Dopo due anni di lavoro e lo studio di circa 6.000 lavori scientifici, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), il gruppo di ricercatori che opera per conto delle Nazioni Unite, ha reso pubblico il suo rapporto speciale Global Warming of 1,5 °C.
I punti salienti del rapporto sono tre. Solo in apparenza banali. Primo: contenere per fine secolo il previsto aumento della temperatura media del pianeta entro gli 1,5 °C è meglio che contenerlo entro i 2 °C. Secondo: è ancora possibile raggiungere questo obiettivo ottimale – il massimo, in pratica possibile – purché l’azione sia rapida e radicale (in pratica abbattere le emissioni di gas serra del 45% entro il 2030 e del 100% entro il 2050). Terzo: ora i politici sanno tutto. Non ci sono più alibi.
Ciascuno di questi tre punti merita un approfondimento. Certo, sembra banale dirlo (lo ripetiamo) che raggiungere l’obiettivo 1,5 è meglio che raggiungere quello 2,0 °C. Ma il motivo della dichiarazione è più profondo. Le conseguenze dell’aumento della temperatura, infatti, non sono lineari.
Facciamo tre esempi: il rischio inondazioni rispetto a quello dell’epoca pre-industriale aumenterà probabilmente del 100% con un incremento della temperatura di 1,5 °C, ma del 170% in caso di aumento della temperatura di 2 °C. L’erosione della biodiversità potrà portare all’estinzione dell’8% delle specie di piante; del 6% delle specie di insetti e del 4% dei vertebrati in caso di aumento della temperatura di 1,5 °C. Ma se la temperatura dovesse aumentare di 2 °C, a rischio estinzione sarebbero il 18% degli insetti, il 16% delle piante e l’8% dei vertebrati. E così rispetto a un incremento minimo possibile ormai, la popolazione umana esposta a conseguenze significative sarebbe di 700 milioni di persone (9% del totale), mentre in nel caso di aumento della temperatura di 2 °C le persone esposte sarebbero 2 miliardi: il 28% della popolazione mondiale.
Va detto, per chiarezza, che allo stato attuale delle azioni di prevenzione, lo scenario più probabile prevede un aumento non di 2 °C, ma di 3,5 °C. Con conseguenze molto più drastiche. E va anche detto che recenti studi sostengono che intorno ai 2 °C di aumento il sistema climatico potrebbe subire una crisi e innescare uno sviluppo a spirale fino a stabilire un equilibrio con una temperatura media del pianeta molto più alta. Va da sé che le conseguenze per gli ecosistemi e per l’umanità sarebbero molto severe.
Per tutto questo assume un valore decisivo il secondo punto. Siamo ancora in tempo, ma il tempo che ci rimane è drammaticamente poco. Dobbiamo agire subito e drasticamente. Il che significa che in pochi anni (tra dodici e trentadue; tra il 2030 e il 2050) dobbiamo cambiare del tutto il paradigma energetico, abbandonando – del tutto, appunto – i combustibili fossili e acquisendo l’energia di cui abbiamo bisogno solo e unicamente da fonti carbon free. Ovviamente, come sostengono gli esperti dell’IPCC (quelli che hanno redatto il rapporto sono più di novanta) nel “pacchetto” dovrebbero essere compresi, con un ruolo decisivo, sia il risparmio energetico sia la riforestazione e l’afforestazione. Va da sé che dovrebbe cessare del tutto la deforestazione.
I primi due punti lasciano un margine ristretto ma non nullo all’ottimismo. Resta il terzo punto. La decisione politica di agire. Occorre che queste nuove consapevolezze modifichino la direzione in cui sta andando il consesso delle nazioni. A Parigi sono state decise azioni non sufficienti e comunque volontaristiche. Il risultato è stato che le emissioni di gas serra, dopo una breve fase di stabilizzazione, stanno di nuovo aumentando.
Occorre, dunque, un cambio di rotta drastico. Ci sono i presupposti? È paradossale che in questo momento i più disponibili, sia a parole che con i fatti, siano i regimi autoritari. In primo luogo, il governo cinese. L’Europa democratica è titubante. E l’opinione pubblica, stando ai sondaggi, tende a privilegiare gli scettici. Ancor peggio va negli Stati Uniti, dove le ultime elezioni hanno consegnato il potere a Donald Trump, che tecnicamente è un negazionista e che, infatti, ha annunciato per prima cosa il ritiro degli USA dagli accordi di Parigi. Anche in Australia tira brutta aria. E le recenti elezioni in Brasile hanno premiato un candidato che non fa mistero di voler favorire un nuovo processo di deforestazione dell’Amazzonia.
È vero. Mai c’è stata tanta chiarezza in ambito scientifico. E mai sia gli eletti che gli elettori nei Paesi democratici si sono mostrati così sordi.