Clima, pandemie e il cambio di rotta

Viviamo nel pieno di due crisi globali: una di lungo periodo, la crisi ambientale che ha nei cambiamenti globali e nell’erosione della biodiversità. E già si annuncia una crisi economica a scala planetaria piuttosto profonda. Allora la domanda è: possiamo minimizzare gli effetti di queste formidabili perturbazioni? Ed esistono strumenti che ci consentono di affrontare contemporaneamente le tre crisi?
Pietro Greco, 16 Maggio 2020
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

In un libro apparso in Italia esattamente un anno fa, Il destino di Roma. Clima, epidemie e la fine di un impero, pubblicato da Einaudi, Kyle Harper parla del rapporto tra epidemie e cambiamenti climatici, con particolare riferimento al declino dell’Impero Romano.

L’evoluzione delle società umane è piuttosto complessa. E molto bene aveva fatto in precedenza lo storico dell’ambiente Pascal Acot ad avvertire dei rischi e della fallacia di ogni determinismo climatico (Storia del clima, Donzelli, 2004). Per cui non seguiremo Harper nell’associare in maniera, deterministica appunto, la caduta di Roma (o, almeno, dell’Impero romano d’occidente) al combinato disposto di crisi sanitarie e crisi climatiche. In realtà neppure Kyle Harper, che è un docente di lettere classiche, mette in relazione diretta, deterministica appunto, la crisi politica e militare di Roma con clima ed epidemie. Ma non è sul tema specifico della caduta di un impero che vogliamo soffermarci, quanto sulla successione di cambiamenti climatici ed epidemie che Harper richiama alla mente.

Tra le principali ricordiamo la devastante peste antoniana che uccise, si calcola, 10 milioni di persone nell’impero tra il 165 e il 180 dopo Cristo. La peste, che probabilmente fu un’epidemia di vaiolo, ebbe origine durante l’assedio di Seleucia, sul Tigri, da parte dell’esercito romano impegnato nella guerra contro i Parti. La malattia mortale fu descritta in diretta dal medico ellenista Galeno (nato a Pergamo nel 129 e morto a Roma nel 201) che tanta influenza ha avuto per secoli sul pensiero intorno alla salute in occidente, sia nel mondo islamico che in quello cristiano.

Ma è alla fine del terzo secolo che crisi climatica e crisi sanitaria si incontrano e devastano l’impero. Proprio mentre, tra il 250 e il 260, scoppia la “peste di Cipriano”, un’altra tremenda epidemia di vaiolo. Tutto questo fiacca l’impero e favorisce le cosiddette invasioni barbariche, ovvero la discesa verso sud delle popolazioni europee settentrionali. Qualcosa di analogo succede trecento anni dopo, quando nel 536 arriva “l’anno senza estate” che dà inizio alla cosiddetta “piccola era glaciale”. Nel 540 ecco che arriva un’epidemia di peste bubbonica, quella causata dal batterio Yersinia pestis, che ha nei topi un formidabile vettore.

Non sappiamo se ci sono relazioni da causa ed effetto tra questi fenomeni di cambiamenti del clima e di insorgenza di epidemie. Però certo queste ricorrenze ci dicono che sia gli uni (i cambiamenti climatici) sia le altre (le epidemie) sono fattori che possono avere un rapporto con le crisi sociali e politiche delle comunità umane.

La peste che arrivò in Europa a metà del XIV secolo e che uccise circa un terzo della sua popolazione bloccò il cosiddetto “primo Rinascimento” quello iniziato tra il XII e il XIII secolo e che ha avuto tra i suoi protagonisti personaggi come Federico II e Dante, ma soprattutto ha consentito (finalmente!) l’ingresso della scienza in Europa attraverso le traduzioni sistematiche dei testi classici e moderni dall’arabo in latino, che venivano letti in tutte le decine di università che, con la loro rete omogenea, ne fecero il collante culturale dell’identità europea.

