Vivere coi robot: la prossima frontiera della tecnologia

La nostra quotidianità, dal lavoro alle relazioni affettive, è stata completamente rivoluzionata nell'ultimo decennio dalla diffusione di internet, prima, e dagli smartphone, dopo. Ma quella che L'esistenza dell'uomo sarà dunque ridefinita sulla base della convivenza con un nuovo compagno di viaggio: l'amico robot. Siamo andati alla scoperta delle dimensioni scientifiche e sociali di questo nuovo mondo, attraverso un'intervista a Giorgio Metta, direttore dell'iCub Facility IIT di Genova.
17 Febbraio 2016
Micron

«Tra vent’anni potrebbe esserci un umanoide amico in ogni casa per assistere i nonni, portare i nostri figli a scuola e prepararci il caffè.» La nostra quotidianità, dal lavoro alle relazioni affettive, è stata completamente rivoluzionata nell’ultimo decennio dalla diffusione di internet, prima, e dagli smartphone, dopo. Ma quella che stiamo vivendo è solo l’alba dello sviluppo della tecnologia intelligente.
Interi settori, infatti, dall’economia al welfare sociale, saranno oggetto di una nuova rivoluzione, questa volta robotica, in un futuro non troppo distante. Entro il prossimo decennio, innovazioni sociali e rivoluzioni organizzative impatteranno il nostro sistema sociale e le nostre vite attraverso la diffusione dell’intelligenza robotica nelle nostre case. L’esistenza dell’uomo sarà dunque ridefinita sulla base della convivenza con un nuovo compagno di viaggio: l’amico robot. Siamo andati alla scoperta delle dimensioni scientifiche e sociali di questo nuovo mondo, attraverso un’intervista a Giorgio Metta, direttore dell’iCub Facility dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova e sviluppatore del robot umanoide iCub.
Metta è coautore insieme a Roberto Cingolani, direttore scientifico dell’IIT, del volume Umani e umanoidi. Vivere coi robot (il Mulino, pp 180, 15.00 euro).


Uno degli ostacoli da superare per una evoluzione della robotica è il dualismo tra corpo e cervello delle macchine robot: in questo senso, la natura umana rappresenta realmente il modello ottimale da dover perseguire nello sviluppo robotico o esistono linee alternative?
Sinceramente è molto difficile battere il lavoro dell’evoluzione che in miliardi di anni ha realizzato delle macchine super performanti. Per cui, prescindere completamente dai risultati ottenuti dalla natura non credo sia la strada più semplice. Diciamo che in fase di progettazione dei robot si possono fare delle scelte diverse: ad esempio, l’uomo si basa su due occhi per avere una visione stereoscopica, mentre ai robot possiamo fornire un laser per una visione in tre dimensioni. In generale, osserviamo la natura per capire quali sono i suoi principi e da questi elaborare un ingegneria anche differente. E’ esattamente quello che è successo con il volo: osservando gli uccelli volare l’uomo ha conosciuto la fluidodinamica e le sue equazioni, leggi grazie alle quali oggi si è in grado di far volare delle macchine senza che queste sbattano delle ali.

Stretta di mano

Prendere come riferimento la natura umana per lo sviluppo della robotica fornisce un vantaggio anche per una migliore interazione tra uomo e robot?
Certamente. Limitandoci a osservare la robotica umanoide, tra le varie ragioni alla base di questo vantaggio ne vediamo una principale: ci sono delle teorie della neuroscienza, infatti, che ci dicono che per acquisire un’intelligenza simile a quella di un uomo c’è bisogno anche di un corpo simile a quello umano. Ci sono molti risultati scientifici che dimostrano la connessione tra le nostre capacità percettive e quelle di controllo del movimento. Stiamo parlando, ad esempio, della scoperta dei neuroni specchio. Questi neuroni sono sensomotori, cioè, hanno la caratteristica di attivarsi sia quando viene eseguito un certo movimento sia quando esse viene percepito. Esiste dunque qualche tipo di congruenza tra percezione ed esecuzione. Da questo si deduce che per dovere interfacciare una macchina con l’uomo è meglio che questa sia il più umanoide possibile: più esattamente, la forma della macchina può essere diversa da quella umana, quindi non necessariamente precisa, ma il modo di muoversi è bene che sia il più simile a quello proprio dell’uomo. Nel momento in cui il robot non si muovesse come una persona, è facile che si crei una forma di disagio da parte dell’utilizzatore finale. Dal punto di vista della funzionalità, invece, è molto importante ricordare che è la combinazione tra l’intelligenza umana e quella della macchina il vero obiettivo dello sviluppo della robotica. Queste due intelligenze sono molto diverse al momento: il computer fa molto meglio quello che l’uomo fa con fatica e viceversa. La combinazione delle due tipologie di intelligenza ne genererà una terza che è di più di quella che da solo, sia l’uomo sia il robot, può avere.

