Veterinario in UK. Fra specializzazioni pagate, diritti e Brexit

Circa tre settimane fa il mondo si è svegliato scoprendo che la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione Europea. Dopo lo shock iniziale, è ora il momento di analizzare, capire la magnitudo di quanto è successo, cercando una testimonianza. Per noi, è l’occasione per entrare nel mondo di un ospedale veterinario inglese.
Stefano Porciello, 15 Luglio 2016
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Relazioni internazionali e Studi europei

Sono passate circa tre settimane da quando il mondo si è svegliato scoprendo che la Gran Bretagna ha votato per uscire dall’Unione Europea. Il primo, violento terremoto emotivo è passato. Ora è il momento di pensare, di analizzare, di capire la magnitudo di quanto è successo senza il cuore in gola, e si può andare a cercare, con la mente lucida, una testimonianza. Per noi, è l’occasione per entrare nel mondo di un ospedale veterinario inglese. «Conta che dopo la Brexit tutti si stanno lamentando perché non avevano immaginato che adesso i voli per andare verso la Spagna, dove loro vanno in vacanza molto spesso, dovranno costare di più; non hanno pensato che potranno avere problemi con le loro pensioni, perché non saranno più regolate dall’Unione Europea, e quindi adesso stanno cambiando idea». ‘Loro’ sono gli inglesi e a parlare è Stefano Marturano, 33 anni, Senior Clinical Physician allo Swanbridge Veterinary Hospital di Hull. Ci troviamo nello Yorkshire, nord-est dell’Inghilterra, quaranta minuti ad est di York.

DA PERUGIA AD HULL
La storia di Stefano, fino a due settimane fa, sarebbe potuta rientrare nella vasta letteratura di chi è espatriato in Inghilterra trovando una piccola fortuna. Dopo la laurea in Veterinaria all’Università di Perugia nel 2008, Stefano ha fatto volontariato al canile di Perugia. Ha poi avuto un contratto nel Pronto soccorso veterinario dell’Università e un lavoro temporaneo in una clinica privata a Chiusi. Nessun Erasmus, nessun lavoro all’estero: «Mi trovavo troppo bene dov’ero, quindi non avevo mai pensato alla possibilità di andar via», dice. La decisione di partire è arrivata comunque, nel giro di tre anni, quasi per caso. «È stata la mia attuale moglie: voleva fare un’esperienza all’estero e quindi ci siamo informati, abbiamo visto che dovevamo prima di tutto prendere contatti con il Royal College, che sarebbe l’ordine dei veterinari inglese, registrarci, poi venire in Inghilterra per fare un po’ di pratica, farci conoscere e avere referenze da altre strutture. E poi cercare lavoro. Siamo partiti, era il settembre 2011; fortunatamente intorno a novembre già avevamo i nostri primi lavori». Stefano e sua moglie hanno passato i primi mesi andando a visitare le cliniche, facendosi conoscere, e hanno cominciato con qualche sostituzione.
Con referenze inglesi in tasca, Stefano è arrivato al Swanbridge Veterinary Hospital nel 2012, un ospedale veterinario abbastanza grande che conta sette ambulatori satellite. In quattro anni ha fatto carriera nella gerarchia dell’ospedale e lavora come veterinario: si occupa principalmente di medicina interna e diagnostica per immagini, ma essendo un ‘senior’, si occupa anche della supervisione e della coordinazione dei nuovi assunti.

UN APPROCCIO DIVERSO
«Non facciamo ricerca», spiega Stefano. Se studi, lo fai nell’ottica di un ospedale privato, quindi con l’obiettivo di offrire un servizio di migliore qualità ai clienti. Il suo ospedale gli ha pagato due anni di studi a Manchester per una sorta di specializzazione in Small Animal Internal Medicine. «Hanno speso forse 9000 sterline per permettermi di migliorare le mie capacità e farmi specializzare. Cosa che, quando ero in Italia, la mia clinica privata non aveva mai proposto. Anche per andare a un corso di aggiornamento era un dramma. La maggior parte delle volte te lo dovevi pagare da solo». Finito il corso, Stefano potrebbe partire in qualsiasi momento: nessuna clausola contrattuale lo lega all’azienda, ma lui resta. Ha sempre sott’occhio le offerte di lavoro, casomai trovasse un posto migliore, ma non sentirsi “sfruttato”, e anzi percepirsi come una risorsa per la propria azienda, è sicuramente un’importante fonte di motivazione sul luogo di lavoro. «La clinica ti vede, valutano i tuoi punti forti e ti dicono: guarda, se puoi migliorare, allora siamo disposti a pagarti un corso in qualcosa che ti piace. Perché sanno che se tu migliori, non porti altro che ad un aumento dei servizi e del profitto della clinica».
Così, la differenza con l’Italia sembra essere lampante. «Sono partito facendo il veterinario normale, adesso mi hanno dato sempre più responsabilità. Quindi ogni anno hai più – tra virgolette – riconoscimenti, più soddisfazioni. Forse ciò che t’invoglia a rimanere di più nello stesso posto». Il confronto con il nostro Paese è principalmente su due fronti: i diritti dei lavoratori da un lato, e il rapporto con chi ti dovrebbe assumere dall’altro. Nel Regno Unito, Stefano ha un contratto a tempo indeterminato. Anche se il mercato del lavoro è molto liquido, l’ospedale cerca nuovi veterinari solo quando è a corto di personale: il suo posto di lavoro non è minacciato, e tra colleghi «tendiamo molto a fare gruppo», dice. Parlando di quelli che invece lavorano in Italia, Stefano nota che molti lavorano come “liberi professionisti” semplicemente perché si preferisce non assumere, e «non sono tutelati allo stesso modo in cui sono tutelato io con il contratto». Dall’altra parte, basandosi sulla sua esperienza, Stefano crede che in una clinica italiana un giovane venga spesso percepito come «un possibile concorrente, che quindi potrebbe aprire dietro l’angolo e rubare i clienti». Un approccio ben diverso da quello che sta sperimentando lui in UK.