Questo primo periodo aureo in pieno Medio Evo era stato favorito dall’inizio di un cambiamento che rendeva il clima più mite, tanto da consentire ai vichinghi di sbarcare in Islanda, in Groenlandia e persino in America. E proprio questo clima favorevole ha aiutato lo sviluppo di un nuovo ciclo culturale che, tra il XV e il XVI secolo, è stato definito “Rinascimento” (o secondo Rinascimento). Mentre la crisi sanitaria del XIV secolo fu accompagnata dalla crisi economica, catalizzata dal fallimento delle banche fiorentine.

Veniamo ora al nostro tempo. Viviamo nel pieno di due crisi globali: una di lungo periodo, la crisi ambientale che ha nei cambiamenti globali e nell’erosione della biodiversità. E già si annuncia una crisi economica a scala planetaria piuttosto profonda. Allora la domanda è: possiamo minimizzare gli effetti di queste formidabili perturbazioni? Ed esistono strumenti che ci consentono di affrontare contemporaneamente le tre crisi?

Né i Romani nei primi secoli del primo millennio né gli Europei nei primi secoli del secondo millennio seppero rispondere in positivo a queste domande. E uno dei motivi è che non avevano cognizione delle cause delle crisi che si incrociavano. Noi oggi, all’inizio del terzo millennio, abbiamo un vantaggio su quei nostri progenitori: abbiamo “un’enorme coscienza”, sappiamo quasi tutto delle cause delle tre crisi che si incrociano. Di conseguenza possiamo almeno tentare di affrontarle. Iniziando con l’individuare i nodi in cui si incrociano.

Le tre crisi hanno ampi margini di reciproca autonomia. Tuttavia numerose sono le prove scientifiche che sia l’origine che la diffusione di vecchie e nuove epidemie sono, talvolta, favorite dai cambiamenti del clima e dalla forte perturbazione che le attività umane arrecano agli ecosistemi. Ne deriva che un razionale contrasto al climate change e all’erosione della biodiversità aiuta a rendere meno probabili nuove epidemie. E, di conseguenza, meno probabili crisi economiche per cause biologiche e/o ambientali.
Molti analisti un po’ in tutto il mondo si chiedono chi uscirà vincitore da questa crisi epidemica: se gli Stati Uniti o la Cina. Nessuno candida l’Europa (ma su questo occorrerà tornare in altra occasione). Pochi considerano lo scenario forse più probabile: a perdere saranno (saremo) tutti.

L’epidemia nel breve tempo e i cambiamenti ambientali con una velocità solo in apparenza più lenta potrebbero rivelarsi i co-fattori di una crisi sociale ed economica globale paragonabile a quella dell’Impero Romano o dell’Europa del XIV secolo. Ma questo futuro possibile non è già scritto. Possiamo immaginare e realizzare scenari affatto diversi. A una sola condizione, però: individuare i nodi dove crisi ambientale, crisi biologica e crisi socioeconomica si incontrano per poi rimuoverli. Non è facile. Non basta “l’enorme coscienza”. Occorre anche la “ferma determinazione”. Perché si tratta di cambiare il nostro modello di sviluppo. Che dovrà diventare davvero sostenibile, in termini ecologici e sociali. Dovremo realizzare valutazioni di impatto ambientale non solo a scala locale, come già avviene in parte nel nostro paese, ma a scala globale.

Ma si tratta anche di cambiare in profondità le nostre abitudini individuali, gli stili di vita, i nostri bisogni percepiti e quasi sempre indotti. A puro titolo di esempio, tutto ciò comporta un ripensamento del modo in cui noi viaggiamo. Se nel XIV secolo bastarono pochi marinai genovesi a portare la peste bubbonica in Europa, oggi nel mondo si spostano (si spostavano fino a due mesi fa) un miliardo di turisti e in tempi di viaggio non di settimane e mesi come alcuni secoli fa ma nel giro di poche ore da un continente all’altro, tutti potenzialmente in grado di trasportare germi pericolosi. Per inciso, i migranti clandestini sono molti meno dei turisti e impiegano molto più tempo a spostarsi.
Non sarà facile fare tutto questo e altro ancora. Ma non abbiamo scelta, se vogliamo evitare le catastrofi che portarono alla fine dell’Impero romano e alla grande crisi del Trecento.

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