Clima, l’importanza della percezione

Ci stiamo adattando ai cambiamenti del clima. Non nel senso, auspicabile, che stiamo approntando quanto necessario per fronteggiare l’aumento della temperatura media del pianeta, ma perché ci stiamo abituando al cambiamento e, di conseguenza, abbiamo sempre meno percezione del rischio che corriamo. È quanto emerge da una ricerca pubblicata nei giorni scorsi sui PNAS.
Pietro Greco, 19 Aprile 2019
Micron
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Giornalista e scrittore

Ci stiamo adattando ai cambiamenti del clima. Non nel senso, auspicabile, che stiamo approntando quanto necessario per fronteggiare l’aumento della temperatura media del pianeta e tutte le sue non desiderabili conseguenze, ma perché ci stiamo abituando al cambiamento e, di conseguenza, abbiamo sempre meno percezione del rischio che corriamo.
Questo è, almeno, quanto si evince da uno studio condotto da un gruppo di ricerca americano i cui risultati sono stati pubblicati nei giorni scorsi sui Proceedings of the National Academy of Science (PNAS) con un articolo il cui primo firmatario è Frances Moore, del Department of Environmental Science and Policy, University of California.
La ricerca è relativa agli Stati Uniti e ha analizzato sia le condizioni meteorologiche in tutto il paese negli ultimi anni, sia due miliardi (sì, due miliardi) di post sui social di cittadini americani. Non entriamo nei dettagli. Diciamo solo che Moore e colleghi hanno capito che la percezione di un cambiamento non riguarda gli ultimi due secoli, l’ultimo secolo o anche solo gli ultimi cinquant’anni.
Le anomalie vengono considerate tali solo in rapporto alla memoria delle condizioni meteorologiche degli ultimi anni: sette o otto al massimo.
Questo significa che se negli ultimi duecento o cento o anche solo cinquant’anni i cambiamenti del clima sono stati rimarchevoli – poniamo, per esempio, un aumento della temperatura media di 2 °C, ma nell’ultimo decennio sono stati relativamente pochi o difficilmente percettibili (un aumento di 0,1 °C per anno) – la percezione del cambiamento è pressoché nulla. Insomma, bastano pochi anni per considerare soggettivamente normali condizioni che, su una scala temporale più ampia, sono oggettivamente anomale.
Il che è, per certi versi, un bel guaio. Il motivo ce lo spiega la moderna valutazione del rischio, secondo cui il rischio è il prodotto di tre fattori “oggettivi”. Il primo è la probabilità che un evento possa avvenire. Per esempio, a comporre il rischio sismico il primo fattore è la probabilità che avvenga un terremoto di magnitudo Richter superiore a 6. C’è poi un secondo fattore: l’esposizione al rischio. Se il sisma si verifica nel deserto del Sahara, che è pressoché disabitato, questo secondo fattore di rischio è prossimo allo zero. Se si verifica in una zona densamente abitata, come Los Angeles, questo secondo fattore di rischio è altissimo. Non basta, però, l’esposizione. C’è un terzo fattore di rischio che è la vulnerabilità.
Facciamo un esempio: nel 2010 un terremoto di magnitudo 7 colpì Haiti, provocando 300.000 morti.
Le case del paese che occupa meno della metà dell’isola di Hispaniola erano estremamente vulnerabili e crollarono subito, seppellendo le persone che le abitavano. In quel medesimo anno un sisma di magnitudo 7 colpì la Nuova Zelanda, investendo centri con notevole densità di abitanti, ma i danni furono pochi e nessuno morì. Il motivo è che le case nell’arcipelago australe non erano vulnerabili.
Ma nel determinare il rischio reale associato a un evento entrano in gioco non solo questi tre fattori oggettivi, ma anche quello soggettivo della percezione. Per esempio, molte persone che abitano alle falde del Vesuvio non hanno un’elevata percezione del rischio vulcanico e non cercano di sottrarsi al rischio. La pericolosità del Vesuvio così aumenta.
Eccoci, dunque, alla percezione del clima. Il primo fattore di rischio è conosciuto: la temperatura media del pianeta è aumentata di un grado rispetto a quella dell’epoca preindustriale, con conseguenze non desiderabili. L’esposizione è massima, perché riguarda l’intera popolazione umana. La vulnerabilità è alta, anche se diversa a seconda dei paesi. Quanto alla percezione è un fattore determinante. Perché se abbiamo percezione del rischio saremo più pronti sia nel cercare di prevenire ulteriori cambiamenti del clima sia nell’allestire opere di adattamento. Se la percezione è bassa i cambiamenti del clima continueranno a trovarci indifesi e inerti.
Nella percezione conta la capacità di comparare la situazione attuale con quella del passato.
Purtroppo questa capacità, se non è mediata dalla conoscenza analitica, è a breve. Il ricordo si esaurisce nell’arco di pochi anni. Dunque, se vogliamo reagire ai cambiamenti climatici non dobbiamo fare troppo affidamento sulla percezione spontanea, quanto piuttosto sulla conoscenza diffusa. È questo in fondo che ci stanno dicendo Greta Thunberg e i milioni di giovanissimi che si stanno mobilitando in tutto il mondo.

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