Autunno italiano

In Italia, a novembre, si commemorano i defunti e si fa la stima dei danni provocati dal maltempo. Questa prassi è ormai diventata consuetudine. È arrivato il momento del tanto atteso cambio di paradigma. Bisogna affrontare i temi della mobilità, delle superfetazioni urbane, dell’energia, dell’edilizia, dell’urbanizzazione del territorio. Fuori da questo perimetro ci sono solo le toppe che, a volte, sono peggiori del buco.
Fabio Mariottini, 11 Gennaio 2020
Micron
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Direttore responsabile rivista micron

In Italia, a novembre, si commemorano i defunti e si fa la stima dei danni provocati dal maltempo. Questa prassi è ormai diventata consuetudine. Anche quest’anno non ci siamo smentiti e le prime pagine dei quotidiani, per un lungo periodo di tempo, sono state interamente dedicate all’acqua che stava sommergendo Venezia. Un evento così rilevante che ha meritato persino una citazione da parte della neo-presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen nel suo discorso di insediamento. La mareggiata di martedì 12 novembre, infatti, rafforzata da venti a 100 chilometri orari, aveva raggiunto i 187 centimetri attestandosi in prossimità dei livelli di guardia superati nel 1966.
Ma Venezia è stata solo la punta dell’iceberg di ciò che è capitato nell’arco dello stesso mese nel nostro paese. In sequenza si sono infatti verificate alluvioni in Emilia Romagna e in Toscana, il crollo di un ponte sulla Torino-Savona, la chiusura di molti viadotti, frane in Campania e in Calabria. Insomma un ordinario autunno italiano, così consueto che, mentre si spalava ancora il fango, già si andava in cerca del capro espiatorio.

Questa volta sul banco degli imputati c’erano le grandi opere, il Mose, i ritardi, la mancanza di fondi, l’omissione di controlli da parte di Autostrade Spa. Argomenti reali e rilevanti sui quali si sono spesi editorialisti e tecnici, ma poco utili per fronteggiare l’emergenza e dare risposte concrete alla popolazione. Se si ragiona su ciò che è accaduto in questi giorni si può vedere che ognuna delle motivazioni addotte ha la sua ragion d’essere; è pur vero, però, che le carenze di questo paese non possono essere imputate solo agli ultimi anni, ma devono risalire quantomeno all’Unità d’Italia. O, comunque, a quella metà dell’Ottocento in cui la rivoluzione industriale determinò un cambiamento repentino del mondo in termini sociali, territoriali e urbanistici. Al centro di questa mutazione si trova il sistema produttivo.

La fabbrica diventa così l’asse portante delle nuove forme di sviluppo economico e sociale. Questo nuovo modo di generare merci, improntato sulla centralizzazione dei lavoratori e la meccanizzazione dei mezzi di produzione stabilì una nuova distribuzione antropica sul territorio. L’inurbamento di masse sempre più vaste portò all’edificazione di superfici sensibili come le rive dei fiumi, le aree golenali, le coste. Solo nel decennio 1951-1961 più di 2 milioni di persone abbandonarono il meridione per trasferirsi nelle grandi città del centro-nord.
Questo è il contesto su cui bisogna iniziare a ragionare per ricostituire gli equilibri territoriali del paese. Ciò che invece si sta profilando sono interventi estemporanei utili per ricucire qualche strappo, ma lontani da un’azione d’insieme.
Qualche anno fa le Regioni stimavano tra 40 e 50 miliardi di euro il costo della messa in sicurezza del territorio, ma nel conto ancora non venivano computati i danni provocati dalla recrudescenza degli effetti dei cambiamenti climatici. E tutto questo solo per andare a ricostruire una parte del tessuto geomorfologico. È ovvio, quindi, che gli stanziamenti per le “ricuciture” degli strappi determinati dal dissesto idrogeologico possono rappresentare un utile palliativo, ma sono cifre irrisorie per ridisegnare gli assi portanti di questo paese. Ciò che in realtà occorrerebbe è modificare in profondità quella cultura che ha indirizzato e a volte seguito l’attuale modello di sviluppo. Bisogna affrontare i temi della mobilità, delle superfetazioni urbane, dell’energia, dell’edilizia, dell’urbanizzazione del territorio. Fuori da questo perimetro ci sono solo le toppe che, a volte, sono peggiori del buco.

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