Clima: risvegliamo l’opinione pubblica  

Nessuno è in grado di mettere in discussione il quadro scientifico di fondo: il clima si sta modificando in maniera veloce per cause soprattutto antropiche. E tuttavia c’è un problema, rilevato da un recente editoriale di Nature. La voce dell’opinione pubblica è troppo flebile. È necessario che qualcuno dia una sveglia ai cittadini di tutto il pianeta. E un segnale forte non può venire che dagli scienziati: che conoscono come, quanto e perché il clima sta cambiando e quali effetti questo cambiamento ha e avrà. Ma una responsabilità non meno importante riguarda i media, che unici hanno la capacità di amplificare il segnale di sveglia e farlo giungere all’opinione pubblica di tutto il pianeta.
Pietro Greco, 16 Ottobre 2017
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

«La guerra contro il carbone è finita», ha annunciato trionfante il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, dopo aver ordinato a Scott Pruitt, il nuovo capo dell’EPA (Environmental Protection Agency), l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente, il ritiro da quel Clean Power Plan, cui aveva aderito Barack Obama nel 2015. In pratica è il via libera all’utilizzo del carbone, la fonte fossile con il maggior potenziale di impatto sul clima.
Si calcola che da qui a un anno il carbone riconquisterà negli Stati Uniti la fetta di mercato più ampia (38%) nella produzione di energia elettrica, superando il gas naturale (36%). È così probabile che le emissioni di anidride carbonica del Paese ritorneranno a salire, dopo essere diminuite per alcuni anni.

Negli ambienti dell’Amministrazione, riporta The New York Times, calcolano che con il ritorno al carbone il Paese risparmierà 33 miliardi di dollari. La contabilità è, probabilmente, alquanto affrettata. Bisognerebbe tenere in conto due altri fattori: il costo dovuto all’accelerazione dei cambiamenti climatici e quello alla perdita di competitività USA nei settori delle energie alterative e carbon free e, più in generale, delle tecnologie sostenibili.
Il pallino passa alla Germania. E non solo perché la maggiore economia europea sta puntando da tempo con determinazione e successo proprio sulle energie alternative e sull’innovazione tecnologica sostenibile. Ma anche perché in queste settimane ospita tre diverse conferenze il cui filo rosso è: possiamo (dobbiamo) insistere lungo la strada tracciata a Parigi nel dicembre 2015 e, anche senza gli Stati Uniti, cercare di raggiungere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media ben al di sotto dei 2 °C rispetto alla media pre-industriale e, possibilmente, entro gli 1,5 °C.
Da un punto di vista scientifico – come ha già riportato micron  – l’obiettivo è ancora raggiungibile. Abbiamo, a quanto pare, una dozzina d’anni prima del punto di non ritorno.
Ecco, dunque, che a Potsdam, capitale del Brandeburgo, in questi giorni si è tenuta la Impacts World Conference, il primo incontro del “ciclo tedesco”, dedicato al Counting the true costs of climate change: quali sono i costi reali dei cambiamenti del clima? Domanda non semplice cui dare risposta, perché gli effetti del clima che cambia sono economici e sociali, vanno dai danni all’agricoltura a quelli sulla salute.

Intanto a Berlino esperti di tutto il mondo si riuniscono per valutare l’efficacia e la convenienza di tecniche di geoingegneria per tentare di contrastare l’aumento di gas serra in atmosfera. Si parla da tempo di irrorare gli oceani con ferro per favorire lo sviluppo di organismi capaci di assorbire anidride carbonica o di confinare questo stesso gas prodotto dalle industrie in caverne sotterranee. Il problema relativo a queste tecniche è che non si conosce bene quale potrebbe essere il loro impatto a livello globale.
Infine a Bonn, il prossimo mese di novembre, migliaia di delegati provenienti da tutti i paesi del mondo daranno vita alla nuova Conferenza delle Parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Il loro compito è rilanciare gli accordi di Parigi alla luce della nuova posizione degli Stati Uniti. Nessuno è in grado di mettere in discussione il quadro scientifico di fondo: il clima si sta modificando in maniera veloce per cause soprattutto antropiche. Sulla base di questo dato, ahinoi, inoppugnabile, è necessario che le Nazioni Unite adottino sia azioni di adattamento che di prevenzione dei cambiamenti climatici, ribadendo l’obiettivo di Parigi. Ebbene, anche da un punto di vista squisitamente politico e malgrado Trump la speranza di raggiungerli quegli obiettivi non è perduta. La Cina, infatti, è decisa a portare avanti il processo. E la Germania spingerà affinché l’intera Europa riassuma in pieno il ruolo di locomotiva mondiale nel contrasto al climate change.
E tuttavia c’è un problema, rilevato da un recente editoriale della rivista scientifica Nature.
La voce dell’opinione pubblica – non solo di quella mondiale, ma anche di quella europea, persino di quella tedesca – è troppo flebile. Una recente indagine, i cui risultati sono stati pubblicati la settimana scorsa su Nature Climate Change, mostrano che gli accordi raggiunti a Parigi invece di aumentare l’attenzione dei cittadini tedeschi e di accelerarne la mobilitazione per contrastare i cambiamenti climatici, l’hanno depressa. Molti hanno dichiarato di aver perso la fiducia nell’efficacia delle politiche di contrasto all’inasprimento dell’effetto serra.

Non sappiamo cosa è successo nell’opinione pubblica degli altri Paesi europei e del mondo intero. Ma l’impressione è che le cose non stiano poi in maniera molto diversa. E questo è un bel guaio. Perché difficilmente i governi – malgrado i danni che stanno già provocando i cambiamenti climatici – daranno seguito a quell’intensificazione degli sforzi necessaria a raggiungere gli obiettivi di Parigi nei prossimi anni, se non avranno sul collo il fiato delle loro opinioni pubbliche.
È necessario che qualcuno dia una sveglia ai cittadini di tutto il pianeta. E un segnale forte non può venire che dagli scienziati: che conoscono come, quanto e perché il clima sta cambiando e quali effetti questo cambiamento ha e avrà. Ma una responsabilità non meno importante riguarda i media, che unici hanno la capacità di amplificare il segnale di sveglia e farlo giungere all’opinione pubblica di tutto il pianeta.

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