Apparenti contraddizioni

Come conferma anche un recente studio condotto sui rigidi inverni nelle steppe dell’Asia centrale, gli effetti del ‘global warming’ non sono sempre e ovunque lineari. E questo può creare fraintendimenti tra i non esperti. È necessario uno sforzo maggiore della comunità scientifica perché la complessità del sistema clima diventi senso comune e l’opinione pubblica acquisisca una matura cultura climatica.
Pietro Greco, 31 Gennaio 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Mettetevi nei panni di un nomade che cavalca per le grandi steppe dell’Eurasia centrale. Da alcuni decenni deve far fronte a inverni insolitamente freddi. E sì che da quelle parti gli inverni non scherzano mai. Ma subirne molti, molto più rigidi che in passato, è normale che gli crei qualche perplessità e possa indurlo a sbottare: «ma non avevate detto che stiamo andando incontro al riscaldamento globale, e allora com’è che noi sentiamo sempre più freddo»?
Aggiungete a questo che c’è una discrepanza tra i dati osservati e le previsioni realizzate facendo girare al computer i modelli del clima. Tanto freddo, dicono le simulazioni, non dovrebbe esserci. «E allora, come lo spiegate?», chiede scettico l’amico nomade della steppa?
Fino a ieri nessuno aveva una spiegazione. E nessuno avrebbe potuto, dati alla mano, spiegare al nomade della steppa perché i suoi inverni invece di essere più caldi sono diventati sempre più freddi. La risposta ora c’è. È una risposta magari parziale, ma inattesa.
La propone su PNAS (i Proceedings of the National Academy of Science degli Stati Uniti) un gruppo di ricercatori giapponesi guidati da Masato Mori, dell’università di Tokio. La causa degli inverni freddi nell’Asia centrale va ricercata nelle stagioni sempre più calde sulle acque di Barents e di Kara, i due mari che bagnano il nord della Russia separati dall’isola allungata di Novaya Zemlya.
Il caldo scioglie per lunghi periodi quei mari solitamente ghiacciati e l’effetto, inatteso, è che si creano le condizioni per inverni più freddi a sud, nell’Eurasia centrale appunto.
Mori e colleghi stimano che almeno il 44% del raffreddamento invernale nelle zone centrali dell’Eurasia registrato tra il 1995 e il 2014 sia dovuto al gran caldo nei mari artici.
La notizia non interessa solo il nostro amico nomade delle steppe. Ma tutti noi. Soprattutto per due motivi. Il primo ha un valore strettamente scientifico. Finora abbiamo largamente sottostimato lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico e abbiamo addirittura ignorato i suoi effetti. E, poiché l’estensione dei mari nel nord del pianeta non è poca cosa, se ne ricava che di questo nostro pianeta e del suo clima ne sappiamo ancora poco. O meglio, di larghe zone del pianeta sappiamo poco.
La seconda considerazione è un po’ più filosofica o, almeno, pedagogica. La vicenda degli inverni nelle steppe eurasiatiche ci insegna, infatti, che gli effetti del global warming non sono sempre e ovunque lineari. Quello del clima è un sistema complesso e le sue dinamiche possono essere, appunto, non lineari e difficili da prevedere a priori, anche se spiegabili a posteriori. Gli scienziati del clima lo sanno e per questo non saranno rimasti più di tanto sorpresi dall’articolo di Masato Mori e colleghi.
Ma la complessità del sistema clima, con le sue apparenti contraddizioni, può creare facilmente fraintendimenti tra i non esperti.
Basta una gelata un po’ più intensa della media persino nei giorni della merla (i più freddi dell’anno, in genere), per far gridare a opinionisti più o meno illustri: «le vedete, fa freddo e dunque il riscaldamento globale non esiste».
Questa fallace interpretazione dei dati climatici deriva da una scarsa o nulla consapevolezza di come funzione il sistema complesso clima.
Di qui la necessità che i colleghi di Masato Mori – ovvero climatologi di tutto il mondo – facciano uno sforzo eccezionale.
Quello stesso sforzo eccezionale che chiedono ai governi per cercare di evitare che, a fine secolo, la temperatura media del pianeta superi gli 1,5 °C rispetto al livello dell’epoca pre-industriale. Le vicende dei gilet gialliin Francia dimostrano che non è facile, per i governi, assumere decisioni drastiche, come il ribaltamento del paradigma energetico, che l’opinione pubblica non comprende.
E allora ecco la necessità che i climatologi e, più in generale, la comunità scientifica accettino una sfida non meno difficile e faticosa. Tocca a loro far sì che l’opinione pubblica mondiale, dal nomade delle steppe al contadino francese al cittadino residente a New York, acquisisca una cultura climatica matura.
Non bastano gli studi rigorosi e le simulazioni sempre più puntuali. Occorre che la complessità del sistema clima diventi senso comune. In genere, le evoluzioni culturali di questa portata richiedono tempi lunghi. Ma ora quel tempo non c’è. Abbiamo una dozzina di anni ancora, non più, sostiene l’IPCC. E allora, cari climatologi, sforzatevi di far raggiungere il vostro messaggio al grande pubblico e di farlo sedimentare in tempi brevi.
Certo il problema riguarda anche i media. Che al tema dei cambiamenti climatici, considerati la più grave minaccia che pende sul capo dell’umanità in questo secolo, dedicano troppo poco spazio. E, soprattutto, troppa superficialità. Non possiamo permettercelo.

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