Due anni fa, proprio in questi giorni, la rivista micron usciva con un numero monografico dedicato ai 50 anni dall’alluvione di Firenze e al dissesto idrogeologico da cui è afflitto questo Paese. Dai contributi degli autori si evinceva la fotografia di un Paese che, sin dalla sua fase unitaria del 1861, stava pagando all’abuso del territorio un prezzo di oltre 200.000 morti, senza voler contare i danni materiali. I disastri di questi giorni mostrano ancora una volta che, nonostante i ripetuti avvertimenti degli scienziati sulla necessità di ristabilire un rapporto equilibrato di convivenza tra uomo e natura, l’Italia su questo fronte non riesce a trovare la quadratura del cerchio.
Eppure, ogni volta che accade una catastrofe “naturale”, il lungo rosario di evidenze scientifiche che viene snocciolato a ridosso degli eventi mostra che molte delle cause che determinano questo sconquasso del territorio sono da attribuirsi alla mano dell’uomo: incuria, speculazione edilizia, cementificazione. Questi disastri portano con sé, oltre alla scarsa attenzione per l’ecosistema, anche le distorsioni di un modello di sviluppo e un malinteso senso del progresso. I dati Istat ci raccontano infatti la storia, tutta italiana, di un Paese in cui il 20% degli alloggi sono abusivi, con punte che arrivano al 49% come nel caso della Sicilia.
È facile quindi capire i morti di Casteldaccia rimasti intrappolati in un alloggio che, in base a una ordinanza comunale, doveva essere demolito nel 2008. Più complessa è invece la vicenda della Marmolada e delle Dolomiti, dove uno straordinario quantitativo di pioggia e vasti fenomeni franosi hanno devastato interi territori del Nord Est. Il cerchio si chiude con la mareggiata del 29 ottobre che si è abbattuta sulla Riviera di Levante, in Liguria, imputabile secondo il parere della maggior parte degli studiosi al riscaldamento del pianeta.
Questo insieme di circostanze rende l’immagine di un Paese che, al di là delle ingressioni esterne e delle contingenze, necessita di una seria politica di pianificazione e riassetto del territorio. Per invertire la rotta è quindi necessario passare dai buoni intenti alla pratica. La politica, ad esempio, deve trascurare per un attimo i propri interessi e trovare un momento unificante per generare le condizioni per la protezione del territorio. Per fare ciò è indispensabile compiere passaggi anche impopolari, come demolire i fabbricati abusivi, frenare la cementificazione del territorio, investire sulla manutenzione della montagna, ridefinire politiche agricole che premino la qualità sulla quantità. E, soprattutto, sospendere ogni forma di sanatoria.
Sono pratiche che non vanno sotto i riflettori del sistema mediatico, ma che oggi, alla luce della brusca accelerazione dei cambiamenti climatici, sono divenute indispensabili.
Le nostre generazioni future non saranno più ricche, ma almeno potranno essere più sicure.