Acqua calda

Nel lontano 1995 Ismail Serageldin, allora vicepresidente della Banca Mondiale, preconizzò un terzo millennio dove le guerre sarebbero state combattute non più per il petrolio ma per l’acqua. Una profezia destinata ad avverarsi in tempi molto brevi. Oggi infatti un’ampia parte del mondo, che va da Israele al Ghana, passando per Cina e India è martoriata da contenziosi che hanno al centro la disponibilità delle risorse idriche.

Fabio Mariottini, 19 Agosto 2019
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Direttore responsabile rivista micron

Nel lontano 1995 Ismail Serageldin, allora vicepresidente della Banca Mondiale, preconizzò un terzo millennio dove le guerre sarebbero state combattute non più per il petrolio ma per l’acqua.
Una profezia destinata ad avverarsi in tempi molto brevi. Oggi un’ampia parte del mondo, che va da Israele al Ghana, passando per Cina e India è martoriata da contenziosi che hanno al centro la disponibilità delle risorse idriche.
I conflitti per l’acqua censiti dalla Banca Mondiale sono oltre 500 e le previsioni per il 2030 – come riportate dalle Nazioni Unite –  indicano che il 47% della popolazione vivrà in zone a scarsa disponibilità di acqua.
Così quasi metà degli abitanti del pianeta avrà meno acqua a disposizione per bere, per l’agricoltura e per la generazione di energia.
Ciò significherà un incremento dei profughi ambientali e l’aumento della sperequazione tra il nord del mondo ricco e industrializzato e il sud in cui gli eventi estremi determineranno aree al limite della sopravvivenza.
Il tutto, mentre i paesi più forti stanno già monopolizzando la risorsa acqua attraverso costruzioni di mega dighe, come ad esempio quella delle Tre Gole in Cina, la Gibe III in Etiopia o la Lesotho Highlands Water Project la cui messa in opera è prevista per il 2027 che convoglierà il 40% delle risorse idriche del piccolo stato africano verso il Sud Africa.
In ballo c’è anche il controllo del fiume Mekong attualmente oggetto di frizioni tra Cina, Vietnam, Laos e Cambogia e con esso anche la stabilità politica di quella fascia di sud-est asiatico.
L’area più calda e che desta molta preoccupazione si trova attualmente nel Kashmir indiano.
I due contendenti storici sembrano arrivati ormai molto prossimi al punto di non ritorno. Da una parte c’è Narendra Modi e l’idea della Grande India che, sostenuto dal ministro dell’interno Amit Shah, ex presidente del Baratiya Janata Party, il partito induista adesso al potere, vive ancora come un affronto la separazione del 1947. Una divisione che finora era stata mitigata, nonostante le quattro guerre combattute dai due Stati dal 1948, dalla parziale autonomia concessa alla fine degli anni Quaranta alla regione indiana del Kashmir e oggi revocata.
Dall’altra parte c’è il Pakistan che vede nell’ingombrante vicino un pericolo permanente sia a livello etnico, sia per ciò che riguarda la salvaguardia del territorio.
Al centro del contenzioso questa volta c’è anche il controllo delle risorse idriche.
Sulle montagne del Kashmir nasce infatti l’Indo che con i suoi affluenti rappresenta il più importante serbatoio d’acqua per il settore agricolo ed energetico di India e Pakistan. Per l’India avere il controllo su questa regione è fondamentale, soprattutto alla luce della politica aggressiva portata avanti dal premier Modi che punta a un forte sviluppo del settore idroelettrico e proprio dal Kashmir intende ricavare il 40% del fabbisogno energetico interno.
Il governo indiano, inoltre, ha progettato la costruzione di nuove dighe lungo i fiumi Jhelum e Chenab che arresterebbero l’afflusso di acqua indispensabile per oltre il 70% dell’agricoltura pakistana. Una situazione complicata e resa ancora più tesa considerando il fatto che sia l’India che il Pakistan sono dotati di armi nucleari.
Le “guerra per l’acqua” non sono nuove nella storia dell’uomo ma ora stanno avendo una considerevole accelerazione dovuta ai cambiamenti climatici.
Uno studio recente sull’Indo mostra infatti che a causa degli squilibri termici la portata del fiume dovrebbe diminuire dell’8% entro il 2050.
Negli ultimi anni si sono intensificate inondazioni, cicloni, siccità, catastrofi apparentemente naturali ma in realtà riconducibili, per lo più all’intervento antropico.
Le guerre e la miseria sono diventati così i termini di paragone per capire i nostri comportamenti e il nostro modo di rapportarci con l’ecosistema. Un saldo negativo che purtroppo non sembra destinato a migliorare in tempi brevi. Uno squilibrio che ci porta lontano dalle parole del Mahatma Gandhi che non si stancava mai di ripetere che “La terra ha risorse sufficienti per i bisogni di tutti, ma non per l’avidità di pochi”.

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