Ambiente, il rischio Brasile

Il giudizio espresso con un editoriale dalla rivista inglese Natureriguardo le recenti elezioni in Brasile è pesante: il presidente eletto, Jair Bolsonaro, rappresenta una «minaccia per la scienza globale». Laddove il pericolo planetario non si annida tanto nella promessa di tagli alla ricerca annunciati da Bolsonaro – che rappresentano certo un notevole danno per il grande […]
Pietro Greco, 06 Novembre 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Il giudizio espresso con un editoriale dalla rivista inglese Natureriguardo le recenti elezioni in Brasile è pesante: il presidente eletto, Jair Bolsonaro, rappresenta una «minaccia per la scienza globale». Laddove il pericolo planetario non si annida tanto nella promessa di tagli alla ricerca annunciati da Bolsonaro – che rappresentano certo un notevole danno per il grande paese sud americano, ma non per il mondo intero – quanto anche e soprattutto nella politica ambientale del presidente appena eletto. Il rischio è che riprenda in grande stile la deforestazione dell’Amazzonia, che è il principale polmone verde del pianeta e un hot spot di biodiversità.
Per quanto riguarda la scienza, l’analisi è semplice. Per alcuni anni, con la presidenza di Lula, il Brasile si era riproposto di diventare una delle potenze scientifiche mondiali.
E per molti anni l’obiettivo sembrava raggiungibile. Gli investimenti in ricerca e sviluppo erano aumentati in maniera sensibile. Poi, negli ultimi anni, la crisi.
Oggi il budget del ministro federale della ricerca si è ridotto a un terzo rispetto a quello del 2010. Il taglio ai finanziamenti è stato draconiano. Ebbene, Jair Bolsonaro ne ha annunciato di nuovi. Il che ha il Presidente dell’Accademia delle Scienze del Brasile, il fisico teorico Luiz Davidovich, a dichiarare che, ormai, fare ricerca nel paese è «un atto di resistenza».
Molti temono che in gioco vi sia la stessa libertà di ricerca. E le recenti incursioni della polizia in molte università per reprimere le manifestazioni di tipo politico, perché proibite in ambienti pubblici, non lascia presagire nulla di buono. Jair Bolsonaro, nota Nature, è infatti molto vicino agli ambienti miliari nostalgici delle passate dittature.
Ma la minaccia globale deriva soprattutto della politica ambientaleannunciata dal nuovo presidente.
È vero che sembra aver già ritirato uno dei suoi principali annunci: l’uscita del Brasile dagli accordi sul clima di Parigi. Ma è anche vero che il capo dello staff del nuovo presidente, Onyx Lorenzoni, è un negazionista che ritiene inaffidabile la scienza sul clima. Inoltre Jair Bolsonaro, anche dopo l’elezione a presidente, ha ribadito di voler accorpare il ministero dell’ambiente non “con” ma “in” quello dell’agricoltura. E il nuovo potente ministero potrebbe essere, come paventa l’editoriale di Nature, sotto il controllo diretto o indiretto della lobby dell’agrobusiness.
Di qui il doppio posizionamento sull’Amazzonia. Da un lato Bolsonaro rivendica al Brasile e solo al Brasile il possesso dell’Amazzonia, nel senso che rifiuta di considerarla un patrimonio globale e, quindi, oggetto di accordi internazionali: la grande foresta è una risorsa del Paese che deve essere utilizzata per la crescita economica e la ricchezza del Brasile. Il che potrebbe significare il via libera a un ampio piano di costruzione di dighe per la produzione di energia elettrica nella grande foresta, con ripercussioni pesanti sulla sua straordinaria biodiversità. Dall’altro Bolsonaro lascia intendere che non saranno ostacolati, al contrario saranno favoriti, nuovi processi di deforestazione, con un impatto sul clima globale non certo banale. «Corriamo seri rischi che la deforestazione esploda e che ci sia un aumento della violenza», ha dichiarato al quotidiano The Guardian Marcio Astrini, direttore delle politiche pubbliche di Greenpeace.
Il rischio di possibili violenze nasce dal fatto che Jair Bolsonaro ha dichiarato che non ci saranno nuove aree riservate alle popolazioni indigene e che, anzi, quelle a loro già demandate saranno aperte alle estrazioni minerarie. Anche qui le preoccupazioni ecologiche e sociali sono piuttosto grandi. «Siamo in stato di allerta», ha dichiarato sempre a The Guardian, Beto Marubo, leader degli indigeni della riserva della Valle di Javari. Gli fa eco un altro membro delle comunità indigene, Dinamam Tuxá, ribadendo che le popolazioni autoctone non desiderano affatto la deforestazione con la messa in coltura di nuove terre né l’esplorazione e lo sfruttamento di nuove miniere. E accusa il nuovo presidente di non rispettare le tradizioni dei popoli indigeni.
Nature è una rivista scientifica inglese, tra le più autorevoli al mondo, così come The Guardian, autorevole quotidiano che si occupa anche (e bene) di politica globale. Le preoccupazioni che hanno manifestato negli ultimi giorni sono analoghe. Ma sono esagerate? Davvero Jair Bolsonaro rappresenta una minaccia per la scienza e l’ambiente globale?
Difficile dirlo prima che entri effettivamente in carica.
Tuttavia è certo che il nuovo presidente non considera la scienza una leva per lo sviluppo del suo immenso paese. Mentre sembra perseguire un modello di crescita economica che non ha in grande considerazione i capitali della natura. E questo è davvero un problema globale, visto il ruolo che ha l’Amazzonia nella dinamica del clima del pianeta.
Ma, oltre quello che farà in pratica e a prescindere anche dalla sua adesione agli accordi di Parigi, è vero che con lui e con la sua visione sovranista delle risorse naturali il Brasile rischia di aggiungersi ad altri Paesi democratici, a partire dagli Stati Uniti e dall’Australia, che in maniera intenzionale hanno iniziato a minare l’idea che viviamo su un unico e limitato pianeta. E che non c’è possibilità di salvaguardarne l’ambiente se ogni Paese considera sua esclusiva proprietà le risorse naturali che ospita.

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