Un ponte tra scienza e politica

Scienza e politica si parlano abbastanza? Non secondo #ScienzaInParlamento, l’iniziativa che vuole creare un ufficio indipendente di consulenza scientifica e tecnologica per supportare il lavoro dei parlamentari italiani. Ne parliamo con uno dei fondatori, Alessandro Allegra.
Stefano Porciello, 09 Agosto 2019
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Relazioni internazionali e Studi europei

«La nostra non è un’iniziativa per la scienza. È un’iniziativa per la democrazia». È quanto dice Alessandro Allegra, dottorando di ricerca alla UCL di Londra e tra i fondatori e coordinatori di #ScienzaInParlamento, la raccolta firme lanciata il 4 aprile scorso per promuovere la creazione di un ufficio permanente e indipendente in grado di fornire consulenza scientifica e tecnologica d’eccellenza al Parlamento italiano.
«Per noi è molto importante avere tra i firmatari non soltanto chi fa ricerca, ma chi si interessa per esempio ai temi del buongoverno, della democrazia, della trasparenza», dice Allegra: «Abbiamo deciso di focalizzarci sul Parlamento per una serie di motivi: in parte perché è forse l’organo in Italia che ha meno accesso in maniera strutturata all’expertise scientifica, che noi riteniamo essere comunque necessaria per la sua attività; […] in parte perché il Parlamento rappresenta il luogo, il forum di rappresentanza degli interessi democratici».
Tra gli oltre 6.000 firmatari ci sono tanti attori diversi: cittadini, politici, accademici, scienziati e ricercatori. E le grandi fondazioni. «Soprattutto in ambito biomedico», afferma Allegra, che ricorda come sin dai suoi primi passi la petizione sia stata sostenuta da Fondazione Veronesi, Telethon, AIRC, e tanti altri attori di prestigio del mondo della ricerca italiana.

CREARE UN PONTE TRA SCIENZA E POLITICA
«Secondo me il problema è che in questo momento il dialogo tra scienza e conoscenza scientifica da una parte, e la politica nella sua forma parlamentare avviene in maniera troppo frammentata […] o comunque non sistematica», dice Allegra. In Italia esistono diversi strumenti a disposizione del legislatore parlamentare per informarsi prima di deliberare: ci sono i servizi studi di Camera e Senato, che fanno analisi anche molto approfondite «che però tendono ad essere perlopiù di natura giuridico-economica», afferma Allegra. Ci sono poi senatori e onorevoli che hanno competenze scientifiche o una storia di ricerca alle spalle ed esiste il sistema delle audizioni parlamentari (formali e informali) attraverso il quale esperti di qualsiasi materia possono essere chiamati ad intervenire davanti alle commissioni.
Ma come vengono scelti questi esperti? Chi si occupa della selezione delle informazioni su un determinato tema di natura scientifico-tecnologica da passare ai parlamentari?
«A volte, fare esperienza fuori ti permette di vedere cose a cui magari non avresti pensato», racconta Allegra, che è segretario dell’Association of Italian Scientists in the UK e che dopo aver fatto esperienza alla Royal Society, alla Commissione europea e all’UNESCO ha anche collaborato ad alcune iniziative del celebre POST (Parliamentary Office of Science and Technology), l’ufficio di consulenza scientifica del parlamento britannico.
Perché l’idea che un parlamento potrebbe avere bisogno di un ufficio scientifico non nasce dal nulla: «Magari non ci si pensa. Però nel momento in cui ci si rende conto che tanti altri lo hanno (e ne traggono beneficio) allora ci si chiede se magari anche per noi potrebbe essere una soluzione, qualcosa di utile».
Ed ecco nato il progetto, sulla scia di un’esperienza simile partita in Spagna nel 2018 e che è riuscita – non senza difficoltà – a ottenere un largo appoggio da parte del mondo politico spagnolo e, infine, un primo finanziamento dell’iniziativa. Un processo in divenire, così come quello pensato per l’Italia, e che è ancora lontano dal concludersi.
Ma quale sarebbe il valore aggiunto di un ufficio parlamentare come quello immaginato da #ScienzaInParlamento? Potrebbe innanzitutto offrire ai parlamentari una literature review, una sintesi dello stato dell’arte, o aiutare a costruire una programmazione strategica di lungo periodo su questioni in divenire e su cui i ricercatori si stanno ancora interrogando. Scienza e società si influenzano a vicenda, questo è certo: non è detto, però, che il decisore politico sia in grado di afferrare la portata e gli effetti degli ultimi sviluppi tecnologici senza l’aiuto di una traduzione, fatta da scienziati e divulgatori, del dibattito scientifico in corso su una determinata materia. «Questo tipo di lavoro che noi proponiamo non vuole sostituirsi alla deliberazione politica, ma piuttosto vuole coadiuvarla» fornendo una base comune su cui costruire poi un dibattito informato e basato sulla conoscenza, afferma Allegra.
Ma se questo è il fine, non potrebbe bastare modificare gli organismi già esistesti, o costruire una sinergia più stretta tra parlamento e mondo della ricerca? «Un’analisi completamente indipendente può essere fatta anche in ambito accademico», spiega Allegra: «Ma il valore di un ufficio che lavora a stretto giro col parlamento è che ne capisce le esigenze. Esigenze che sono sia politiche ma anche tecniche, nel senso di conoscere i tempi, le modalità, le restrizioni [del] parlamento – e quindi proporre soluzioni, informazioni che rispecchino la realtà del modo di lavorare [dell’istituzione]»

