Travolto dagli scandali, Scott Pruitt, il negazionista posto da Donald Trump alla direzione dell’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia federale che si occupa di ambiente, si è dimesso e ha lasciato il suo delicato incarico. L’accusa dice che ne ha combinate di cotte e di crude, comportandosi più da satrapo che da civil servant, sperperando denaro pubblico, favorendo amici e familiari e stringendo rapporti compromettenti con le lobbies dei combustibili fossili.
Chi ha guardato all’EPA come a un presidio della difesa dell’ambiente negli Stati Uniti, compresa la difesa dai cambiamenti climatici, era rimasto perplesso all’annuncio della nomina di Scott Pruitt alla direzione dell’agenzia. L’uomo negava che cambiamenti del clima fossero in atto e, soprattutto, che fossero causati dall’uomo. E come Procuratore generale dello stato dell’Oklahoma aveva portato in tribunale l’Agenzia di cui sarebbe diventato il direttore per le norme che tendevano a limitare le emissioni di gas serra da parte delle centrali di produzione dell’energia elettrica. Nominando Pruitt alla direzione dell’EPA è un po’ come se Donald Trump avesse nominato a guidare la NASA un avvocato convinto che è il Sole a girare intorno alla Terra o addirittura il leader del movimento della Terra piatta.
Queste vistose contraddizioni legate alla persona Scott Pruit hanno, però, nascosto l’anomalia più grave associata alla sua nomina: la subordinazione di un ente tecnico e scientifico alla politica. Un palese e clamoroso tentativo di negare l’indipendenza – e, quindi, la libertà – della scienza.
L’EPA ha sempre riconosciuto – e come avrebbe potuto fare altrimenti? – i fatti scientifici accertati: che la temperatura media del pianeta sta aumentando e che esiste una correlazione causale con l’aumento dei gas serra (o climalteranti, come con una brutta locuzione vengono ora chiamati) in atmosfera. L’EPA si è liberamente convinta, sulla base di studi rigorosi realizzati anche da suoi ricercatori, che i mutamenti del clima sono causa dell’uomo. E che, quindi, se li si vuole evitare occorre promuovere sia azioni di prevenzione che di adattamento. Di qui le norme denunciate da Pruit quando era Procuratore generale dello stato dell’Oklahoma.
In realtà l’EPA non ha sempre goduto di totale indipendenza. Anche George W. Bush tentò, nel corso della sua presidenza, di metterle la mordacchia. Ma questo di Trump è stato un atto molto più forte, esplicito, clamoroso e, dunque, più grave. Un atto che contrasta con lo spirito che ha caratterizzato la politica della scienza negli Stati Uniti nel dopoguerra. Washington ha fortemente puntato sulla ricerca scientifica per assumere la leadership tecnologica nel mondo. Ha garantito non solo generosi finanziamenti alla comunità scientifica, ma anche una larga autonomia. La Casa Bianca non ha mai nominato un cavallo alla teste delle agenzie di ricerca, non ha mai preteso di stabilire per via politica quali sono i fatti accertati e le teorie validate. È proprio in virtù di questo patto – stabilito anche attraverso passaggi parlamentari – che la comunità scientifica americana ha regalato per decenni il primato tecnologico agli Stati Uniti. E anche per questo gli scienziati sono diventati classe dirigente negli USA.
La nomina di Scott Pruitt è stato uno dei fattori principali che, per la prima volta, ha rotto in maniera esplicita questo delicato eppure solido equilibrio. Ora la comunità scientifica è passata all’opposizione, per certi versi anche formalmente come dimostrano sia le prese di posizioni di numerose accademia, inclusa l’AAAS, la più grande associazione scientifica dell’Occidente, sia la Marcia per la Scienza che da protesta di un momento si è trasformata in una rete che agisce in maniera diffusa e continua.
In questo quadro, le dimissioni di Scott Pruit assumono una diversa luce. Giuste, se le accuse sono vere, da un punto etico e giuridico. Di scarsa importanza dal punto di vista politico. Donald Trump non ha nessuna intenzione di cambiare né la sua linea sui cambiamenti climatici né la sua linea autoritaria nei rapporti con la comunità scientifica. Non sappiamo quali saranno le conseguenze di questi atteggiamenti. Per quanto riguarda il clima, per ora Trump è isolato. Ma il presidente degli Stati Uniti ha molti amici nel mondo che stanno assumendo ruoli politici di primo piano, anche in Europa. La domanda, dunque, è: riuscirà Trump a scardinare il delicato equilibrio che ha portato agli accordi di Parigi? La risposta non è scontata. Perché, oltre agli scienziati, Trump deve vincere le resistenze di molti oppositori interni che in maniera efficace stanno contrastando le sue politiche negazioniste.
Altro è il discorso sulla libertà della scienza in generale. Il presidente USA ha presente che la Cina sta sfidando gli Stati Uniti per la conquista della leadership tecnologica. Trump ha reagito a questa sfida, inedita negli ultimi settant’anni (neppure l’URSS dei primi successi spaziali fa mai davvero concorrenziale), nel modo peggiore: scatenando la guerra dei dazi.
Ma non è con il protezionismo e con le limitazioni alla comunità scientifica che gli Stati Uniti potranno restare ancora a lungo i primi al mondo in fatto di conoscenza scientifica e di sua applicazione.