Un futuro diverso

Oggi sappiamo che la Terra funziona come un organismo complesso, un unico immenso organismo complesso, in cui ogni ingranaggio, per quanto piccolo, ha una posizione tutta sua, indispensabile, da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. E mantenere alta la biodiversità garantisce il mantenimento delle reti e delle dinamiche ecologiche globali da cui dipende l’esistenza di tutti, compresa la nostra.
26 Novembre 2016

La parola biodiversità è nata nel 1985 come contrazione di diversità biologica (in inglese biologicaldiversity). A coniarla fu il botanico americano Walter G. Rosen che la usò come titolo per una conferenza. Erano gli anni in cui si stava cominciando a riflettere sull’importanza della conservazione della natura, e l’ecologia stava acquisendo un ruolo chiave nelle politiche dell’ambiente. Così, nel giro di pochissimi anni la parola biodiversità è entrata a pieno titolo nel lessico scientifico, finché la Conferenza di Rio del 1992, la prima conferenza mondiale sull’ambiente di tutti i capi di stato del mondo, ne ha definitivamente sancito la diffusione su scala planetaria. Nel frattempo ha acquisito un significato suo proprio, che è quello con cui la usiamo oggi. E cioè biodiversità è la varietà della vita sulla Terra.

Gli scienziati distinguono tre livelli di biodiversità. Il primo è la diversità genetica, cioè quanta variabilità esiste all’interno di un’unica specie: tanto più è alta, cioè quanto più i singoli individui, e le diverse popolazioni, sono differenti tra loro, tanto più la specie è resistente a malattie o cambiamenti ambientali, e quindi è a minor rischio di estinzione. Poi c’è la diversità di specie, cioè il numero di specie diverse che vivono in una particolare area o habitat. Infine, e a un livello più generale, c’è la diversità di ecosistema, che rappresenta la complessità massima perché include le specie ma anche gli elementi non biologici in cui queste vivono, come il clima e l’acqua.

Negli ultimi secoli, e in particolare negli ultimi cinquant’anni, la biodiversità è sempre più minacciata dalle attività umane. Inquinamento, disboscamento, pesca e caccia aggressive, introduzione di specie alloctone, cambiamenti climatici hanno portato a un aumento di mille volte il tasso di estinzione naturale delle specie viventi. Perciò, a partire dagli anni novanta, si è cercato di correre ai ripari. L’atto politico più importante è stato la Convenzione sulla diversità biologica scritta a Nairobi, in Kenia, nel 1992, e adottata dalle Nazioni Unite durante la Conferenza di Rio. L’Italia ha ratificato la Convenzione nel 1994.
Ma perché proteggere la biodiversità? Alcune specie viventi possono avere per noi un valore economico o di qualsiasi altro tipo (pensiamo ai tanti farmaci la cui chimica è stata derivata dalle piante) e ha molto senso proteggerle. Oppure no, non hanno nessuna importanza evidenteper noi, ma questo non significa che possano essere sacrificate in nome dei nostribisogni. La biodiversità, infatti, ha anche un significato etico: chi siamo, noi uomini, per distruggere le altre forme di vita sulla Terra? E perché le nuove generazioni dovrebbero trovarsi con un pianeta meno ricco di quello attuale? Insomma: proteggere la biodiversità significa riflettere sulla nostra posizione sulla Terra, su noi uomini e la natura. Ma anche sul modello di sviluppo che vogliamo perseguire.
In ogni caso, dobbiamo considerare che anche noi facciamo parte della biodiversità. Difenderla significa anche evitare di alterare equilibri complessi di cui facciamo parte, e di cui conosciamo troppo poco. È per questo che molti scienziati oggi preferiscono parlare di biodiversità, piuttosto che concentrarsi sulle sue singole componenti. E poi queste componenti sono davvero tante: tra 3 e i 30 milioni di specie viventi, di cui oggi meno di un milione e mezzo è stato catalogato, tutte discendenti della prima forma di vita sulla Terra comparsa 3,5 miliardi di anni fa. Ogni anno si scoprono tredicimila nuove specie, ma resta ancora moltissimo lavoro da fare. C’è chi stima, per esempio, che il 40% dei pesci di acqua dolce sudamericani non sia ancora stato identificato e che più di un milione di specie marine manchi ancora all’appello.

Oggi sappiamo che la Terra funziona come un organismo complesso, un unico immenso organismo complesso, in cui ogni ingranaggio, per quanto piccolo, ha una posizione tutta sua, indispensabile, da cui dipende l’equilibrio dell’intero sistema. E mantenere alta la biodiversità garantisce il mantenimento delle reti e delle dinamiche ecologiche globali da cui dipende l’esistenza di tutti, compresa la nostra: in mancanza di questi equilibri si arriverebbe al collasso ambientale e all’estinzione della maggior parte delle specie, come successo altre volte in passato. Per esempio: i vegetali di cui ci nutriamo (e di cui si nutrono i nostri animali d’allevamento) crescono su suoli resi ricchi e nutrienti dall’azione di minuscole forme di vita, ibatteri che producono fertilizzanti naturali fissando l’azoto dell’aria. Mentre il plankton e altri microscopici organismi dell’oceano assorbono l’anidride carbonica, che è lo scarto della nostra respirazione, e producono l’ossigeno che ci permette di vivere. Se noi e molti altri animali possiamo mangiare e respirare è grazie alla biodiversità e a queste specie minuscole, che non vediamo ma che partecipano come ingranaggi fondamentali alla vita su questo pianeta.

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