Unione energetica europea: nuova opportunità o vecchio green washing?

Di fronte ai cambiamenti climatici in atto, l’odierna sfida energetica riguarda la transizione verso una società e un sistema energetico low-carbon, basato sull’uso delle fonti rinnovabili non fossili e sull’efficienza energetica. Attualmente la UE è la sola tra le grandi potenze economiche a generare il 50% della propria energia elettrica senza emissione di gas a effetto serra.
Silvia Zamboni, 10 Gennaio 2016
Micron
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Giornalista scientifica

Più di sessant’anni fa, precisamente il 18 aprile 1951, con il Trattato di Parigi vedeva la luce la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), una delle pietre miliari che hanno scandito il cammino della creazione dell’Unione europea.
Con quel Trattato, sei paesi – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Paesi Bassi e Repubblica federale tedesca (la Germania ovest) – decisero di introdurre, all’interno della CECA, la libera circolazione del carbone e dell’acciaio, profilando un futuro di cooperazione dopo le sanguinose divisioni che li avevano contrapposti nel secondo conflitto mondiale.
Sei anni anno dopo, con i Trattati di Roma che battezzavano l’istituzione della Comunità economica europea, nasceva la Comunità europea dell’atomo (EURATOM), finalizzata a mettere in comune i programmi di ricerca per gli usi non bellici del nuovo auspicato eldorado dell’energia nucleare.
Oggi il contesto politico ed economico europeo, va da sé, è radicalmente mutato. L’Unione europea di Stati membri ne conta ventotto, molti dei quali stretti nella morsa di una perdurante crisi economica e occupazionale, e del debito pubblico.
Il nucleare, poi, dopo gli incidenti di Chernobyl e Fukushima, e con il problema tuttora insoluto del deposito finale delle scorie nucleari, ha perso attrattività, al punto che la Germania ha approvato un piano nazionale di fuoriuscita dal nucleare entro il 2022.

DAI CAMBIAMENTI CLIMATICI LA NUOVA SFIDA ENERGETICA E AMBIENTALE
Di fronte ai cambiamenti climatici in atto, l’odierna sfida energetica riguarda la transizione verso una società e un sistema energetico low-carbon, tendenzialmente zero-carbon, basato sull’uso delle fonti rinnovabili non fossili e sull’efficienza energetica – come insegna in primis l’IPCC, la task-force di scienziati dell’Onu che studia cause e rimedi dell’aumento della temperatura media del pianeta. Con l’obiettivo non secondario che rinnovabili e uso razionale dell’energia, affrancando l’Europa dai pesanti costi dell’import delle fonti primarie di energia , svincolino preziose risorse finanziarie da utilizzare nel rilancio dell’economia e nella creazione di nuova occupazione (oggi più di 25 milioni di europei, ovvero oltre il 10% della popolazione attiva, sono disoccupati), oltre a costituire essi stessi un efficace settore d’investimenti anticiclico.

