Abbiamo perso tutti

Pesano più i 16 milioni che sono andati a votare o i 35 che hanno disertato le urne? Il quesito referendario era, nella sua sostanza abbastanza semplice: l’Italia vuole continuare a perseguire la vecchia strada tracciata dai combustibili fossili, oppure vuole cambiare rotta? La risposta, al di là di qualsiasi acrobazia dialettica, è stata chiara: una larga parte degli italiani non è interessata al problema.
Fabio Mariottini, 05 Maggio 2016
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Direttore responsabile rivista micron

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Le consultazioni politiche in Italia rappresentano sempre un momento esilarante della vita del Paese. Passano gli anni, cambiano i sistemi elettorali, si alternano gli schieramenti al governo, ma dopo il voto, comunque vada, hanno sempre vinto tutti. Perfino chi è rimasto a casa. Il referendum del 17 aprile non ha fatto eccezione a questa regola. Il quorum non è stato raggiunto, e checché ne pensino autorevoli esponenti politici e insigni statisti, quando una nazione manca l’appuntamento con le urne non è mai un bel momento per la democrazia. Ancora peggiore, comunque, è l’idea che stiracchiando il risultato da una parte e dall’altra si riesca a ottenere un esito più conforme ai nostri desiderata. Pesano più i 16 milioni che sono andati a votare o i 35 che hanno disertato le urne? Il quesito referendario era, nella sua sostanza abbastanza semplice: l’Italia vuole continuare a perseguire la vecchia strada tracciata dai combustibili fossili, oppure vuole cambiare rotta?
La risposta, al di là di qualsiasi acrobazia dialettica, è stata chiara: una larga parte degli italiani non è interessata al problema. Sic et simpliciter. Casomai incerte sono le cause di così tanta indifferenza per il proprio futuro, considerando anche lo stato di crisi economica e politica che attraversa l’intero contesto internazionale.
La caduta libera del prezzo del greggio, passato dai 115 dollari della metà del 2014 ai 45 circa del mese di aprile del 2016, corroborata dall’ostinazione dei paesi dell’Opec di mantenere intatti i livelli di produzione per timore di vedersi sfuggire i clienti del sud est asiatico. Questa logica politica non ha fatto altro che acuire la crisi dei Paesi produttori senza però arrecare benefici ai consumatori. Cosa del tutto naturale in un modello di sviluppo dissipativo come quello basato sull’abuso delle fonti fossili che premia lo spreco e non il risparmio. Un mondo in crisi però non può nemmeno permettersi di consumare, quindi oggi ci troviamo in un’impasse in cui l’offerta è maggiore della domanda.
Le grandi compagnie non investono. I governi dei Paesi produttori non sono più in grado di spendere nelle grandi opere e in quel welfare che in qualche misura gli garantiva la sopravvivenza.
È in questa recessione che sono da cercarsi le radici della profonda destabilizzazione politica che sta investendo tutto il pianeta. Se a questo si aggiunge la ratifica ufficiale avvenuta pochi giorni fa da parte di 175 Stati degli accordi di Parigi sulla riduzione dell’uso delle fonti fossili per contenere l’aumento della temperatura di 1,5 gradi entro il 2020, è evidente che ci sarebbero state tutte le condizioni per riservare a questo referendum un po’ più di attenzione. In questo scenario quali potrebbero essere state le motivazioni della diserzione collettiva dalle urne dei cittadini? Proviamo a citarne alcune.
L’ultimo referendum sull’acqua pubblica, vinto ma mai applicato, forse non ha aiutato la partecipazione. E’ evidente poi che la crisi economica e sociale in cui versa l’Italia comincia a far sentire in maniera pesante i suoi effetti; in queste condizioni è difficile scegliere tra chi contrappone, seppure artatamente, le ragioni del lavoro e quelle dell’ambiente. Così, si è consumata, in maniera neppure troppo strisciante, nelle organizzazioni dei lavoratori la lacerazione tra “sviluppisti” e “ambientalisti”. I risultati di questi contrasti quanto mai datati, giocati sui territori scivolosi della politica, evidentemente non hanno contribuito a una riflessione seria sulla partita che si stava giocando.
Questa forse è l’analisi che andava fatta dopo il voto; per appurare quanto sia alto ancora il muro che separa ecologia ed economia, per cercare di capire quanto questa interminabile crisi abbia inciso e ancora condizioni la nostra vita quotidiana. A partire magari dall’analisi del “Rapporto Osservasalute 2015” una istituzione promossa dall’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma in collaborazione le Regioni presentato qualche giorno fa, in cui si afferma che per la prima volta nel nostro paese diminuisce l’aspettativa di vita della popolazione e che a contribuire a questo risultato è il calo di attività di prevenzione, della quale, aggiungiamo noi, la salubrità dell’ambiente è parte integrante. Abbiamo preferito invece, come sempre più spesso accade in questi ultimi tempi, guardare il dito e non la luna. Confondere tattica e strategia. Il risultato che ne è venuto fuori è che questa volta abbiamo perso tutti.

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