Vita da assegnista

Tante ore di lavoro, periodi di disoccupazione, precarietà, congedo parentale e maternità: sono molti i temi che emergono dal questionario 'L’assegno, ma a tuo favore', promosso di recente dall’ADI per indagare le condizioni di vita e di lavoro degli assegnisti di ricerca e che il segretario Matteo Piolatto anticipa a micron.
Stefano Porciello, 10 Dicembre 2019
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Foto di mohamed Hassan da Pixabay
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Relazioni internazionali e Studi europei

Tante ore di lavoro, periodi di disoccupazione, difficoltà nella pianificazione familiare in una situazione di precarietà, questioni come congedo parentale e maternità: sono molti i temi che emergono dal questionario “L’assegno, ma a tuo favore”, promosso a inizio novembre dall’Associazione dottorandi e dottori di ricerca in Italia e che oggi Matteo Piolatto, segretario ADI, anticipa a micron.

«Abbiamo lanciato questo questionario per approfondire la conoscenza che abbiamo dei problemi degli assegnisti, seguendo l’impostazione che usiamo con i dottorandi e i dottori di ricerca», ci spiega all’inizio dell’intervista. I dati (parziali) di cui discutiamo si riferiscono a un campione iniziale che copre il 10% circa degli assegnisti italiani. I risultati definitivi, racconta Piolatto, saranno basati su un campione più ampio e presentati ufficialmente dopo una nuova fase di elaborazione a inizio 2020.

L’intervista è l’occasione per parlare delle proposte di ADI su come affrontare alcune delle problematicità emerse e di discutere questioni al centro dell’azione dell’associazione, come la riforma del pre-ruolo universitario o l’aumento della borsa di dottorato. Temi che oggi si intrecciano con la discussione della legge di bilancio in Senato e che sono alla base di due testi che dovrebbero essere approfonditi in parlamento, in assenza di scossoni politici, nei primi mesi del prossimo anno.

COSA DICONO GLI ASSEGNISTI DI RICERCA
«Innanzitutto, abbiamo chiesto quale fosse l’impegno lavorativo di queste persone», racconta Piolatto, introducendoci alle risposte degli assegnisti di ricerca: «Emerge che un’alta percentuale di loro lavora tanto, anche oltre le 40 ore settimanali». E specifica: «C’è un 52% di rispondenti che lavora più di 40 ore la settimana: un 15% più di 50 ore e un 37% tra le 40 e le 50». Secondo i dati raccolti da ADI, 6 assegnisti su 10 lavorerebbero “abbastanza spesso”, “spesso” o “sempre” anche nel fine settimana, mentre la ricerca del prossimo lavoro impegna il 64% del campione. Gli assegni hanno infatti durata variabile tra uno e tre anni e, soprattutto per i contratti annuali, Piolatto registra un «ampio tasso di intermittenza».

La precarietà, infatti, è fatta anche di periodi di disoccupazione e d’interruzione (almeno formale) del rapporto di lavoro: l’ADI registra che, 4 volte su 10, alla scadenza dell’assegno o del dottorato segue un periodo di disoccupazione prima dell’inizio dell’assegno successivo. Si tratta di un periodo che «supera raramente i 12 mesi», dice Piolatto, ma «una DIS COLL per gli assegnisti la prendi per 6 mesi, parte dall’80% – più o meno – dello stipendio a scendere, e quindi vuol dire che chi fa tra i 6 e i 12 mesi d’interruzione passa metà dell’anno con la disoccupazione e l’altra metà teoricamente non stipendiato dall’università», afferma. «Il dato – aggiunge – è che la gente continua a lavorare. […] Non è che perché una persona è disoccupata allora non manda l’articolo alla rivista o non fa la revisione che la rivista gli chiede», dice. «Anzi, se va bene sta in disoccupazione, se va male sta in disoccupazione e va a lavorare, come i dottori di ricerca ci segnalavano alle volte anche nel questionario dei dottorandi».

FAMIGLIA E PRECARIATO
Ma in queste condizioni, con assegni che scadono e una continua ricerca di nuove fonti di reddito, riescono gli assegnisti a metter su famiglia? Alla domanda: “Se non hai figli, progetti di averne?”, il 38% ha risposto “Sì, ma sto aspettando la stabilizzazione”, mentre il 21% ha risposto “No, perché non posso pianificare una scelta simile”. «C’è sostanzialmente un 59-60% di persone che riconoscono che la loro condizione minaccia la capacità di pianificazione della propria vita», sostiene Piolatto prima di spiegarci i dati relativi a uno strumento che può incidere sull’organizzazione familiare delle giovani coppie: il congedo parentale.

Se il congedo obbligatorio di maternità/paternità sembra funzionare bene, infatti, il congedo facoltativo (che, semplificando un po’ le cose, permette di assentarsi dal lavoro per al massimo 6 mesi al 30% della retribuzione media giornaliera) in molti casi non viene utilizzato. «Qui la cosa interessante è che, intanto, ci sono persone che non conoscono l’esistenza di questo strumento», dice Piolatto: «E poi, soprattutto, c’è chi non l’ha usato o per ragioni economiche, perché il sussidio è troppo basso, o per il timore che l’assenza potesse creare problemi sul posto di lavoro».

Sono scelte di rinuncia che, secondo l’ADI, hanno coinvolto quasi 4 interessati su 10 – si tratti degli assegnisti stessi o dei loro partner. «C’è una dimensione di rifiuto di uno strumento probabilmente inadeguato, perché evidentemente se non lo prendi per ragioni economiche è perché il sussidio è troppo basso», sintetizza Piolatto: «E però c’è anche un problema di ricatto, in qualche modo, all’interno dei luoghi di lavoro. Io posso avere una famiglia, ma non posso curarmi eccessivamente dei miei figli, perché ho il timore di incappare in ripercussioni, in discussioni, con il personale strutturato», è la sua lettura del fenomeno.

