In Svezia è una ragazzina di 16 anni, Greta Thumberg, a guidare la protesta contro l’indifferenza dei politici verso i cambiamenti climatici. Ogni venerdì, da sei mesi, la giovane svedese si siede davanti al parlamento di Stoccolma a manifestare contro scelte politiche che rischiano di com­promettere irreversibilmente i destini della terra. Il suo esempio è diventato virale ed è stato se­guito anche in altri paesi come Germania, Stati Uniti, Australia.
Questa protesta, che può essere definita generazionale, nata per opporsi all’immobilismo dei governi sulle scelte ambientali, in realtà mira a mettere in discussione il nostro modello di sviluppo che sta ormai mostrando la corda sia sul piano ambientale che su quello economico. L’ultimo allarme sull’aumento delle concentrazioni di CO2 lanciato dal World Meteorological Organization, l’agenzia delle Nazioni Unite operante nel campo della meteorologia e del clima, fa registrare per il 2016 una impen­nata record di 3,3 ppm di anidride carbonica rispetto all’anno precedente. E questo dopo gli accordi di Parigi del 2015, dove la politica sembrava aver fatto un passo in avanti ormai irrever­sibile sull’uso dei fossili e sul rapporto con i paesi in via di sviluppo.
Allo stesso tempo Oxfam (Oxford Committee for Famine Relief), un movimento di persone che opera in tutto il mondo contro l’ingiustizia e la povertà, evidenzia la “concentrazione di enormi fortune nelle mani di pochi, a testimonianza dell’iniquità sociale e l’insostenibilità dell’attuale sistema economico”. A metà 2018, infatti, l’1% più ricco di popolazione mondiale deteneva poco meno della metà (47,2%) della ricchezza aggregata netta, contro uno 0,4% assegnato alla metà più povera (3,8 miliardi di persone). In Italia, per rimanere più vicini, il 20% più ricco dei nostri connazionali possedeva, nello stesso periodo, circa il 72% dell’intera ricchezza nazionale. Il 5% più ricco degli italiani era titolare da solo della stessa quota di ricchezza posseduta dal 90% più povero.
Questi due elementi aiutano a capire le ragioni dell’ampia partecipazione di giovani allo “Sciopero per il Futuro” che il 15 marzo ha visto milioni di adolescenti manifestare in tutto il mondo. Una marcia che ha messo sul banco degli imputati l’immobilismo del mondo politico e l’avidità degli attori economici ancora restii nel combattere i cambiamenti climatici che, se­condo gli scienziati dell’Ippc, provocheranno a breve effetti devastanti sull’intero ecosistema. Ma, più che altro, c’era la dimostrazione palese che il tanto decantato “sviluppo sostenibile” partorito oltre trent’anni fa dal Rapporto Bruntland e pubblicato dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo (WCED) è rimasto appeso tra i buoni propositi e poco ha prodotto in termini pratici. Il modello di crescita che guida il mondo, infatti, vede ancora una centralità dell’energia fossile (solo 1/3 del totale che noi usiamo é costituito da fonti rinnovabili) e un modello economico preponderante tutt’oggi basato sul consumo e sullo spreco. Molte quindi le ragioni dei millenials per scendere in piazza contro chi sta consciamente o inconsciamente rubando loro il futuro.
Si tratta quindi di una grande opportunità per la politica per ritrovare una sintonia con la popo­lazione che sembra ormai smarrita da tempo. Sicuramente, il momento per i nostri governanti di ascoltare più i giovani; d’altronde, come affermava Einstein, non si può risolvere un proble­ma usando gli stessi strumenti che l’hanno generato e, aggiungiamo noi, gli stessi soggetti che l’hanno determinato.