Dalla crisi un’occasione per cambiare rotta

Dopo il COVID-19 nulla sarà più come prima. La ripartenza non avverrà dal punto dove ci siamo fermati, ma cambieranno sistemi, strumenti e protagonisti. L’umanità dovrà compiere uno sforzo improbo, che possibilmente non ripercorra le strade battute nel passato ma ricerchi forme di sviluppo e di convivenza in un contesto più maturo.
Fabio Mariottini, 22 Aprile 2020
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Direttore responsabile rivista micron

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Il 22 aprile è la Giornata mondiale della terra. Un appuntamento che arriva giusto un mese dopo la Giornata mondiale dell’acqua e un mese preciso prima della Giornata mondiale della biodiversità. Il 21 marzo, invece, con l’inizio della primavera, ricordiamo la Giornata nazionale del polline. Il rosario potrebbe continuare con la Giornata della salute, fino a quella della neve per arrivare alla celebrazione dell’orso polare passando magari per il Darwin day. In genere, quando si eccede con queste celebrazioni c’è la volontà, consapevole o meno, di depotenziare l’efficacia del messaggio. L’Earth Day fu istituito esattamente 50 anni fa, nel 1970, quando il presidente degli Stati Uniti era Richard Nixon, artefice di una politica ambientale significativa (National Environmental Policy Act, Clean Air Act, Giornata nazionale della Terra, Federal Water Pollution Control Act).

Un genetliaco così importante poteva essere l’occasione per fare il punto sull’ingerenza dell’uomo sul pianeta e gettare le basi per il futuro. Il COV-19 purtroppo ha fatto virare la scala delle priorità verso altre direzioni e poco spazio trovano oggi sulla stampa i cambiamenti climatici o la scomparsa della biodiversità. Tutte le preoccupazioni sono adesso improntate sulla salvaguardia della salute e la ripresa dell’economia che, a causa della pandemia, versa in una crisi che non ha uguali neppure se si risale al 1929. Eppure il Coronavirus potrebbe essere l’occasione per ripensare ad un nuovo rapporto tra uomo ed ecosistema e cercare una via d’uscita che non ripercorra pedissequamente le strade già battute. Fare tutto ciò in emergenza non è certo facile: c’è da cercare un vaccino contro il virus, c’è la disoccupazione che sta rischiando di portare molti paesi oltre la linea del non ritorno, c’è un futuro da riprogettare. È necessario riaprire le attività e garantire la salute dei lavoratori.

Eppure, di spunti questa pandemia ce ne ha suggeriti molti. Dal punto di vista etico ci ha fornito le coordinate per distinguere le cose importanti dalle quelle futili. Ha restituito valore al tempo, alle relazioni e alla solidarietà. E l’elenco potrebbe essere molto più lungo. Sotto l’aspetto economico e sociale, invece, ci ha permesso di riflettere sui limiti dell’attuale modello di sviluppo: la massimizzazione del profitto, la scala di valori sui quali abbiamo improntato la nostra crescita, i tragici errori operati nel campo della monetizzazione della salute.

L’importante sarà però rendersi conto che dopo questa catastrofe nulla sarà più come prima e, soprattutto, la ripartenza non avverrà dal punto dove ci siamo fermati, ma cambieranno sistemi, strumenti e protagonisti. È per queste ragioni che, anche se può apparire improbo, l’umanità dovrà cercare forme di sviluppo e di convivenza in un contesto più maturo, basato sulla cooperazione e non sulla concorrenza. E, quindi, ridisegnare un valore globale che metta al centro il benessere collettivo, anche a scapito di quello individuale.

Quando nel 1970 venne celebrato il primo Earth Day, negli Stati Uniti una moltitudine di statunitensi – c’è chi parla di venti milioni – scesero in strada per difendere i diritti della natura. La generazione di Berkeley che nel 1964 aveva protestato per i diritti civili e contro la guerra in Vietnam cominciò a parlare di ecologia, consumismo e pacifismo. L’Europa inizialmente fu poco recettiva, perché a 25 anni dalla fine della seconda guerra mondiale stava cercando ancora le coordinate di un proprio modello di sviluppo.

Oggi la maggioranza degli scienziati è persuasa che questo sistema vada cambiato e che non sia più né ecologicamente né socialmente sostenibile. Questa crisi potrebbe trasformarsi in una occasione per cambiare quella rotta che ci sta conducendo al naufragio.

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