A Giorgio Nebbia

Giorgio Nebbia ci ha lasciato. Docente universitario, ambientalista, scrittore, Nebbia è stato un visionario. Ci ha insegnato a non essere subalterni, ad avere capacità critica. A studiare in profondità gli argomenti cui ci dedichiamo, a ricercare costantemente il confronto, per essere difficilmente attaccabili e rendere autorevole la riflessione e l'azione che si propone.
Walter Ganapini, 07 Luglio 2019
Micron

L’Italia di 40 anni fa era un paese interessante nel quale esistevano luoghi, soprattutto a Milano, frequentando i quali si poteva entrava in contatto con maestri del pensiero sui cui libri ci si era formati, alle cui conferenze si cercava di non mancare a costo di faticose trasferte ferroviarie dalla provincia alla metropoli o ammassati nell’auto di amici disponibili. Parlo della Milano anni ’70 , dalla Casa della Cultura al Club Turati, dall’Istituto Gramsci al Centro S. Fedele, luoghi che anticipavano di molto i moderni thinking tank.
Poi c’erano veri e propri cenacoli culturali che non rifiutavano l’accesso a giovani appassionati e curiosi: uno di questi era la redazione del Sapere di Giulio Maccacaro, la cui eredità, mancato il fondatore e spaccatosi il gruppo originario sulla questione nucleare, venne tenuta viva da Giovanni Cesareo e tanti di noi ambientalisti della prim’ora con  Scienza/Esperienza.
Alle riunioni di  Sapere si entrava in relazione con i maestri dell’approccio critico al sapere e al potere: lì conobbi Giorgio Nebbia, che era un maestro vero, sapeva dedicarti tempo e attenzione, insegnarti il metodo.
Oltre a Giorgio, ho avuto la fortuna di frequentare maestri come Aurelio Peccei, come Laura Conti, uniti nelle loro differenze dalla capacità di essere rigorosissimi con se stessi, dalla grande attitudine ad operare in logica da ‘civil servant’ , dalla grande capacità visionaria. Giorgio è stato un visionario, il primo, partendo dalla scienza delle merci, a parlare della necessità di progettare una società neotecnica, per gestire con efficienza ed equità le trasformazioni di materia ed energia che supportano ogni forma di insediamento antropico. Io ero fra quelli che nell’Emilia anni ’70 fece decine di assemblee sul ‘Progetto a medio termine’ voluto da Enrico Berlinguer, grande occasione per elaborare una progettualità nuova cui dare concreto seguito: in Emilia Romagna un progetto orientato alla qualità ambientale (oggi diremmo sostenibilità) voleva dire sceglier se concentrare lo sviluppo in pianura lungo la via Emilia o investire sull’Appennino già allora in abbandono. Purtroppo fu scelta l’opzione che poi ha portato all’attuale consumo di suolo, all’aria cancerogena padana, all’idolatria di Mammona, all’apertura alla economia criminale.
Tutto questo ha a che fare con la nozione di subalternità culturale, morbo drammatico da cui per un lungo periodo l’ambientalismo scientifico italiano, grazie a Giorgio e agli altri maestri, non è stato contaminato. Giorgio ci ha insegnato a non essere subalterni, ad avere capacità critica. A studiare in profondità gli argomenti cui ci dedichiamo, a ricercare costantemente il confronto, per essere difficilmente attaccabili e rendere autorevole la riflessione e l’azione che si propone.
Giorgio Nebbia anche su questo non sbagliava e il suo pensiero ci aiuterà ancora a lungo.

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