CO2, il conto (salato) delle emissioni

Un team di studiosi del Politecnico di Milano ha fornito un quadro dei costi sociali che ogni singolo paese paga per le emissioni del principale gas serra. E i risultati sono abbastanza diversi da quelli che ci si poteva attendere.
Pietro Greco, 04 Ottobre 2018
Micron
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Giornalista e scrittore

Si è meritato l’editoriale di Nature il lavoro che Massimo Tavoni, del Politecnico di Milano, insieme a tre suoi colleghi, ha dedicato ai Country-level social cost of carbon, ai costi sociali, paese per paese, delle emissioni di biossido di carbonio (CO2). I risultati dello studio sono stati pubblicati su Nature Climate Change, una delle riviste del gruppo Nature.
Diciamo subito che non è la prima volta che gruppi di studiosi pubblicano una valutazione economica delle emissioni antropiche di CO2, il principale dei gas serra. I risultati di questo lavori sono stati i più diversi. Si va da un minimo di 10 dollari di costi sociali per tonnellata di CO2 emessa, fino a un massimo di 1.000 dollari.
Le analisi più recenti si erano stabilizzate intorno ai 200 dollari per tonnellata aggiuntiva del gas mandata in atmosfera dall’uomo bruciando combustibili fossili o abbattendo foreste. Ebbene, la valutazione di Tavoni e dei suoi colleghi è più alta: per ogni tonnellata di CO2 emessa, l’umanità paga un conto di 417 dollari.
Poiché nel solo 2017 abbiamo mandato in atmosfera qualcosa come 37 miliardi di tonnellate del gas, ecco che il conto è presto fatto: l’umanità ha pagato un conto di 15.000 miliardi di dollari o giù di lì: sette volte la ricchezza prodotta in Italia; il 15% del Prodotto interno lordo del pianeta. Una tassa ecologica pesantissima.
Ma l’originalità dell’analisi di Tavoni e colleghi non è questa, bensì quella di aver fornito quanto paghiamo paese per paese, in termini di conseguenze sull’economia agricola ma anche industriale. I risultati sono abbastanza diversi da quelli che ci si poteva attendere (un panorama dettagliato è disponibile qui).
Intanto bisogna dire che la maggior parte dei paesi subiscono una perdita economica secca dalle emissioni di CO2 (ovunque avvengano). Il paese che si ritrova con il conto più salato è l’India, che paga 85,4 dollari ogni tonnellata di CO2 che l’umanità immette in atmosfera. Nel 2017 l’India ha pagato un conto stratosferico: 3.200 miliardi di dollari. Al secondo posto – quasi per una legge del contrappasso rispetto alla posizione negazionista di Donald Trump–, ci sono gli Stati Uniti d’America, con 47,8 dollari. Pari, per il solo 207, a 1800 miliardi di dollari. Segue, al terzo posto – e chi se lo aspettava? –, l’Arabia Saudita, che ha effetti negativi per 45,3 dollari.
E sì che il paese arabo è in primissima fila nel tentativo di rallentare le politiche di prevenzione del cambiamento climatico per poter continuare a estrarre petrolio. Poi ci sono al quarto e al quinto posto, rispettivamente, il Brasile (24,2 dollari) e la Cina (24,1 dollari).
Anche l’Italia paga un conto, sebbene minore rispetto a quello dei primi della lista: 1,64 dollari per tonnellata di CO2. Ma poiché nel totale del conto non entrano solo le emissioni italiana, ma quelle di tutto il pianeta, ecco che nel solo 2017 abbiamo pagato senza accorgercene un conto da 61 miliardi di dollari. Non sono davvero pochi.
Ci sono però paesi che guadagnano, in termini economici, dalle emissioni di biossido di carbonio. Prima della lista dei beneficiati è la Russia, con 11,1 dollari per tonnellata. Ne consegue che l’economia russa nel 2017 ha guadagnato oltre 410 miliardi di dollari.
Segue al secondo posto il Canada, con 8,22 dollari per tonnellata. Poi la Germania, con 5,05 dollari; il Regno Unito, con 3,81 dollari e la Svezia con 2,01 dollari. Sono tutti paesi nordici dell’emisfero settentrionale. Il motivo è presto detto: in questi paesi la temperatura media è al di sotto dell’optimum economico. Un aumento della temperatura media, di conseguenza, facilita la crescita dell’economia.
Fin qui l’analisi di Tavoni e colleghi. Poi ci sono i commenti, come quelli del direttore di Nature.
Combattere i cambiamenti del climaabbattendo le emissioni di gas serra e, dunque, di CO2, ha un triplice valore. Uno è ecologico: non si sconvolgono gli ecosistemi e, di conseguenza, non si determinano estinzioni e/o migrazioni di specie (compresa la specie umana). Il secondo è sociale: i cambiamenti del clima – ne abbiamo avuto una prova con le grandi tempeste che nelle scorse settimane hanno colpito gli Stati Uniti e la Cina (oltre che la Malesia) – ha dei costi enormi sia in termini di vite umane recise che di infrastrutture distrutte. Ma Tavoni e i suoi tre colleghi ci dicono che anche i costi economici, per quanto diversamente distribuiti, sono enormi. I 15.000 miliardi di dollari che l’umanità paga per consentirsi le emissioni di CO2 equivalgono a poco meno del Prodotto interno lordo dell’Unione europea a 27. Se la politica si renderà conto di ciò in tempi rapidi, forse avremo una chance di rispettare gli accordi di Parigi e contenere l’aumento della temperatura media del pianeta entro i 2 °C. Possibilmente entro gli 1,5 °C. Altrimenti continueremo a sprecare ricchezza.

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