Centrali a carbone, diamo l’esempio

Dallo studio condotto dal Cnr-Ifc di Pisa sui danni alla salute della popolazione residente nei dintorni della Tirreno Power a Vado Ligure vengono tre messaggi ben precisi.
Pietro Greco, 10 Settembre 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Tecnicamente si chiama studio di “coorte residenziale”. In pratica, si tratta di analizzare nel corso di diversi anni lo stato di salute di tutte le persone residenti in una certa area di interesse per verificare la presenza di anomalie.
È quanto hanno fatto Fabrizio Bianchi, dirigente dell’Istituto di fisiologia clinica del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ifc) di Pisa, e un gruppo di suoi collaboratori: Fabrizio Minichilli, Francesca Gorini, Elisa Bustaffa e Liliana Cori.
L’area posta sotto osservazione è quella intorno alla centrale ‘Tirreno Power’ di Vado Ligure, in provincia di Savona. Le persone residenti seguite per 13 anni, tra il 2001 e il 2013, sono state 144.019. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Science of the Total Environment.

La vicenda è questa. La Tirreno Power è una centrale a carbone entrata in esercizio nel 1970 e bloccata dalla Procura della Repubblica di Savona per “disastro ambientale doloso”. Fabrizio Bianchi e i suoi colleghi hanno utilizzato i dati forniti dall’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Liguria (Arpal) relativi all’esposizione a biossido di zolfo (SO2) e ossidi di azoto (NOx) della popolazione intorno alla fabbrica. Hanno analizzato le vicende di salute delle quasi 150.000 persone seguite e hanno trovato che la mortalità di questa “coorte residenziale” è stata superiore del 49% rispetto ad altri gruppi di riferimento.

Come riferisce Fabrizio Bianchi: «Nei 12 comuni considerati, nelle aree a maggiore esposizione a inquinanti sono stati riscontrati eccessi di mortalità per tutte le cause (sia uomini che donne +49%) per malattie del sistema circolatorio (uomini +41%, donne +59%), dell’apparato respiratorio (uomini +90%, donne +62%), del sistema nervoso e degli organi di senso (uomini +34%, donne +38%) e per tumori del polmone tra gli uomini (+59%). L’analisi dei ricoveri in ospedale ha fornito risultati coerenti con quelli della mortalità».
In conclusione: le persone residenti nei dintorni della centrale a carbone hanno accusato ragguardevoli danni alla salute. È lecito, dunque, dedurne che quella centrale a carbone è stata responsabile per anni di un alto tasso di inquinamento locale.

Ora, in Italia sono ancora operative otto centrali a carbone: a Monfalcone, in Friuli Venezia Giulia; a Fusina, in Veneto, a Brescia, in Lombardia; a La Spezia, in Liguria; a Torrevaldaliga Nord, nel Lazio; a Brindisi, in Puglia; in Sardegna ce ne sono due, a Portoscuso, nel Sulcis, e a Fiumesanto. Non sappiamo se l’impatto sulla salute di queste centrali sulle persone residenti in zona sia minore, uguale o maggiore a quello verificato a vado Ligure. Ma è certo – una sterminata letteratura internazionale lo conferma – che le centrali a carbone sono generalmente molto inquinanti.
È possibile sostituire il carbone con altre fonti energetiche, sperabilmente rinnovabili. Dunque il primo messaggio che viene dallo studio di Fabrizio Bianchi e dai suoi collaboratori è: chiudete quelle centrali al più presto.
Ma sappiamo che le centrali a carbone sono quelle che, a parità di energia prodotta, generano più anidride carbonica che va a finire in atmosfera. E, dunque, forniscono un forte contributo ad alterarne la composizione chimica e ad accelerare i cambiamenti del clima. Gli accordi di Parigi del 2015 prevedono che questo tipo di centrali siano chiuse al più presto, come prima e più efficace azione di prevenzione del clima. In Italia è previsto che le otto centrali a carbone operative debbano essere chiuse o riconvertite entro il 31 dicembre 2025.

Ecco dunque il secondo messaggio di Bianchi e colleghi: chiudiamo queste centrali prima di questa scadenza. Faremo del bene anche al clima globale.
Il terzo messaggio è la logica conseguenza dei primi due: chiudiamo le centrali a carbone prima della scadenza prevista, ci guadagneremo tutti. Le persone che risiedono nei dintorni, che avranno a che fare con meno inquinanti; l’Italia, che si adeguerà prima alle norme europee e risponderà meglio agli impegni di Parigi; la popolazione di tutto il pianeta che beneficerà di quel poco (ma non pochissimo) aumento della temperatura globale dovuto alle emissioni di anidride carbonica delle otto centrali italiane residue. Magari poi l’esempio sarà seguito anche da altri paesi europei: per esempio dalla Germania che negli ultimi tempi ha mostrato qualche esitazione a perseguire il progetto di immediato phase out dal carbone; o dalla Polonia che sul carbone intende fare ancora conto quale principale fonte di energia.
Ecco, un impegno di questo nuovo governo potrebbe essere proprio questo: dare l’esempio accelerando la fuoriuscita dal carbone e, a seguire, dalle altre fonti fossili di energia.

Commenti dei lettori


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  1. Sisto Bruni
    Non vorrei sbagliarmi, ma le centrali di Vado Ligure (Savona) e Torre Val diga (Civitavecchia), sono state da tempo riconvertite a gas naturale dall'azienda Tirreno Power che le ha rilevate. Nel vostro articolo vengono citate come centrali a carbone. Che possano avere problemi di emissione di polveri sottili può starci, ma che vengano ancore messe sulla "black list" delle centrali a carbone mi sembra inopportuno.
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