Un’agricoltura non sostenibile mette a rischio il futuro del pianeta

Sia per ridurre l'inquinamento dell'aria che per abbassare i livelli di emissioni di gas serra, e quindi sul fronte del riscaldamento globale, è cruciale ripensare l'industria dell'agricoltura. Lo ribadisce ancora una volta l'ultimo rapporto annuale dell'Agenzia Europea dell'Ambiente.
Cristina Da Rold, 02 Novembre 2017
Micron
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Giornalista scientifica

Sia per ridurre l’inquinamento dell’aria che per abbassare i livelli di emissioni di gas serra, e quindi sul fronte del riscaldamento globale, è cruciale ripensare l’industria dell’agricoltura. Lo ribadisce ancora una volta l’ultimo rapporto annuale dell’Agenzia Europea dell’Ambiente, pubblicato il 6 ottobre scorso e che riporta i dati aggiornati al 2015 (qualche giorno con Il mal d’aria che continua a colpire l’Europa” abbiamo esaminato la situazione relativa alle emissioni di particolato).
Un’agricoltura non sostenibile, intensiva, mette infatti il nostro pianeta e le nostre vite al centro di una doppia morsa: da un lato contribuendo all’inquinamento dell’aria attraverso l’emissione di ammoniaca (NH3), particolati (PM), solfati (SOx), ossidi di azoto (NOx); dall’altro con l’emissione di gas serra come metano (NH4), ossidi di diazoto (N2O) e in misura minore anidride carbonica. Una morsa che va stringendosi, dal momento che queste sostanze si influenzano negativamente a vicenda. Il metano, insieme agli inquinanti ossidi di azoto e composti organici volanti contribuiscono infatti alla formazione del temutissimo ozono troposferico (O3), e l’ammoniaca gioca un ruolo nella formazione del PM secondario.
Secondo quanto riporta l’EEA, dal 2000 a oggi le emissioni ammoniaca dall’agricoltura sono diminuite del 7%, quelle di PM10 del 19%, quelle di benzoapirene (BaP) del 18%, mentre abbiamo assistito a un aumento del 6% delle emissioni di composti organici volanti (NMVOC). Sul fronte dei gas serra la diminuzione negli ultimi 15 anni, le emissioni di metano e ossido di diazoto è stata rispettivamente del 7 e del 5%.

Fonte: Air quality in europe 2017

Ma non basta. Secondo le stime dell’EEA, l’Europa dovrebbe ridurre le emissioni di ammoniaca dall’agricoltura di un ulteriore 6% rispetto al 2005 entro il 2029 e poi procedere a ritmo di un calo del 19% a partire dal 2030.
Il problema è che queste diminuzioni riguardano il paragone con l’anno 2000, ma se andiamo a vedere i grafici delle emissioni dal settore dell’agricoltura anno dopo anno, notiamo che dal 2006-2007, cioè negli ultimi 10 anni, non abbiamo certo lavorato per migliorare le cose: siamo grosso modo alla situazione del 2005. Anzi: per il secondo anno consecutivo si è registrato un aumento dell’1,7% delle emissioni di ammoniaca da processi agricoli. Una delle ragioni di questo aumento di ammoniaca – spiegano gli esperti – è la presenza di allevamenti di maiali e polli molto sempre più estesi, a scapito delle piccole fattorie, senza che a questo ampliamento delle dimensioni delle strutture sia corrisposto un implemento di misure atte a contenere le emissioni.
L’agricoltura infatti, si sa, è una delle prime fonti di inquinanti: il 94% delle emissioni di ammoniaca nel 2015 deriva dall’agricoltura, così come il 10% dei gas serra rilasciati in atmosfera e il 78% dell’ossido di diazoto. È inoltre la terza fonte di emissioni di PM10 (il 15% delle emissioni totali di PM10 nel 2015 è dovuto all’agricoltura).
L’aspetto interessante dell’approfondimento dell’EEA è la presenza di proposte concrete che potrebbero ridurre le emissioni, a partire dal diminuire l’uso dei fertilizzanti per abbassare i livelli di PM10. Un’operazione che però richiede di ripensare alla logica dell’industria agricola.
In particolare il progetto AgriClimateChange ha individuato 128 azioni su quattro paesi che potrebbero tradursi in una riduzione media del 10% delle emissioni di gas serra e del 10% del consumo di energia a livello aziendale. Tali riduzioni sono coerenti con gli impegni dell’UE in materia di mitigazione e di riduzione dei consumi di energia: la strategia europea 20-20-20, che mira fra le altre cose a rendere i consumi energetici più efficienti del 20%, e la roadmap 2050 verso un’economia a basse emissioni di carbonio, per il settore agricolo, con una riduzione delle emissioni di gas serra del 36-37% entro il 2030 e del 42-49% entro il 2050.

Le misure proposte dall’EEA sono le seguenti:
– misure agronomiche, tra cui il bilancio dell’azoto a livello aziendale e l’introduzione di leguminose per migliorare la fertilità e aumentare l’assorbimento del carbonio. A queste si aggiunge l’abitudine di coprire le colture per ripristinare la fertilità e ridurre la necessità di utilizzare fertilizzanti azotati;
– misure sulla gestione degli allevamenti bestiame, tra cui migliorare lo stoccaggio di letame e di stallatico e utilizzarlo per alimentare impianti di biogas;
–  misure energetiche: uso della biomassa per il riscaldamento, maggiore diffusione delgi impianti fotovoltaici, riduzione del consumo di carburante; e riduzione del consumo di elettricità;
– misure agroambientali come incoraggiare le aziende a sviluppare pratiche agricole a basse emissioni di carbonio e basate sulle competenze degli agricoltori e sui loro interessi.

 

Commenti dei lettori


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  1. Gianluigi Salvador
    Peccato che l'EEA non dica anche di ridurre, anzi eliminare i pesticidi di sintesi, sconosciuti all'evoluzione, progettati per uccidere la vita ed i fattori ambientali e gettati scientificamente nelle campagne per produrre cibo!!! L'EEA penso debba rispondere di quello che dice a qualche casa chimico-farmaceutica o agro-alimentare, o sementiera, o a tutte e tre visto che si sono messe assieme per controllare il processo di produzione del cibo (non quello sano).
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