«Noi crediamo che affrontare bene questa questione voglia dire che quel sussidio – per tutti i lavoratori, perché la condizione dell’assegnista non è unica nella società rispetto a questo tema – dev’essere alzato», dice. Altrimenti: «Stiamo dicendo che la questione della gestione dei figli nella prima fase di vita dev’essere completamente demandata, sempre e comunque, alle madri».

COME AFFRONTARE LA CONDIZIONE DEGLI ASSEGNISTI, SECONDO L’ADI
Carico di lavoro e impiego discontinuo degli assegnisti «Ci fanno dire che un po’ tutti gli elementi strutturali sia del contratto che dell’università – per come è stata costruita negli ultimi 10 anni, in un contesto di mancanza di fondi – fanno ricadere il loro peso prevalentemente sulle persone a inizio carriera», spiega Piolatto. Che per cambiare la situazione attuale indica due vie: la prima è una riforma dell’assegno (che però, modificandone solo alcuni aspetti, è una «soluzione tampone che non aiuta», dice); la seconda è seguire i suggerimenti della piattaformaRicercatori determinati”, lanciata da ADI e altri soggetti. In breve, si tratta di eliminare le figure dell’assegnista e del ricercatore a tempo determinato di tipo A trasformandole in quella di un «Ricercatore junior a inizio carriera con un percorso che duri 2 anni più 2, con degli “step” interni che ti permettono di cambiare anche il carico di lavoro che fai: inizialmente esclusivamente o prevalentemente ricerca e poi, verso la fine, l’introduzione di un po’ di carico didattico».

«A noi sembra che ci sia un consenso trasversale all’interno dell’accademia rispetto al fatto che questa fase della carriera vada ripensata» afferma Piolatto, che per questo motivo auspica un forte intervento legislativo sul tema già nei primi mesi del prossimo anno. Si tratterebbe di una «revisione dei contratti, di una ridefinizione delle carriere per renderle più strutturate e stabili, e anche però dell’incremento delle risorse per poter garantire a chi è stato precario in questi anni la possibilità di presentarsi ai concorsi e accedere alla fase successiva della carriera». Piolatto fa riferimento a due proposte presentate in Parlamento che, secondo lui, «raccolgono questi suggerimenti, questa visione per riformulare la fase iniziale della carriera universitaria».

Riuscirà il mondo politico a usare questi progetti per avviare un vero confronto sul futuro dell’università italiana, in particolare, per affrontare seriamente il precariato nella ricerca? ADI se lo augura: si tratta, sostiene Piolatto, non di una questione di bandiera politica, ma di «dare gli strumenti al sistema universitario per ripartire e per non schiacciare le persone. Perché poi l’elemento fondamentale è questo: che il sistema universitario italiano si è rimpicciolito negli anni e noi, in realtà, abbiamo bisogno di allargarlo». Inutile dirlo: servono soldi (l’ADI calcola un finanziamento necessario di circa un miliardo e mezzo) e decisione nell’agire.

«Tra gennaio e maggio, se c’è una volontà politica, spero che si manifesti», afferma Piolatto, riferendosi alla possibilità di approfondire le proposte “Torto e Melicchio” e “Verducci: «Perché se invece non c’è e si inizia ad andare lunghi, allora sappiamo che è stata solo un’operazione di facciata e non interessa a nessuno. Penso che se si va oltre, fino a giugno e dopo l’estate, abbiam perso del gran tempo».

DESIDERI IN LEGGE DI BILANCIO
Nel breve periodo, invece, la speranza di ADI è che alcuni temi presentati alla legge di bilancio riescano a passare, intervenendo su due aspetti che non sono stati ancora affrontati. Il primo, e forse più importante dal punto di vista del buon funzionamento dell’università italiana, è il finanziamento di un piano straordinario per l’assunzione di ricercatori a tempo determinato tipo B; finanziamento che non era previsto dal testo originale della manovra e che sarebbe invece necessario per assumere, calcola ADI, almeno un migliaio di ricercatori RTD-B. L’altro è l’adeguamento della borsa di dottorato al minimale contributivo INPS, che consentirebbe un piccolo incremento dei soldi a disposizione dei dottorandi italiani (una quarantina di euro al mese), ma soprattutto la copertura dell’intera annualità di contribuzione a fini previdenziali.

«È una questione anche simbolica di riconoscimento del lavoro che le persone fanno all’interno dell’università», afferma Piolatto. Qualche speranza che questa sia la volta buona? L’ADI non si sbilancia: prende atto, piuttosto, delle frizioni che ci sono state tra le varie anime della maggioranza di governo sui diversi aspetti della manovra. Sugli emendamenti che gli stanno a cuore, «Pare che il governo ne stia discutendo», dice il segretario: «Il fatto che ci siano emendamenti che sono stati rivisti anche nella loro forma [ne sono state presentate più versioni, ndr] probabilmente è indice di una disponibilità», si arrischia a dire. Non ci resta che scoprire, nei prossimi giorni, come andrà a finire.  

Commenti dei lettori


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  1. Silvia
    Potete spiegarmi la frase: «Stiamo dicendo che la questione della gestione dei figli nella prima fase di vita dev’essere completamente demandata, sempre e comunque, alle madri»? Cosa vuol dire nel contesto il cui il ricercatore in questione è la madre? Vi battete per il riconoscimento dei diritti degli universitari e ancora non riuscite a scrivere un testo che sia gender-free. Ma dove vi pescano?
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