Lo sviluppo della robotica può rappresentare una soluzione al problema dell’invecchiamento della popolazione, attraverso la produzione di esoscheletri o protesi intelligenti per chi ha problematiche di tipo motorio. Esisterà nel futuro un welfare basato sulla robotica?
Noi riteniamo sia pensabile. Ma non dobbiamo immaginare, però, allo sviluppo di robot badanti a tutti gli effetti, piuttosto complicati, bensì a robot da compagnia. Ossia una macchina intelligente pratica nell’aiutare la persona, magari con mobilità ridotta, in alcune azioni importanti: nella comunicazione esterna, quindi al mantenimento di una vita sociale; nel ricordare quando deve prendere le medicine, oppure nel fare la sorveglianza attraverso il riconoscimento delle persone che bussano alla porta.
Quindi una serie di compiti che per una persona non completamente autonoma richiedono la presenza di una seconda persona che vada a casa sua a farli. Una soluzione reale e possibile a questi problemi potrebbe essere proprio quella della robotica. Ma il welfare è solo l’inizio. A lungo termine vedo una diffusione più simile a quella dello smartphone: il robot da compagnia sarà un oggetto comune nella nostra quotidianità, la nostra presenza remota a casa in nostra assenza. Nei prossimi passi avremo delle prime macchine con un’intelligenza molto settoriale, per cui, l’utilizzatore non farà altro che utilizzare un’app piuttosto che un’altra e il robot in maniera più o meno autonoma esegue il compito assegnatogli: riscaldare il cibo al forno microonde, dare da mangiare ai gatti o abbeverare le piante. Dimentichiamoci un intelligenza robotica completa, ossia come quelle che vediamo nei film in cui l’uomo parla di filosofia con un robot; pensiamo piuttosto a una tecnologia con intelligenza potente ma molto settoriale. Già arrivare a questo livello di prestazioni non è per nulla semplice, quindi c’è tutto un aspetto di ricerca ancora da sviluppare e completare. Il vero ostacolo in questo senso è il passaggio della produzione di robot per la ricerca a una produzione per un consumo finale. Salto non così immediato, ma su cui stiamo concentrando le nostre energie. Per arrivare sul mercato con una tecnologia settoriale, quindi con le prime applicazioni, credo sia sufficiente meno di un decennio. Molto più lungo, invece, il percorso di ricerca quei ricercatori che lavorano sulla totalità dell’intelligenza robotica e non su applicazioni specifiche.

Quale costo avranno queste prime macchina?
In teoria non ci sono materiali super pregiati in questi oggetti, quindi si potrà arrivare al costo di un elettrodomestico, diciamo al prezzo di una tv a schermo piatto. Non è così impensabile arrivare a una produzione realmente di massa, cosa che ne abbatterebbe di parecchio i costi.

Il recente caso del drone caduto dal cielo durante una gara sciistica a Madonna di Campiglio risolleva uno dei problemi etici del rapporto uomo – macchina: quello del controllo. Come entra tale problema nella fase di ricerca, ideazione e di sviluppo di questa tecnologia?
Il discorso etico entra di fatto nella ricerca nel momento in cui si pensa e si sviluppa la sicurezza della macchina, centrata sull’evitare che i robot facciano possibili danni. Sviluppiamo ad esempio dei controllori sofisticati cedevoli, oppure dei materiali nuovi che rivestono il robot in modo da conferirgli maggior morbidezza. Tutta una serie di cose che migliorano le condizioni in caso di impatto con una persona. Inoltre esistono dei regolamenti severi per cui il robot è limitato sia nella sua velocità sia nella forza che immette nei movimenti. Quindi, alla base di tutto il controllore, ossia il software, non consente al robot di fare dei danni. Ma sappiamo che esistono pecche anche nei software e che i problemi possono accadere. Per questo si ricade in una questione giuridica-assicurativa e regolamentare, per cui a nostro avviso sarà indispensabile un libro ufficiale, un codice per l’utilizzo dei robot che dovremo fare nostro, l’equivalente del codice stradale che tutti noi conosciamo.

La tecnologia non pervade solo il corpo umano, come nel caso delle protesi intelligenti, ma anche l’ambiente sociale: è possibile sviluppare i robot attraverso due binari, il primo la dimensione individuale/fisica, il secondo una dimensione collettiva/sociale?
I robotici come noi danno per definizione maggiore attenzione agli aspetti più tecnici, quindi di percezione, di movimento e di sicurezza. Quindi siamo più attenti alla dimensione fisica e individuale.
Dal punto di vista più sociale abbiamo qualche piccolo gruppo di studio che si focalizza sull’interazione uomo macchina, quindi che lavora sul progettare robot in modo che abbiano un impatto minore nell’accettazione, quindi diffusione sociale.
Questa è un attività intrinsecamente multidisciplinare, svolta attraverso la collaborazione tra neuroscienziati e scienziati sociali. L’obiettivo è quello di studiare l’impatto sociale della robotica, quindi come questa andrà a modificare i nostri comportamenti.
Per ora comunque l’attenzione principale è ancora sullo sviluppo della singola macchina, ma credo che l’aspetto dell’accettazione sociale sia fondamentale: non si può correre il rischio che i robot realizzati, pur performanti, vedano un rifiuto da parte degli utenti finali. Sarebbe comunque una sconfitta.

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