Una relazione pericolosa

Disturbo da stress post-traumatico, perdita dell’autonomia, dell’identità personale e occupazionale, aumento dell’aggressività, ansia, depressione. Sono alcuni dei possibili effetti del cambiamento climatico sulla salute mentale secondo un report dell’Associazione americana degli psicologi e dell’organizzazione ecoAmerica.
Sara Mohammad, 20 Aprile 2017
Micron
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Comunicazione della scienza e neuroscienze

Trauma, shock, disturbo da stress post-traumatico, perdita dell’autonomia, perdita dell’identità personale e occupazionale, aumento dell’aggressività, ansia, depressione, suicidio. È così che il cambiamento climatico minaccia la salute mentale, secondo un report dell’Associazione americana degli psicologi e dell’organizzazione statunitense senza scopo di lucro ecoAmerica. Le due associazioni hanno pubblicato qualche settimana fa una versione aggiornata di Beyond storms and droughts: the psychological impacts of climate change (2014), dove non si limitano a descrivere gli effetti del cambiamento climatico sul benessere psicofisico, ma propongono una serie di consigli pratici su come informare e rendere proattiva la popolazione.

L’IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO SULLA SALUTE
Gli autori distinguono gli effetti che colpiscono l’individuo da quelli che colpiscono la collettività e, per ciascuna categoria, individuano effetti acuti ed effetti cronici, a seconda che l’effetto sia la conseguenza di un evento estremo (per esempio un uragano) oppure di cambiamenti climatici più diluiti nel tempo (come il riscaldamento globale).
I grandi disastri naturali possono produrre nell’individuo traumi psicologici e stati di shock immediati, che si manifestano sotto forma di ansia generalizzata e, con minore frequenza, depressione, tendenza all’abuso di alcol e di droghe. Come dimostrano le ultime review, lo stress traumatico di tipo acuto è l’effetto più comune ma, per fortuna, nella maggior parte delle persone i sintomi diminuiscono sensibilmente quando la situazione torna alla normalità. Tuttavia, nei casi in cui i sintomi persistono, il trauma può diventare una condizione cronica, fino a portare alla diagnosi di disturbo da stress post-traumatico (Post-traumatic stress disorder, PTSD). In un campione di popolazione residente nelle zone colpite dall’uragano Katrina, nel 2005, gli operatori sanitari hanno rilevato che addirittura una persona su sei soddisfaceva i criteri diagnostici per il PTSD.
A lungo termine il cambiamento climatico può incidere anche sui livelli di aggressività e violenza (sono ben documentate nella letteratura scientifica le relazioni fra le alte temperature e l’inclinazione a comportarsi in modo aggressivo, relazione di cui abbiamo già parlato qui), sulla “solastalgia” (un neologismo che riassume il senso di desolazione e di perdita simile a quello provato dai migranti che sono costretti a lasciare le proprie abitazioni), sulla sensazione di aver perso la propria autonomia, la propria identità personale e professionale. Possono sembrare effetti secondari, ma in realtà sono conseguenze che impediscono la realizzazione di bisogni psicologici centrali per il benessere umano.
Oltre a minacciare la salute e il benessere dell’individuo, il cambiamento climatico influenza il modo in cui i singoli individui si relazionano tra loro, minacciando la coesione sociale. Quando le condizioni ambientali costringono parte della popolazione ad abbandonare le proprie case (secondo alcune stime, entro il 2050 saranno duecento milioni i rifugiati ambientali), le reti sociali si incrinano, perché le comunità si disperdono in direzioni diverse, mettendo a rischio il senso di appartenenza dell’intera collettività. Ci sono prove recenti che dimostrerebbero come nell’origine del conflitto civile in Siria abbia avuto un ruolo significativo la siccità che ha colpito la regione tra il 2007 e il 2010, contribuendo a sfaldare una società già profondamente vulnerabile.

IL PROBLEMA DELLA DISUGUAGLIANZA
L’impatto che il cambiamento climatico esercita sulla salute umana ha anche un altro problema, e cioè quello di non essere equamente distribuito. Tra la popolazione mondiale, c’è chi vivrà in prima persona i disastri naturali, chi ne farà esperienza in maniera graduale e chi ne sarà influenzato solo in maniera indiretta. Gli autori del report dedicano un’intera sezione a questo aspetto, identificando almeno sette tipi di popolazione a maggiore vulnerabilità: le comunità che vivono in zone a rischio (o perché la loro sussistenza dipende in primo luogo dall’ambiente naturale o perché non hanno le risorse socioeconomiche per combattere le emergenze ambientali), le comunità indigene (la cui identità culturale è spesso costruita sul legame con la natura), i bambini e i neonati (che sono più sensibili e hanno meno possibilità di difendersi), le comunità svantaggiate, alcune categorie lavorative (secondo l’Environmental Protection Agency statunitense, chi lavora all’aperto è più vulnerabile agli effetti del riscaldamento globale) e altre popolazioni di interesse (per esempio, chi è affetto da invalidità accede più difficilmente ai servizi di primo soccorso).

CONTRASTARE L’IMPATTO DEL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Il report si conclude con alcuni suggerimenti per ridurre al minimo gli effetti provocati dal cambiamento climatico sulla salute dell’individuo e della collettività. In generale, gli autori accentuano la necessità di avere popolazioni resilienti, per rafforzare la capacità del singolo e, quindi della comunità, di far fronte alle avversità causate dal clima che cambia.
Il riscaldamento globale e l’innalzamento del livello del mare non sono scenari lontani e impossibili, ma eventi che stanno già accadendo. L’arma migliore che abbiamo a disposizione per limitare i loro danni è accrescere la nostra resilienza personale, promuovere l’autocontrollo e la cooperazione attiva, migliorare i servizi sanitari che si occupano di salute mentale, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la coesione sociale. E, ovviamente, continuare a combattere il cambiamento climatico.

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