Un’esperienza di ricerca sul confine di tre stati europei

Anna è all’interno del laboratorio di ricerca biomedica dell’Ospedale universitario di Basilea, in Svizzera, per testare un dispositivo microfluidico di sua progettazione. La sua è la prima di una serie di storie di giovani che sono partiti a fare ricerca all’estero e che vogliamo da oggi raccontare nella nuova rubrica di micron Galapagos – la ricerca senza confini.
Stefano Porciello, 16 Maggio 2016
Micron
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Relazioni internazionali e Studi europei

Con questo primo articolo parte Galapagos – la ricerca senza confini, la nuova rubrica di micron che cercherà di indagare le motivazioni, le sfide e le storie di chi fa ricerca. All’estero. O in Italia, perché tanti si mettono in viaggio per studiare nel nostro Paese. Vogliamo collezionare una serie di esperienze di ricerca per raccontare qualcosa di più grande: quelle scelte della gioventù istruita, in viaggio in Europa e nel mondo, che a prima vista sembrano dovute a una migrazione massiccia causata dalla crisi. Sarà veramente così? O la narrazione retorica di un Paese allo sbando prima ha creato una generazione e gli ha poi cucito addosso una vaga etichetta per semplificare un complicato intreccio di scelte complesse?

«Io sono assolutamente grata al Politecnico di Milano per avermi dato questa possibilità». A parlare è Anna Melesi, classe 1992, studentessa in bioingegneria all’ultimo anno di laurea magistrale. Anna è all’interno del laboratorio di ricerca biomedica dell’Ospedale universitario di Basilea, in Svizzera, per testare un dispositivo microfluidico di sua progettazione, al centro delle ricerche per la tesi di laurea magistrale.
Andare all’estero, tornare, restare: Anna non è iscrivibile nelle categorie con cui riusciamo facilmente a catalogare gli espatriati, facendo di tanti casi personali un’unica, immensa, massa. Parla con tutta l’umiltà di una giovane scienziata cosciente dell’importanza dal suo lavoro, che guarda al suo viaggio come a un percorso di crescita da cui tornare e che s’interroga, senza fretta, su un futuro PhD. Mi spiega la sua ricerca serenamente, un passo alla volta, e senza mai generalizzare la sua esperienza mi porta a toccare temi più “politici” o “sociali”, come l’identità europea o la ricchezza e il potenziale che si celano dietro un semplice caso di ricerca all’estero.
Anna ha sviluppato e migliorato un dispositivo microfluidico preesistente, sostanzialmente un “chip” dove si possono seminare delle colture di cellule staminali. Queste colture vengono influenzate da gradienti di fattori chimici particolari, in modo da indurre le staminali a svilupparsi come cellule della cartilagine. L’obiettivo finale? Il chip «serve a studiare quali fattori chimici, in quali concentrazioni e in quale sequenza temporale, sono necessari per far diventare delle cellule staminali cellule della cartilagine, in modo tale, in futuro, da poter costruire della cartilagine in vitro».
Quella dei chip microfluidici è una tecnologia che funziona a livello microscopico: permette di utilizzare volumi minuscoli di cellule, di ridurre al minimo costi e tempistiche, permettendo a parità di spese molti più esperimenti. La ricerca di Anna va dalla progettazione del chip alla stabilizzazione del processo di trasformazione delle staminali. Davanti a lei ci sono almeno sette mesi di esperimenti per concludere il suo lavoro e inserirlo nel più vasto progetto del suo gruppo di ricerca: la produzione di cartilagine personalizzata. Si parte da «prelievi di midollo osseo; si isolano le cellule del paziente e si condizionano in vitro per creare cartilagine». In questo modo sarà possibile sostituire le vecchie protesi meccaniche con tessuti funzionali costituiti da cellule del paziente da «impiantare all’interno di ginocchia, anca, qualsiasi articolazione e teoricamente curare patologie come l’osteoartrite, la degenerazione della cartilagine, [o] le tipiche patologie sportive» provocate da lesioni.

