Clima: non bastano i rimedi naturali

In un articolo pubblicato di recente su 'Science', un gruppo di ecologi sostiene che le ‘Natural climate solutions’ sono utili ma non sufficienti a raggiungere l’obiettivo di Parigi. Se vogliamo almeno tentare di contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 °C o almeno i 2,0 °C rispetto all’era pre-industriale, dobbiamo aggredire la “grande causa”.
Pietro Greco, 07 Marzo 2019
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Se in questo momento cessasse la deforestazione nel mondo, si risparmierebbero 2 gigatons (miliardi di tonnellate) di CO2 nel bilancio delle emissioni antropiche annue di questo gas serra. Poiché nel 2018 le emissioni globali di origine antropiche sono salite a 37,1 gigatons, diminuiremmo del 5% i nostri sversamenti di CO2 in atmosfera. Non è poco, considerato che la CO2 è il principale responsabile tra i gas che stanno alterando il clima globale. Ma non è certo sufficiente.
Se per i prossimi dieci anni ci limitassimo a bloccare la deforestazione e a stabilizzare le emissioni a 35 gigatons per anno, avremmo un’aggiunta di CO2 in atmosfera di circa 350 gigatons di questo gas: una quantità che si andrebbe ad aggiungere alle circa 545 gigatons cumulate dall’inizio delle era pre-industriale fino a oggi, portando la quantità di CO2 immessa dell’uomo in atmosfera ben oltre il limite di 570 gigatons, considerata la soglia massima che può essere raggiunta per rispettare gli accordi di Parigi del 2015 e contenere il previsto aumento della temperatura media del pianeta entro gli 1,5 °C superiori all’epoca pre-industriale.
Alcuni analisti sostengono che il blocco della deforestazione e tutte le altre Natural climate solutions (NCS) potrebbero essere sufficienti o, almeno, decisive per realizzare l’obiettivo di Parigi. Le NCS non sono altro che le soluzioni che tentano di utilizzare al massimo le capacità della natura per ridurre le emissioni antropiche di CO2 e degli altri gas serra.
In pratica, si tratta di un paniere che contiene lo strumento blocco della deforestazione, riforestazione, blocco delle conversioni di habitat naturali in terreni agricoli, carbonio blu (crescita di piante in zone umide o anche di alghe in mare), uso sostenibile del legno e così via.
Ebbene, in un articolo pubblicato di recente su Science, Christa M. Anderson e un gruppo di altri ecologi sostengono che le Natural climate solutions sono utili, forse necessarie, ma certo non sufficienti a raggiungere l’obiettivo di Parigi. Se vogliamo almeno tentare di contenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 °C o almeno i 2,0 °C rispetto all’era pre-industriale dobbiamo aggredire la “grande causa”. E questa “grande causa” altro non è che l’uso dei combustibili fossili: carbone, petrolio, gas naturale.
Per tentare di raggiungere l’obiettivo di Parigi – dicono Anderson e colleghi – non abbiamo altra scelta che decarbonizzarerapidamente il settore delle industrie, dei trasporti e della climatizzazione degli edifici: ovvero usare fonti di energia rinnovabili e carbon free.
Purtroppo attualmente la tendenza è esattamente contraria.
Le emissioni di CO2 continuano ad aumentare. Secondo il Global Carbon Project, infatti, nel 2018 hanno raggiunto la cifra record di 37,1 miliardi di gigatons: il 2,7% in più rispetto al 2018. E sì che nel 2017 le emissioni erano già aumentate dell’1,6% rispetto al 2016.
Sappiamo anche chi emette di più e chi sta aumentando di più le proprie emissioni. In testa alla classifica, ormai da un decennio, c’è la Cina, che ha sostenuto e sta ancora sostenendo la sua crescita economica con il carbone. La Cina ha promesso di iniziare a diminuire le sue emissioni a partire dal 2030, ma dopo averle in buona sostanza stabilizzate negli ultimi anni, nel 2018 ha fatto registrare un balzo del 4,7%. Troppo davvero per un paese/continente che si è detto disposto a guidare il mondo verso un futuro climatico desiderabile.
Ancora maggiore è stato l’aumento delle emissioni dell’India: + 6,3% in più nel 2018 rispetto al 2017.
Ma l’India, in termini assoluti, emette la metà della Cina. Quanto agli Stati Uniti, che in termini assoluti sono secondi nella classifica dei paesi che emettono di più e primi per emissioni pro-capite, dopo alcuni anni di lenta eppure significativa diminuzione, hanno fatto registrare nel 2018 un incremento del 2,5%. Effetto Trump.
Tra i grandi inquinatori, solo l’Europa – terza per emissioni assolute – ha fatto registrare una diminuzione delle emissioni: -0,7% nel 2018. Si tratta di un taglio non cospicuo e comunque inferiore a quelli fatti registrare negli anni precedenti. Anche l’Europa rallenta nella sua politica di contrasto ai cambiamenti climatici.
Ebbene, le Natural climate solutions, ove anche fossero proposte con determinazione, non bastano a raggiungere la velocità di abbattimento delle emissioni necessaria a raggiungere gli obiettivi di Parigi. Occorre intervenire sui settori decisivi: l’industria, i trasporti, gli edifici, come sostengono Christa M. Anderson e colleghi. Ma quanto bisogna intervenire? Beh, il Global Carbon Project è chiaro: per contenere l’aumento della temperatura entro un massimo di 2 °C non c’è altro da fare che cambiare il paradigma energetico e azzerare le emissioni nette di gas serra entro il 2050. Di più, sostengono gli esperti dell’IPCC abbiamo appena 11 anni da impiegare nell’adozione di politiche drastiche per tentare almeno di restare entro un aumento di 1,5 °C. Davvero non c’è tempo.

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