C’è un problema nei media occidentali e, in particolare, italiani. Anche quando raccontano  l’ambiente e i suoi disastri. Sono asimmetrici. Se una notizia riguarda gli Stati Uniti e (un po’ meno) l’Europa, c’è un eccesso di enfasi. Se una notizia, magari molto più grave, riguarda il resto del mondo, c’è un eccesso di silenzio.
Teniamo fuori la sciagura di Livorno, con i suoi otto morti forse evitabili. Riguarda l’Italia e l’attenzione dei media è più che giustificata. Ma prendiamo in considerazione i due pesi e le due misure con cui i media italiani hanno trattato tre grandi catastrofi ambientali internazionali nelle ultimissime settimane.
Hanno dato molto spazio al ciclone Harvey, che a fine agosto si è abbattuto sul Texas e sulla Louisiana causando notevoli danni e 30 morti. La “copertura” è stata davvero massiccia: ore e ore in televisione, pagine e pagine sui giornali, spazzi illimitati su internet. Nulla da eccepire, perché la notizia drammatica e anche tragica c’è – anche se magari sarebbe stato meglio non fermarsi solo alla cronaca e affrontare in maniera più profonda le cause e i rimedi.
E tuttavia in quei medesimi giorni, in quelle medesime ora un altro fenomeno meteorologico estremo ha colpito, in Asia, ben tre Paesi: l’India, il Nepal e il Bangladesh, con effetti devastanti. Ora è davvero antipatico “pesare” il numero dei morti. Ogni morte è una tragedia. E tuttavia come passare in silenzio il fatto che in India sono morte oltre 800 persone, in Nepal almeno 150 e in Bangladesh più di 130? Si calcola che le piogge torrenziali asiatiche abbia mietuto 1.200 morti e causato danni a oltre 41 milioni di persone. Dunque l’evento asiatico ha prodotto danni alle persone e alle cose di due ordini di grandezza superiori a quelli causati da Harvey negli Stati Uniti. Ma la copertura mediatica dell’evento americano – in una realtà mediatica completamente ribaltata – è stata di due ordini di grandezza superiore rispetto all’evento asiatico. Realizzando quel vecchio e cinico detto che circola da sempre nelle redazioni giornalistiche italiane per cui la notizia di un terremoto con un morto a Los Angeles vale, in quanto a interesse mediatico, quanto un terremoto con 10.000 morti in India.
Qualcosa di analogo è successo, nei giorni scorsi, con Irma, definito a torto o a ragione come il ciclone più mostruoso mai registrato in Atlantico. I media lo hanno iniziato a seguire, ora per ora, almeno una settimana prima che giungesse sulla Florida. Hanno contato tutte le folate di vento e le gocce di pioggia che andava producendo, calcolato le possibili vittime e i danni che avrebbe provocato. Ma sempre e solo negli Stati Uniti. Scordandosi tutte le altre popolazioni dei Caraibi. A consuntivo sappiamo che Irma è stato, per fortuna, meno devastante del previsto e che negli Stati Uniti ha causato 11 morti. Molti, troppi: che è giustissimo piangere. Ma nel resto dei Caraibi Irma ha causato almeno 50 morti e danni materiali non meno gravi. Ma pochi se ne sono occupati prima, durante e dopo. Anche in questo caso, dunque, constatiamo con mano la notevole differenza – la vera e propria asimmetria – che coinvolge (anche) le notizie ambientali: grande enfasi se riguardano i Paesi occidentali e scarsa attenzione se riguardano il resto del mondo.
C’è qualcosa che non va. Anzi, due. La prima riguarda i media italiani, che hanno una certa tendenza a rafforzare questa asimmetria. Ma l’altra, la più importante, riguarda il sistema internazionale di produzione e di veicolazione delle notizie, comprese quelle ambientali.
Non è questa la sede per analizzare in dettaglio le cause di questa asimmetria insostenibile. Molto dipende dal fatto che si ritiene che i “clienti” delle notizie – sia quelli che spendono per riceverle sia quelli che le seguono sui media farciti di pubblicità – risiedono, per l’appunto, in Occidente. Ma molto dipende anche dal fatto che i “produttori” delle notizie che veicolano nei circuiti internazionali sono per lo più occidentali (e americani in particolare).
Ma, sia come sia, questo sistema non va. Soprattutto quando le notizie hanno un carattere ambientale. I motivi che rendono non più sostenibile questa asimmetria mediatica sono almeno due. Il primo è che i fenomeni meteorologici estremi hanno sì un carattere locale più o meno esteso, ma – a causa dei cambiamenti climatici in atto – hanno anche una dimensione globale. Che rischia di sfuggire ai cittadini del mondo se vengono messi in evidenza quelli che si verificano nell’Atlantico settentrionale (o nel Mediterraneo) e dimenticati quelli che si verificano altrove. L’informazione asimmetrica, in altre parole, rischia di far perdere a tutti la reale dimensione dei fenomeni ambientali con cui ci confrontiamo.
Il secondo motivo riguarda la percezione della gravità dei fenomeni. L’asimmetria dell’attenzione mediatica – tutta concentrata sui cittadini dell’opulento occidente e dimentica dei cittadini del resto del mondo meno ricco – mina alla base la solidarietà globale: l’unica che può portarci a contrastare con successo i grandi problemi ambientali con cui l’umanità si confronterà nei prossimi decenni.
Verrebbe da dire: media di tutto il mondo, unitevi e cercate di realizzare un sistema più simmetrico di circolazione delle notizie.