INDIPENDENZA E PERMANENZA PER LA CREDIBILITÀ
Ed è a questo punto che si pone il problema fondamentale della governance e del funzionamento di questo ufficio, che i promotori di #scienzainparlamento non hanno mai definitivamente chiarito. Gli esempi, nel mondo, sono tanti: dal Regno Unito al Parlamento Europeo, dalla Germania alla Svezia, il funzionamento dei diversi uffici cambia leggermente da paese a paese. «Diciamo che tutti questi modelli sono più ibridi di quello che può sembrare a prima vista. Nel caso britannico l’ufficio POST è un ufficio composto da funzionari di formazione scientifica, ma guidato da un comitato fatto da politici che ne guida la direzione di lavoro. Nel caso europeo il comitato è fatto da politici […] ma poi l’unità di supporto in realtà è composta da funzionari di formazione scientifica che operano anche di propria iniziativa», dice Allegra.
E per l’Italia? «Sarebbe ingenuo pensare che un modello istituzionale che funziona in un paese si possa traslare direttamente in un altro», spiega. «Quindi abbiamo cercato di trovare un equilibrio tra alcuni principi, che secondo noi, sono importanti e che vediamo attuati in altre realtà, senza però essere eccessivamente prescrittivi su come vadano realizzati». Se il modello è quindi in costruzionesono coinvolti nel dialogo con #ScienzaInParlamento parlamentari, studiosi e funzionari dei servizi studi di Camera e Senato – per i promotori bisogna assicurare soprattutto che l’ufficio di consulenza possa essere indipendente e permanente. A garanzia che gli esperti non cambino con l’alternarsi delle maggioranze e che l’ufficio non possa essere chiuso tra una legislatura e un’altra.
Credibilità e competenza dovrebbero diventare la base per riuscire a creare un ufficio di consulenza scientifica efficace, tenendo però presente la tensione che c’è tra indipendenza e rilevanza. «Un coinvolgimento della parte politica è fondamentale per dare legittimità a un organismo di questo tipo e per assicurarne una rilevanza politica», sostiene Alessandro Allegra, sottolineando però che «dall’altra parte, non può essere in una posizione in cui diventa una sorta di cortigiano, in cui dice al potere quello che il potere vuole detto. Bisogna trovare un equilibrio per cui il lavoro sia comunque indirizzato da quelle che sono necessità del decisore politico senza che questo vada a distorcere le risposte».

L’AGENDA PER IL FUTURO, GUARDANDOCI INTORNO
Aspettando di vedere come si concluderà la raccolta firme, il dialogo per costruire il progetto vero e proprio continua insieme alla costruzione di una rete trasversale di supporto all’iniziativa che passa per il mondo politico, quello della ricerca e la società civile. Tenendo d’occhio (e studiando) anche tutto quel che avviene nel resto del mondo, ben sintetizzato su Scienzainrete da Chiara Sabelli. Tuttavia, «bisogna fare attenzione a non semplificare eccessivamente questi ecosistemi istituzionali che sono molto complessi e che sono il frutto di uno sviluppo [durato] tanti anni» puntualizza Alessandro Allegra, facendo notare che il POST – che non fa alcuna raccomandazione ai parlamentari, ma si limita ad offrire analisi puntuali e ben verificate – sia in realtà inserito in un complesso network di relazioni, che coinvolge tanto l’accademia quanto il mondo politico. Solo in Regno Unito, a fianco del POST ci sono ben due commissioni – una per la Camera dei Comuni e una per la Camera dei Lord – dedicate proprio alla discussione e al controllo di qualunque tema «abbia a che fare con la scienza e la tecnologia in senso lato».
Non sarà facile capire, interpretare e trasformare quanto fatto altrove nel sistema istituzionale italiano: non si tratta soltanto di creare un organismo, ma di diffondere un’idea, costruire una cultura decisionale che incorpori capacità, attitudini e conoscenze scientifiche. «Non ci si arriva da un giorno all’altro», dice Allegra: «Il POST ha celebrato 30 anni pochi mesi fa. Quindi diciamo che non bisogna pensare che gli altri sono più bravi di noi, semplicemente che le cose richiedono tempo e lavoro».

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