A passo lento

L’Italia ha annunciato che abbatterà il 50% delle sue emissioni di anidride carbonica equivalente entro il 2030, per poi arrivare a emissioni nette zero entro il 2050. Ci sarà molto da lavorare, per un paese con le emissioni ferme a cinque anni fa e tanti punti critici, a partire dai trasporti.
Pietro Greco, 19 Novembre 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

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Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte si è pubblicamente impegnato: l’Italia abbatterà il 50% delle sue emissioni di anidride carbonica equivalente entro il 2030, contro il 37% previsto in precedenza, per poi arrivare alla neutralità – ovvero emissioni nette zero – entro il 2050.

L’impegno è in linea con quanto dovrebbe fare l’Unione Europea. Ma ci sarà molto da lavorare. Il motivo è presto spiegato. Nel 1992 a Rio De Janeiro, con il varo della Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, il livello di riferimento scelto per le emissioni fu quello relativo al 1990. L’Italia trent’anni fa aveva emissioni di CO2 equivalente pari a circa 520 milioni di tonnellate/anno. Dopo aver raggiunto un picco tra il 2004 e il 2005, iniziò una riduzione abbastanza sostenuta per rispettare l’impegno previsto nel Protocollo di Kyoto. Nel 2014 il nostro paese ha emesso gas serra (o climalteranti, come li chiamano gli esperti) pari a 426 milioni di tonnellate: un significativo taglio del 18% rispetto al 1990.

Eravamo dunque incamminati per la buona strada. Il guaio è che ci siamo fermati al livello del 2014, confermandolo sostanzialmente negli anni successivi. Nel 2018 le emissioni erano ancora quelle del 2014. E per quest’anno si prevede addirittura un aumento. È evidente che qualcosa, da cinque anni a questa parte, non funziona. Il che rende l’obiettivo annunciato da Giuseppe Conte meno facile da realizzare. Cosa bisogna fare, dunque, per rispettare gli impegni? Individuare i punti critici, per poi poterli affrontare.

Il primo punto critico riguarda i trasporti. Come segnalato in un recente rapporto presentato a Ecomondo, a Rimini, tra il 2014 e il 2017 il consumo lordo di energia in questo settore è addirittura aumentato: da 166 a oltre 170 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio). Nel 2018 non solo è aumentato ancora, ma è cresciuto più del PIL (prodotto interno lordo): +0,9% il PIL, +2% il consumo lordo di energia. Il che significa che l’efficienza energetica nel settore trasporti non solo non aumento, ma diminuisce. Un esempio: le emissioni medie specifiche delle nuove auto immatricolate nel 2019 sono aumentate in Italia a circa 120 grammi di CO2 per chilometro (gCO2/km): il 5,5% in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Intanto resta alto l’uso dell’automobile. Il nostro è il paese europeo col tasso più alto di automobili: 644 ogni 1.000 abitanti nel 2018, un numero superiore all’anno precedente. Aumentano dunque le auto e aumentano i loro consumi di energia e le loro emissioni: nei primi otto mesi del 2019, le emissioni medie specifiche delle nuove auto immatricolate sono aumentate a quasi 120 gCO2/km, il 5,5% in più rispetto allo stesso periodo di un anno fa.

Non aumentano invece con la velocità attesa le auto elettriche in circolazione, che in Italia sono appena 10.000 contro le 68.000 della Germania. Non che le auto elettriche di per sé siano garanzia di minori emissioni di gas serra, perché occorre capire come viene prodotta l’energia elettrica che consumano. Ma certo sono un indicatore del cambiamento del paradigma nei trasporti. Questo cambiamento in Italia è troppo timido. La riprova è che nel settore pubblico la maggior parte degli autobus, in media molto vecchi, funziona ancora a diesel. Mentre la gran parte delle merci continua a viaggiare su gomma.

D’altra parte investiamo poco in ricerca ambientale. Anzi, investiamo sempre meno. L’Italia, rileva il rapporto, è al ventiduesimo posto (su 28) nell’Unione Europea per spesa ambientale in ricerca e sviluppo. Una spesa che nel 2017 ammonta a circa 520 milioni di euro ed è quindi del 17% inferiore a quella del 2010. In termini di spesa pro-capite, significa che ogni italiano investe in ricerca ambientale 8,7 euro l’anno, contro i 14,4 dell’area euro e i 25 della Germania. Al contrario, continuiamo a finanziare – con una somma ingente, pari a 19 miliardi di euro di sussidi – attività dannose per l’ambiente.

Gli effetti di questi ritardi nella mitigazione del cambiamento climatico si faranno sentire sull’Italia. Anche in termini economici: se la temperatura non arresterà la sua corsa entro la soglia di 1,5 °C indicata dagli scienziati, nella seconda parte del secolo potremo avere perdite del PIL pari anche all’8%. Mentre la forbice tra Nord e Sud si allargherà ancora del 60%, secondo l’European Institute on Economics and the Environment. Insomma, pagheremo un dazio salato ai nostri e agli altrui ritardi.

Ma non ci sono solo gli obiettivi relativi al cambiamento climatico. E non ci sono solo cattive notizie. L’economia verde o circolare o sostenibile – chiamiamola come vogliamo – è in crescita. Secondo alcune stime esistono in Italia 432.000 imprese che investono nell’economia verde, con 3 milioni di posti di lavoro. E sono aziende che fatturano più delle altre. Quelle che hanno adottato, infatti, un piano per la sostenibilità ambientale e sociale hanno anche una produttività media superiore, talvolta persino del 15%, rispetto alle altre aziende.

Il bicchiere sembra mezzo pieno anche sul fronte delle politiche di governo. Il Green New Deal annunciato da Conte stanzia per la prima volta fondi specifici per la decarbonizzazione. Bene. Ma è ancora troppo poco. La direzione è quella giusta, ma il passo è ancora troppo lento.

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