UN’UNIONE ENERGETICA VERDE
In questo contesto di perdurante crisi economica e della sfida energetica e climatica, il gruppo I Verdi/ALE all’europarlamento ha presentato, a metà gennaio, la proposta di creazione di un’Unione Energetica Verde al fine di promuovere nei Paesi membri della UE la diffusione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Una proposta suggestiva, associata a una innovativa agenda di disinvestimenti e investimenti a sostegno della transizione post-fossile e della creazione di nuova occupazione pulita, a cominciare dalla smobilitazione dei circa 1000 miliardi di fondi pensione e capitali di banche e assicurazioni investiti nello sfruttamento dei fossili, per farli confluire nell’emissione di nuovi titoli finanziari, le cosiddette obbligazioni verdi, a sostegno dell’ incremento degli investimenti in rinnovabili ed efficienza energetica. Una prospettiva che interpreta in chiave all-green l’idea iniziale di Unione dell’energia del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, e che amplia il disegno già visionario della creazione di una Comunità europea per un’Europa rinnovabile al 100% (erene – European community for renewable energy) lanciato per la prima volta nel 2008 dai Verdi tedeschi al Parlamento europeo e dalla Fondazione Heinrich Boell, che ne ha approfondito lo studio.
L’orizzonte innovativo insito nella proposta dei Verdi non ha trovato impreparata la Commissione a guida Junker che, con la comunicazione (COM(2015) 80 final inviata il 25 febbraio scorso al Parlamento europeo e al Consiglio, ha tracciato i contorni ideali di “un’Unione dell’energia resiliente, articolata intorno a una politica ambiziosa per il clima, che possa consentire a famiglie e imprese dei paesi della Ue di disporre di energia sicura, sostenibile e competitiva a prezzi accessibili”.
Un obiettivo complesso da raggiungere, che appare ispirato dalle migliori intenzioni, e che il 21 marzo ha ottenuto il via libera dal Consiglio europeo. “Auspichiamo un’Unione dell’energia che si concretizzi in un’economia sostenibile, a basse emissioni di carbonio e rispettosa del clima, concepita per durare nel tempo” recita il testo della Commissione. “Vogliamo imprese europee forti, innovative e competitive che sviluppino i prodotti industriali e la tecnologia necessari per conseguire l’efficienza energetica e mettere a punto le tecnologie a basse emissioni di carbonio, all’interno e all’esterno dell’Europa”. La posta in gioco per l’Europa è il mantenimento di un ruolo di battistrada negli investimenti globali a favore delle energie rinnovabili e delle politiche di mitigazione dei cambiamenti climatici: “Attualmente la UE è la sola tra le grandi potenze economiche a generare il 50% della propria energia elettrica senza emissione di gas a effetto serra. Nel comparto delle energie rinnovabili, le imprese della UE hanno un fatturato annuo di 129 miliardi di euro e danno lavoro a più di un milione di addetti. Le imprese europee detengono il 40% di tutti i brevetti relativi alle tecnologie rinnovabili…Siamo ancora all’avanguardia nell’innovazione e nelle energie rinnovabili, ma – ammonisce la Commissione – altre parti del mondo ci stanno incalzando e in alcune tecnologie pulite a basse emissioni di CO2 abbiamo già perso terreno”.
I prezzi all’ingrosso dell’elettricità che, pur mantenendosi bassi, superano del 30% quelli praticati negli Stati Uniti, costituiscono un altro problema che insidia la competitività delle imprese europee sui mercati globali; mentre sui consumi delle famiglie ha pesato l’aumento in media del 4,4% dei prezzi dell’energia elettrica che si è avuto, al netto degli effetti fiscali, dal 2012 al 2013; con il costo all’ingrosso del gas più che doppio rispetto a quello in vigore negli Stati Uniti.
Se poi consideriamo gli usi finali di energia, il 75% del parco immobiliare nella Ue, lamenta la Commissione, è a bassa efficienza energetica, per cui una quota consistente di energia se ne va per riscaldare abitazioni, uffici, luoghi di produzione, mentre si stima che ogni punto percentuale di aumento del risparmio energetico consentirebbe di ridurre le importazioni di gas del 2,6%. Infine, il 94% per cento dei trasporti dipende dai prodotti petroliferi che, come abbiamo visto, per il 90% sono importati.

