Clima: i conti non tornano

A Bonn si tiene questa settimana un nuovo summit della “diplomazia del clima” per iniziare a preparare l’incontro sulla verifica dei progressi degli accordi di Parigi. È necessario vedere un cambio di passo, qui e subito, se intendiamo centrare l’accordo a Katowice. Bisogna fare ancora molti progressi, che per ora non sono uniformi. Insomma per raggiungere l’obiettivo di Parigi occorre andare oltre la logica di Parigi.
Pietro Greco, 02 Maggio 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

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A Bonn, in Germania, si tiene questa settimana un nuovo incontro previsto dalla liturgia un po’ barocca eppure necessaria della “diplomazia del clima” per iniziare a preparare l’incontro sulla verifica dei progressi degli accordi di Parigi. In altri termini, si tratta di verificare i paesi che hanno sottoscritto la Convenzione della Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima stanno rispettando l’impegno assunto a Parigi nel dicembre 2015 per cercare di contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro i 2°C e possibilmente entro gli 1,5 °C, entro il 2100 rispetto al livello dell’epoca pre-industriale.
Nella convinzione che un incremento termico superiore avrebbe un costo salatissimo in termini umani (perdite di vite, migrazioni ambientali, malattie) ed economici.
Ebbene, i “diplomatici del clima” si troveranno sul tavolo a Bonn dati contraddittori, ma nel complesso non propriamente rassicuranti.
Nel 2017 le emissioni globali di carbonio sono aumentate dell’1,7%, dopo che per tre anni – dal 2014 al 2016 – erano rimaste stazionarie. Non solo. Gli scienziati dicono che, sulla base di ciò che i paesi stanno concretamente facendo per contrastare i cambiamenti climatici, dovremo aspettarci per il 2100 un aumento della temperatura media non inferiore ai 3 °C.
Il doppio rispetto all’obiettivo più ambizioso indicato a Parigi.
I segnali positivi ci sono, non c’è dubbio. Il costo dell’energia dal solare e dall’eolico è fortemente diminuito e, di conseguenza, le due fonti rinnovabili si stanno sviluppando a ritmi notevoli. Gli Stati Uniti hanno diminuito le loro emissioni del 13% rispetto ai livelli raggiunti nel 2005 anche grazie al fatto che la metà della nuova potenza installata viene dalle rinnovabili.
In Cina, il paese che in termini assoluti produce più gas serra. lo sviluppo di solare, eolico e nucleare consentirà, secondo il, Climate Action Tracker, di abbattere di 700 milioni di tonnellate di CO2 le emissioni previste per il 2030. Non sono poche, 700 milioni di tonnellate del gas serra: equivalgono alle emissioni attuali della Francia.
E, tuttavia, questi segnali positivi non bastano. Non sono sufficienti a raggiungere l’obiettivo di Parigi. Anche perché sono accompagnati da altri segnali di segno opposto, come rilevato dalla rivista scientifica Nature. David Victor, un climatologo della University of California di San Diego, sostiene, per esempio, che i due fattori principali di contenimento delle emissioni nel settore elettrico registrato negli ultimi anni non sono relativi all’irruzione delle rinnovabili, ma rientrano in un piano di uso più efficiente dei combustibili fossili.
È il caso della Cina, che ha ridotto le emissioni non sostituendo il carbone con le rinnovabili, ma migliorando l’efficienza degli impianti che usano il combustibile fossile solido. Certo, in Cina il solare sta crescendo a ritmi rapidissimi e il paese asiatico presto disporrà di impianti fotovoltaici per 200 GWatt.
Ma, nello stesso tempo, anche a causa di un periodo di siccità che ha fatto diminuire l’apporto dell’idroelettrico, è aumentato anche l’uso del carbone. Tanto che le emissioni cinesi nei primi sei mesi del 2017 sono aumentate del 3,5% rispetto all’anno precedente.
Allo stesso modo, gli Stati Uniti hanno tagliato le emissioni nel settore elettrico soprattutto perché hanno sostituito il carbone con lo “shale gas” (il gas estratto da argille). In entrambi i casi si è trattato di un processo, come dire, di ristrutturazione interna al paradigma dei fossili, non dell’avvio di un cambio di paradigma.
In ultima analisi, i dati ci dicono che esistono le premesse, tecnologiche ed economiche, per cambiare il paradigma energetico e passare dalle fonti fossili a quelle rinnovabile e “carbon free”. Ma ci dicono anche che il processo che dovrebbe in concreto determinarlo, questo cambio di paradigma, non è sufficiente. Non per raggiungere l’obiettivo di Parigi, almeno. E questo al netto dei fattori politici, come l’annunciato ritiro da quegli accordi da parte di Donald Trump.
Ecco, dunque, che molti specialisti ripropongono la vecchia idea scartata a Parigi. Concordare dei limiti di emissione per ogni paese, sull’esempio del Protocollo di Kyoto. Si tratta, è vero, di uno schema rigido. Più difficile da accettare per i governi. Ma l’esperienza finora consumata ci dice che contare sullo spontaneismo e sulle capacità del mercato di autoregolarsi non basta. Per raggiungere l’obiettivo di Parigi occorre andare oltre la logica di Parigi.

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