LA BREXIT NEL QUOTIDIANO DI UN OSPEDALE VETERINARIO
«È un casino», ripete Stefano quando gli chiedo quali effetti pratici può avere l’uscita del Regno Unito dall’UE sul suo lavoro quotidiano. «È un casino. Perché adesso stanno già iniziando a parlare di problematiche sul rinnovo della licenza di determinati farmaci. E questo ovviamente andrà a influenzare dal punto di vista pratico chi fa un lavoro scientifico come il nostro». Lo spunto viene dall’incontro, pochi giorni fa, con una rappresentante: «Diceva: questo è un farmaco che viene dagli Stati Uniti, ha una licenza europea, ma adesso non sappiamo cosa succederà quando il Brexit entrerà in atto perché bisognerà fare di nuovo il brevetto, licenze, e tutte queste cose».
Secondo Stefano, la base del voto per il Leave si trova nel pregiudizio secondo cui l’immigrato arriva in Regno Unito non per lavorare, ma per “rubare” il sussidio, nonché posti e soldi al sistema sanitario nazionale. Le regole europee o la cosiddetta ‘indipendenza’ non hanno avuto molto spazio nella discussione. «Il discorso – spiega Stefano – è che hanno avuto paura della gente che si accalcava al confine tra la Francia e l’Inghilterra: hanno avuto paura che venissero a rubargli non so cosa. È la stessa paura che in Italia abbiamo dei rom».
Stefano, come molti suoi colleghi è deluso, più che arrabbiato. “Deluso dal fatto che un posto, sempre considerato come il regno della multietnicità, e che faceva della multiculturalità la sua forza, adesso collassi per questo motivo”. I suoi colleghi vengono da tutta Europa e una larghissima parte dello staff veterinario della zona è straniero: “Lavoro in un gruppo in cui abbiamo gente dall’Olanda, dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Croazia, dalla Polonia”, spiega. La discussione sul referendum è entrata giorno dopo giorno nel luogo di lavoro: “Si discuteva di quello che trapelava dai telegiornali, [da] internet, o dai giornali, e quindi sì, se n’è parlato molto, e ognuno aveva la propria opinione. […] Tutti davano per scontato che si sarebbe rimasti in Europa: allora si parlava, però non ci si dava troppo peso”.
Nella costernazione che ha seguito il referendum, ci si è immediatamente chiesti cosa si sarebbe dovuto fare. Richiedere un visto? Stefano è tra quelli che possono fare domanda per il passaporto inglese. Insieme alla moglie, approfitterà dei prossimi anni per valutare ‘pro’ e ‘contro’ di questa possibilità. Intanto, difende senza indugi la decisione presa nel 2011 di partire per l’Inghilterra e vivere questa esperienza (sempre che dopo quasi cinque anni, si possa ancora chiamare così). “Sicuramente non tornerei indietro”, dice. Del resto, un titolo di studio scientifico come medicina, veterinaria, o biologia, permette una grande libertà di scelta: potenzialmente, si potrebbe svolgere la propria professione in qualsiasi nazione. “Non sarei assolutamente spaventato nello scegliere di lasciare l’Inghilterra e magari muovermi per un altro paese” dice Stefano, accennando a un vago progetto su un possibile viaggio negli Emirati Arabi. “È una strana sensazione, ma quando cominci a viaggiare, spostarsi in un altro Paese non ti sembra più difficile, come sembrava anni prima, quando l’hai fatto per la prima volta”.

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