COP, l’ora dell’Europa

Si apre oggi nella capitale spagnola COP25, la venticinquesima Conferenza delle parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima. Un appuntamento che difficilmente sarà di svolta, ma certo servirà a tastare il polso reale della situazione.
Pietro Greco, 02 Dicembre 2019
Micron
(Photo by Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images)
Micron
Giornalista e scrittore

Si apre oggi a Madrid COP25, la venticinquesima Conferenza delle parti che hanno sottoscritto la Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti del Clima. Non c’è da aspettarsi molto da questo nuovo raduno dei rappresentanti dei paesi (chiamati parti nel gergo dell’ONU) di tutto il mondo. Quella di Madrid sarà una nuova conferenza quasi certamente interlocutoria. Quando si chiuderà, il prossimo 13 dicembre, tutto sarà rimandato a COP26, che si terrà a Glasgow in Scozia, esattamente tra un anno.

Il motivo è questo: nel 2015 a Parigi si è tenuta COP21. Lì i rappresentanti dei paesi che hanno sottoscritto la Convenzione si sono assunti una serie di impegni con un obiettivo: ridurre le emissioni antropiche di gas serra per tentare di contenere ben al disotto dei 2 °C il previsto aumento della temperatura, rispetto all’epoca preindustriale. Quegli impegni sono stati definiti da molti insufficienti e puramente morali. Insufficienti perché, ove anche venissero onorati appieno da tutti, la temperatura salirebbe comunque di 3,5 °C. Ben al di sopra della soglia da non superare indicata dagli scienziati. Gli impegni sono solo morali, perché non è prevista alcuna sanzione per chi non li rispetta.

Quanto a COP26, è decisiva perché è la Conferenza in cui si dovrà verificare se gli accordi presi sono stati mantenuti e se occorrerà prenderne di nuovi e di più vincolanti.

Questo non significa che a Madrid ci si riunisce per nulla. Anzi, sarà un bel tastare il polso sulla volontà di contrastare i cambiamenti climatici attraverso azioni di prevenzione (mitigation, dicono gli esperti) e di adattamento (adaptation). La Conferenza si apre con quattro fatti nuovi, che vanno a coppie in direzione opposta. La prima e la più grave è che, come documenta il recente Emissions Gap Report 2019 dell’UNEP, le emissioni di gas serra continuano ad aumentare, al ritmo dell’1,5% annuo nell’ultimo decennio. Altro che accordi di Parigi: a parte una breve parentesi di stabilizzazione tra il 2014 e il 2016, l’umanità immette in atmosfera quantità crescenti di CO2 e altri gas climalteranti. Nel 2018 si è raggiunta la cifra record di 55,3 Gt (Giga tonnellate, miliardi di tonnellate) di CO2 equivalente.

Morale: se vogliamo rispettare le indicazioni ultimi dell’IPCC e contenere entro gli 1,5 °C l’aumento della temperatura a fine secolo rispetto all’epoca pre-industriale, dobbiamo iniziare ad abbattere le emissioni di gas serra al ritmo del 7,9% l’anno da qui al 2030. Una corsa possibile in termini tecnici, ma difficilissima dato il quadro politico.

Altra cattiva notizia, ancorché attesa: Donald Trump ha fatto seguito ai suoi annunci e a inizio novembre ha ritirato gli Stati Uniti dagli accordi di Parigi. Il che rende, se possibile, ancora più difficile raggiungere il massimo possibile degli obiettivi.

Ma veniamo alle notizie che vanno in direzione opposta e lasciano aperta qualche speranza. Venerdì 29 novembre centinaia di migliaia di ragazzi in tutto il mondo hanno dato vita al quarto Friday for Future, lo sciopero generale per contrastare i cambiamenti del clima. Questo movimento internazionale e praticamente spontaneo ha come simbolo la giovanissima Greta Thunberg che, malgrado gli attacchi che sta subendo, continua a essere popolarissima e molto determinata. Vedremo a Madrid quanta pressione sui governi questo movimento riesce a esercitare.

Intanto, la Commissione Europea ha ricevuto la settimana scorsa il via libera dal parlamento di Strasburgo e da ieri è nella pienezza dei suoi poteri. La Presidente, Ursula von der Leyen, in occasione del voto parlamentare ha tenuto un discorso in cui ha sostenuto di voler tenere alla sommità della sua agenda la questione clima e si è data un obiettivo preciso: la “neutralità climatica” entro il 2050. Il che significa che entro trent’anni le emissioni nette dell’Unione Europea dovranno essere zero.

Sebbene ci siano state alcune critiche da parte di organizzazioni non governative, non c’è dubbio che, se verrà rispettato, l’impegno assunto da Ursula von der Leyen ha un notevole valore. In assoluto: perché l’Unione Europea è tra le aree al mondo che emettono di più (anche se è superata da USA e Cina). Come messaggio simbolico: perché indica al resto del mondo che si può fare, senza sacrifici economici se non, addirittura, stimolando un nuovo aumento dell’occupazione e dei redditi. Il terzo motivo è che l’Europa si riprende un ruolo svolto, ancorché a sprazzi, dal 1992 a oggi, ovvero da quando la Convenzione è stata approvata a Rio de Janeiro: di locomotiva del treno mondiale che si muove per contrastare i cambiamenti climatici.

Lo ripetiamo: difficilmente tra due settimane a Madrid verranno risolti i problemi di mitigation e di adaptation. Ma nella capitale spagnola potremo misurare il polso della situazione e verificare se il corpo elefantiaco che dovrebbe contrastare i cambiamenti climatici è ancora vivo e può riprendersi o se, ormai, è in coma.

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