Una nuova arma contro la malaria

Colpisce più di duecento milioni di persone ogni anno e ne uccide circa mezzo milione. Con questo pesante bilancio, la malaria è la seconda malattia infettiva più diffusa al mondo. Provocata dai parassiti del genere Plasmodium trasportati dalle zanzare Anopheles, la malaria resta, di fatto, ancora senza un vaccino efficace. E ad aggravare la situazione, […]
Francesca Buoninconti, 01 Novembre 2017
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Giornalista scientifica

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Colpisce più di duecento milioni di persone ogni anno e ne uccide circa mezzo milione. Con questo pesante bilancio, la malaria è la seconda malattia infettiva più diffusa al mondo. Provocata dai parassiti del genere Plasmodium trasportati dalle zanzare Anopheles, la malaria resta, di fatto, ancora senza un vaccino efficace. E ad aggravare la situazione, ci sono i farmaci che iniziano a diventare inefficaci, visto che i Plasmodium – in particolare il Plasmodium falciparium, responsabile della forma più grave di malaria – hanno iniziato a sviluppare una certa resistenza a questi medicinali.
Ma dalla Svizzera, attraverso le pagine di Science, arriva una buona notizia. Il team guidato da Dominique Soldati-Favre, microbiologa dell’Università di Ginevra, ha trovato il modo di bloccare due enzimi fondamentali per la riproduzione e la diffusione del parassita responsabile della malaria. Una scoperta che potrebbe quindi spezzare la catena del contagio.
Il plasmodio ha un ciclo vitale molto complesso: quando una zanzara infetta punge l’uomo, il parassita raggiunge rapidamente il fegato dove inizia a riprodursi per poi passare nel flusso sanguigno e attaccare i globuli rossi. Una volta tornato in circolo nel sangue viene ripescato da una zanzara e inizia nuovamente il ciclo. La sua sopravvivenza, quindi, dipende strettamente dalla sua capacità di penetrare e infettare nuove cellule e di uscirne bucando la loro membrana cellulare, andando in cerca di una nuova cellula sana.
I ricercatori dell’Università di Ginevra, in collaborazione con l’Università di Berna, hanno scoperto che queste capacità dipendono in particolare da due proteasi, ovvero due enzimi che agiscono sulle proteine: Plasmepsina IX e X. Una è essenziale per produrre i fattori coinvolti nella perforazione della membrana plasmatica delle cellule, quindi per consentire al parassita di entrare e uscire da una cellula. La seconda agisce invece sulle adesine: proteine necessarie per invadere le cellule ospite.
Il team svizzero ha così scoperto che una particolare molecola, il complesso 49c, è in grado di inibire l’azione di questi due enzimi sia nel Plasmodium falciparum che nel Plasmodium berghei, in vitro e in vivo. Secondo quanto pubblicato su Science, a quarantott’ore dalla somministrazione dell’inibitore il 99,9% dei parassiti era scomparso. Un profilo di uccisione paragonabile alla clorochina, il principale farmaco con cui fino ad oggi è stata trattata la malaria. Farmaco che però inizia a essere inefficace per via della resistenza sviluppata da Plasmodium. Proprio per questo, l’inibitore 49c potrebbe rappresentare il vero cavallo di Troia per debellare la malaria: agendo allo stesso tempo su due attività differenti regolate da due enzimi diversi, la probabilità che Plasmodium riesca a sviluppare una resistenza si fa davvero molto bassa.

APPELLO DEI RICERCATORI ITALIANI AL GOVERNO
Una nuova arma contro la malaria che potrebbe davvero farci avvicinare di qualche passo a uno degli obiettivi 2030 dell’ONU: porre fine alle epidemie di malaria, Aids, tubercolosi e malattie tropicali.
La scoperta arriva in un momento in cui, almeno in Italia, la malaria è tornata sulle pagine di cronaca. Troppo spesso accompagnata da paure irrazionali e polemiche. Ne sono la terribile testimonianza la triste storia di Sofia, bimba di 4 anni morta a Trento dopo aver contratto la malaria falcipara, e la storia dei braccianti di Taranto che hanno contratto la malattia qui sul suolo italiano. Nonostante, infatti, il nostro Paese sia stato dichiarato libero dalla malaria nel 1970 dall’OMS, ancora oggi persiste un fenomeno di anofelismo residuo, cioè la presenza di zanzare Anopheles in alcune aree della penisola. E sebbene la maggior parte dei circa 650-700 casi all’anno di malaria in Italia siano per lo più “di importazione”, di turisti di ritorno da viaggi in paesi tropicali, possono verificarsi dei casi autoctoni.
Non dobbiamo infatti dimenticarci che prima di essere “liberata” dalla malaria, l’Italia è stata per secoli il paese europeo più colpito da questa malattia, endemica sin dall’Antica Grecia. Attraverso la storia della sua eradicazione possiamo ripercorrere la storia del nostro Paese e dei suoi uomini di scienza. Sì perché l’Italia ha sempre avuto un ruolo di spicco nella lotta alla malaria, a partire dalla fine dell’Ottocento. È stato grazie a Giovanni Maria Lancisi, Camillo Golgi, Giovanni Battista Grassi, Ettore Macchiafava, Angelo Celli, Amico Bignami e Giuseppe Bastianelli se abbiamo scoperto che la zanzara Anopheles è il vettore della malaria, come funziona il ciclo del Plasmodium e quali specie sono responsabili delle varie forme di malaria. Non dobbiamo dimenticare neanche che è a Roma che si tenne il primo congresso internazionale sulla malaria, in seguito al quale nacquero le prime scuole di malariologia.
Ma, paradossalmente, una volta liberato e bonificato il bel Paese dalla malaria, la ricerca italiana si è quasi dimenticata di questa malattia. Non perché non ci siano ricercatori disposti a studiarla. Ma per il taglio cronico di fondi pubblici alla ricerca italiana.
Così mentre, negli ultimi 15 anni, l’impegno finanziario internazionale nella lotta alla malaria è cresciuto di venti volte e i maggiori Paesi industrializzati europei hanno continuato a destinare ingenti risorse economiche allo studio di questa malattia, il finanziamento pubblico italiano riservato alla ricerca malariologica è stato praticamente nullo. «I pochi gruppi di eccellenza attivi in questo campo hanno vissuto e vivono quasi esclusivamente grazie a fondi ottenuti da agenzie internazionali o fondazioni private». Una realtà difficile, messa nero su bianco nella lettera di indirizzata alle ministre della Salute e dell’Istruzione, Università e Ricerca Beatrice Lorenzin e Valeria Fedeli da 126 scienziati italiani dell’Italian Malaria Network. Un appello che arriva accorato alla vigilia della Conferenza sulla Salute del G7 e all’indomani dei recenti casi di cronaca italiana, con cui gli esperti vogliono ricordare anche che «l’intensità dell’attuale movimentazione globale di merci e persone espone anche i Paesi come il nostro, dove la malaria è stata eliminata, al rischio del ritorno di questa malattia, come è stato in Grecia dal 2010 al 2013».

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