C’è un giudice al tribunale del clima

Torniamo a parlare della vicenda giudiziaria in Oregon, Stati Uniti, dove la Corte Suprema ha appena emesso a riguardo una sentenza il cui contenuto è destinato a fare storia. Una vicenda analoga si è da poco conclusa anche in Olanda. Non sappiamo se e come la strada che passa per i tribunali si rivelerà un’opzione utile nel contrasto al ‘climate change’. Ora, però, trovano un concreto ascolto nelle aule dei tribunali nazionali due importanti principi stabiliti in sede di diritto internazionale.
Pietro Greco, 20 Novembre 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

C’è, dunque, “un giudice a Berlino”. Anzi a Eugene, Oregon, Stati Uniti. E può essere adito anche per verificare se l’Amministrazione Federale non stia per caso trasgredendo qualche legge o violando qualche diritto inalienabile evitando di impegnarsi nel contrasto ai cambiamenti climatici. Così ha sentenziato il 2 novembre scorso la Corte Suprema di Washington.
Una sentenza importante. Ma per cercare di dipanarla, questa importanza, conviene ricostruire la vicenda. Nei mesi scorsi 21 ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e 1 22 anni aveva denunciato al tribunale di Eugene l’Amministrazione Trump, colpevole di attentare con la sua politica negazionista in materia di climate change ai diritti garantiti dalla Costituzione americana alla vita, alla vita, alla libertà e alla proprietà.
I ragazzi hanno chiesto alla corte della città dell’Oregon di obbligare il governo federale ad adoperarsi attivamente per riportare la concentrazione atmosferica di CO2 al di sotto delle 350 ppm (parti per milione) entro il 2100.
La denuncia e la richiesta devono aver impensierito l’Amministrazione Trump, che da un lato ha chiesto alla Corte Suprema di bloccare la causa e dall’altra ha rilasciato, attraverso il Dipartimento di Giustizia, una dichiarazione in cui si afferma non c’è alcun diritto sancito dalla Costituzione a «un sistema climatico in grado di sostenere la vita umana».
Il dibattimento in tribunale, che doveva iniziare lo scorso 29 ottobre, è stato bloccato in attesa delle decisioni della Corte Suprema. Che sono giunte a tambur battente, il 2 novembre successivo. Con un contenuto destinato a fare storia. Il tribunale di Eugene dovrà prendere in considerazione gli argomenti dell’Amministrazione, ma potrà senz’altro procedere nel dibattimento della causa Juliana vs United States.
Non sappiamo cosa stabilirà il tribunale dell’Oregon. Non sappiamo neppure quali saranno le motivazioni della decisione.
Di certo la Corte Suprema ha stabilito che non è infondato ritenere che esista negli Stati Uniti un diritto a «un sistema climatico in grado di sostenere la vita umana».
È la via giudiziaria alla prevenzione dei cambiamenti climatici.
Il percorso non è del tutto originale. È stato, infatti, già battuto in Olanda quando, nel 2015, un’organizzazione di cittadini chiamata Urgenda, ha ottenuto una vittoria definita storica contro il governo dell’Aja: il giudice ha infatti imposto all’istituzione politica di tagliare entro il 2020 le emissioni di gas serra del 25% rispetto ai livelli di riferimento del 1990, giustificando la decisione col fatto che le conseguenze dei cambiamenti climatici possono rivelarsi un serio danno per le generazioni olandesi presenti e future. Il governo ha fatto appello. Ma proprio a inizio di novembre, mentre la Corte Suprema USA dava luce verde alla causa intentata da Juliana e altri 21 ragazzi, la decisione del tribunale olandese è stata confermata. Per una sentenza del tribunale, dunque, l’Olanda dovrà tagliare le sue emissioni di gas serra.
Non sappiamo se e come la strada che passa per i tribunali si rivelerà un’opzione utile nel contrasto ai cambiamenti climatici. Lo vedremo nelle prossime settimane, mesi e anni.
Già ora, però, trovano un concreto ascolto nelle aule dei tribunali nazionali due principi stabiliti in sede di diritto internazionale.
Il primo è il diritto che ha ciascun cittadino in qualsivoglia paese del mondo a vivere in un ambiente e, dunque, in un sistema climatico sano e desiderabile. Può sembrare un diritto astratto. Ma le richieste dei 22 giovani cittadini americani e del gruppo Urgenda olandese danno una cornice quantitativa precisa a questo diritto: fare in modo che la concentrazione di CO2 ritorni al di sotto delle 350 ppm (oggi è all’incirca 410 ppm; era 280 ppm in epoca pre-industriale); fare in modo che i paesi abbattano in tempi rapidi le emissioni nazionali di gas serra.
E, per tempi rapidi, bisogna intendere quelli indicati di recente dall’IPCC: abbiamo dodici anni, non di più, per cercare di contenere il previsto aumento della temperatura media del pianeta entro la soglia di 1,5°C.
Il secondo diritto è il riconoscimento di quel patto intergenerazionale evocato dalla Commissione Brundtland nel 1987 e stabilito dalla Conferenza delle nazioni Unite sull’Ambiente e lo Sviluppo di Rio de Janeiro del 1992: i nostri discendenti hanno diritto – un diritto giuridico – a ricevere dalla nostra generazione il patrimonio ambientale che noi abbiamo ricevuto dalle generazioni che ci hanno preceduto.
Questo principio può sembrare in contraddizione sia con i processi evolutivi (dunque segnati dal cambiamento) spontanei del pianeta Terra sia con la stessa esistenza dell’uomo, che è intrinsecamente habilis (come è stata definita la prima specie del genere Homo): dunque con una forte vocazione a modificare intenzionalmente l’ambiente in cui vive.
Ma questa contraddizione è solo apparente. Certo, nulla possiamo fare contro i cambiamenti spontanei del pianeta Terra. Ma molto possiamo fare perché la nostra inevitabile impronta ecologica sia la più piccola e la meno profonda possibile, in modo da non negare un futuro desiderabile alla nostra come alle future generazioni.

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