIDA

Vi proponiamo una piccola guida ai podcast che Julie ha pubblicato su Nature Careers. Durano una decina di minuti l’uno, e sono seguiti dagli interessanti contributi sponsorizzati dell’European Research Council.

Le prime tre puntate sono quelle più specifiche, dedicate su come scrivere il proprio progetto. Eccole qui:
1.La fortuna gioca un ruolo importante nella vincita di un finanziamento? Sì, almeno nell’NIH americano. Tuttavia, le debolezze di un progetto di ricerca sono facilmente individuabili, e si può lavorare su quelle, così come è importante far tesoro delle critiche e dei suggerimenti di chi vi ha bocciato > Vai al podcast.
2.Presentatevi come si deve! Scrivete il progetto dopo aver già ottenuto dei forti dati preliminari e spiegate per quale motivo siete le persone giuste per ricevere quei soldi > Vai al podcast
3.Quali sono i dettagli che i reviewers vogliono vedere nella vostra application? Non dimenticate di spiegare come arriverete a ottenere i risultati per cui chiedete un grant, come minimizzerete i rischi, qual è il piano B se qualcosa non funziona > Vai al podcast

Se volete approfondire, le ultime tre puntate sono dedicate a un’indagine più ampia su come sono organizzati i sistemi di finanziamento della ricerca scientifica e al dibattito su come potremmo riformarli.
Il primo parla di come funziona il nuovo sistema inglese basato sull’agenzia “UK Research and Innovation” (è, forse, il meno interessante).
Il secondo è caratterizzato da un’intervista a Michael Teitelbaum, autore di “Falling Behind? Boom, Bust & the Global Race for Scientific Talent”. Spiega come funzionano quelli che, dice, sono dei cicli politici di finanziamento della ricerca. Per motivi contingenti si decide di concentrare i fondi del governo in un ambito specifico (come sul settore aerospaziale americano dopo il lancio dello Sputnik nel 1957), facendo delle scelte di politica della ricerca che poi si rivelano insostenibili nel lungo periodo. Assolutamente consigliato: il lavoro di Teitelbaum si concentra sugli Stati Uniti, ma riesce a mostrare quanto la carriera degli scienziati e la capacità innovativa della scienza siano influenzate dalle scelte politiche.
Infine, l’ultima puntata è dedicata a diversi esperimenti trovare una soluzione allo “spreco” di tempo e risorse sia nello scrivere i progetti che, poi, nella scelta di quali ricerche finanziare: peer review, una lotteria (quasi) casuale, o donazioni obbligatorie tra ricercatori?.

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