“Arricchimento” è la parola che Anna ripete più spesso durante la nostra conversazione, quando continuo a domandarle cosa significa per uno scienziato, o uno studente, fare ricerca all’estero. Nel laboratorio di Anna gli italiani sono un terzo del totale, ma per tutta la città – che ospita aziende come la Hoffmann-La Roche – si incontrano lavoratori francesi, tedeschi, americani, inglesi, svizzeri… l’inglese è la lingua franca e si può entrare in contatto con persone che hanno fatto le esperienze più diverse, o hanno background accademici complementari al proprio. «Nel mio laboratorio ci sono ingegneri, come me, ma anche biotecnologi, medici, biologi, e questo è sicuramente un arricchimento». È in questo genere di ambienti che è più appariscente l’internazionalità, o la “multi-nazionalità”, della comunità scientifica, e la singola esperienza di ricerca può essere di stimolo per guardarsi intorno e domandarsi cosa c’è fuori dal laboratorio.

C’è Basilea, innanzitutto. Basilea è una città che si sviluppa sul confine tra Francia, Germania e Svizzera. I diversi quartieri metropolitani si ripartiscono sul territorio di questi stati, sono sottoposti a tre ordini giuridici diversi, e la comunità si è trovata costretta a dover affrontare tutte le problematiche che possono derivare da una situazione simile. Come organizzare una rete di trasporti pubblici che attraversa tre confini? Come permettere ai cittadini di muoversi, lavorare, commerciare, studiare in Svizzera, Francia o Germania? Come prendere le decisioni per una città che ha come confine internazionale la strada che passa sotto casa?
La risposta è una storia di cooperazione iniziata subito dopo la seconda guerra mondiale, con la costruzione dell’aeroporto bi-nazionale (oggi tri-nazionale) di Basilea-Mulhouse-Friburgo; che è passata dall’organizzazione dell’agglomerato tri-nazionale di Basilea e si è “rifondata” nel 2007 con la creazione dell’eurodistretto tri-nazionale di Basilea, una particolare entità amministrativa europea che si occupa di sviluppo territoriale, trasporti e delle politiche rivolte ai cittadini. Questa esperienza di cooperazione è la vita quotidiana di 830.000 cittadini, e di Anna, ovviamente: «Io passo in bicicletta tutti i giorni dalla frontiera, più volte al giorno», dice, lei che vive in Francia e lavora in Svizzera. Sembra una frase rivoluzionaria in queste settimane, quando nella vicina Austria ci si scontra per il progetto della “rete metallica” per i controlli anti-immigrati al Brennero.

Dall’altro lato questa storia di ricerca è uno spunto per chiederci altro: cosa c’è da guadagnare da un’esperienza di studio in un laboratorio straniero? Perché lo scambio di scienziati viene perseguito in tutto il mondo? La ricerca di Anna, per esempio, è finanziata da una delle 130 borse di studio che il Politecnico di Milano mette al bando ogni anno, in due tranche da 65, per permettere ai suoi studenti di condurre le ricerche di tesi all’estero. È un investimento importante. A cosa serve? «A poter mantener vive delle collaborazioni. Io adesso sono qui, mi creo tutti dei contatti con altri ricercatori e un domani il Politecnico di Milano può, tramite me, sfruttare questi contatti, per esempio. Secondo me, la speranza del Politecnico è che un domani io porti quello che ho imparato qui da loro». Sostenere un progetto di ricerca in campo biomedico spesso richiede «tante competenze, tanti dati, tanti macchinari, tanti strumenti». E diverse professionalità. E risorse, soprattutto economiche. La cooperazione, anche se non internazionale, diventa spesso necessaria, e far parte di una rete di professionisti è un vantaggio che l’università italiana non può perdersi. Anche per «cercare di costruire in Italia qualcosa per farci restare. L’esperienza all’estero serve, arricchisce, ma quello che impariamo all’estero, sono convinta che valga la pena riportarlo in Italia».

«Il messaggio che io voglio darti», mi dice Anna alla fine della nostra intervista «è l’importanza di queste collaborazioni. Che può essere anche un punto fondamentale per dire “crediamoci nell’Europa” perché se non collaboriamo, se non siamo tutti uniti, se iniziamo a dividerci a livello di stati – e quindi anche a livello di laboratori – non evolviamo a livello umano, ma neanche scientifico, professionale».

Avete un’esperienza da raccontare? Scrivete a: micron@arpa.umbria.it

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