LA NECESSITÀ DI MAGGIORE COESIONE TRA I MERCATI NAZIONALI DELL’ENERGIA
L’Europa, registra la comunicazione “Strategia europea di sicurezza energetica”, ha compiuto notevoli passi avanti nel completamento del mercato interno dell’energia attraverso la moltiplicazione delle interconnessioni; primeggia a livello mondiale in termini di intensità energetica (quindi di alta efficienza per unità di prodotto) e si è dotata di un mix di fonti energetiche più bilanciato rispetto ai suoi principali competitor.
Il suo tallone d’Achille resta però l’approccio prevalentemente nazionale ai temi della sicurezza energetica tramite trattative bilaterali tra singoli Stati fornitori e singoli Stati acquirenti. Al contrario, gioverebbe un approccio collettivo, in particolare in materia di coordinamento dello sviluppo delle reti e di apertura di nuovi mercati.
In questo quadro, con l’Unione europea dell’energia la Commissione punta a valorizzare anche il ruolo attivo dei cittadini nella transizione energetica, affinché possano avvantaggiarsi delle nuove tecnologie per pagare di meno e partecipare attivamente al mercato, con maggiore tutela dei consumatori vulnerabili. Per fare tutto ciò, detta la Commissione “dobbiamo prendere le distanze da un’economia basata sui combustibili fossili…Dobbiamo superare l’attuale sistema frammentato, caratterizzato da un’assenza di coordinamento delle politiche nazionali…”.
L’Europa è a un crocevia: se non muta lo scenario attuale, “l’inevitabile passaggio a un’economia a basse emissioni di CO2 sarà ostacolato dai costi economici, sociali e ambientali derivanti dalla frammentazione dei mercati nazionali dell’energia. È necessario cogliere l’opportunità storica dell’attuale calo dei prezzi del petrolio e del gas…combinandoli con la diminuzione del costo delle energie più pulite, con una politica forte per il clima e con l’emergere di nuove tecnologie, muovendosi nella direzione di un’Unione dell’energia”.
In tema di “diversificazione dell’approvvigionamento” il quadro si fa più articolato, e in buona sostanza meno low o zero carbon: si spazia infatti dall’import di gas e dagli investimenti nelle strutture a supporto del suo trasporto e immagazzinamento, alla creazione di hub per il GPL (da estendere dal nord all’Europa centrale), alla produzione energetica locale da rinnovabili ma anche da fonti fossili convenzionali (vedi, ad esempio, il carbone per Slovacchia e Polonia), al gas di scisto (un’alternativa definita possibile “a condizione di affrontare adeguatamente i problemi di accettazione sociale e di impatto ambientale”), all’energia nucleare, che oggi nella Ue è la fonte di produzione di quasi il 30% dell’elettricità e per la quale la Commissione indica l’obiettivo di mantenere la supremazia tecnologica.
A circa 200 miliardi di euro l’anno per il prossimo decennio ammontano, infine, secondo stime della Commissione, gli investimenti nella generazione, nelle reti e nell’efficienza energetica richiesti dalla “transizione verso un sistema energetico più sicuro e sostenibile”.

LE REAZIONI ALLA PROPOSTA DELLA COMMISSIONE TRA ASPRE CRITICHE E CONSENSO
Nel fronte europeo autore della proposta di Unione energetica verde, la proposta della Commissione, accanto ad aperture di credito, ha sollevato un misto di perplessità e di aspre critiche. Reazioni negative che fanno il paio con la delusione manifestata per i nuovi target al 2030, ritenuti dagli ambientalisti troppo modesti, fissati nel Consiglio europeo di ottobre 2014, ovvero meno 40% di emissioni di CO2, più 27% di uso di rinnovabili e nessun obiettivo per l’efficienza energetica.
Deluso dal documento della Commissione, l’eurodeputato Claude Turmes, il veterano portavoce per l’energia dei verdi, ha rilasciato le dichiarazioni più dure: “Il Presidente Junker ci ha presentato una strategia energetica basata sull’impiego dei fossili e del nucleare. E per ridurre l’import di gas dalla Russia punta a nuovi paesi fornitori altrettanto discutibili in tema di democrazia, come Iran, Azerbaigian e Turkmenistan. L’autonomia energetica della Ue viene invece dall’efficienza, che porterebbe anche alla creazione di almeno due milioni di nuovi posti di lavoro”.
Vede invece il classico bicchiere mezzo pieno Monica Frassoni, presidente dell’associazione europea per l’efficienza energetica EU-ASE (che annovera tra i soci anche multinazionali del peso di Philips e Siemens) e coordinatrice nazionale di Green Italia: secondo Frassoni, la creazione dell’Unione dell’energia europea rappresenta una straordinaria opportunità, che avrà successo, però, solo se si darà come stella polare l’efficienza energetica e se incrementerà in questo settore gli obiettivi al 2030.

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