Dieci miliardi bene investiti

Gli esperti avvertono che nei prossimi anni e decenni, a causa dei cambiamenti climatici, i fenomeni meteorologici estremi sono destinati ad aumentare. Intanto la cronaca drammatica anche di questi giorni ci ricorda che nel nostro Paese proprio non abbiamo ancora imparato a gestire il rischio idrogeologico. Eppure con poca spesa (rispetto ai costi dell'inerzia) potremmo fare molto sul fronte dell’adattamento ai cambiamenti climatici e della ricerca scientifica.
Pietro Greco, 18 Ottobre 2018
Micron
Micron
Giornalista e scrittore

Ce lo ha ricordato la settimana scorsa l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change): dobbiamo incrementare gli sforzi per prevenire i cambiamenti climatici. Ma non è meno importante l’adaptation, l’adattamento a quanto è già avvenuto (aumento di 1 °C della temperatura media del pianeta rispetto all’epoca pre-industriale) e a quanto anche nella migliore delle previsioni avverrà nei prossimi decenni (aumento minimo ulteriore di 0,5 °C).
Le cronache delle ultime settimane ce lo ricordano: decine e decine di morti tra il Nord America e l’Asia orientale a causa di uragani e tifoni, persino nelle due massime potenze economiche mondiali, Stati Uniti e Cina.
Ma non occorre andare molto lontano per misurare il gap tra il clima che cambia e la capacità di adattarci anche qui, in Italia: 20 agosto, un torrente in piena si porta via dieci vite nelle Gole di Raganello sul Pollino, in Calabria; il 4 ottobre, sempre in Calabria, perdono la vita una madre e i suoi due bambini nel bel mezzo di un forte temporale a causa, ancora una volta, di un torrente ingrossato. Non passa una settimana ed ecco che il 10 ottobre in Sardegna un altro fortissimo temporale causa danni ingentissimi all’agricoltura e all’allevamento, mentre un pastore nel momento in cui scriviamo risulta ancora disperso.
Questi recentissimi fatti di cronaca – gli stessi che con tragica puntualità si ripetono ogni anno da molti lustri – ribadiscono che no, proprio non abbiamo ancora imparato a gestire il rischio idrogeologico. Sebbene questa mancanza comporti danni umani evidenti e irreparabili: la morte di decine di persone, la cui scomparsa peraltro viene rapidamente dimenticata.
Nessuno parla più, per esempio, dei 10 morti evitabili, con un minimo di cultura del rischio, di Raganello.
Sappiamo anche – ce lo dicono gli esperti dell’IPCC come dei vari enti di ricerca ambientale italiani – che nei prossimi anni e decenni, a causa dei cambiamenti climatici, questi fenomeni meteorologici estremi sono destinati ad aumentare.
Ma c’è di più. Le tre vicende di cronaca ricordate – due in Calabria, una in Sardegna – riguardano due regioni meridionali, tra le più povere d’Italia.
Forse è un caso (tre eventi non fanno statistica). O forse no. Perché, in Italia come nel mondo, il rischio idrogeologico riguarda soprattutto i poveri. Non perché gli agenti atmosferici facciano una selezione di classe. Ma perché nelle aree abitate dai meno abbienti la capacità di adattamento è minore. I poveri sono più esposti e meno attrezzati. In Italia come nel mondo.
Non c’è nulla da fare, quindi? Niente affatto. C’è molto da fare. E con poca spesa. Due anni fa, per esempio, l’ANBI (Associazione nazionale dei consorzi di bonifica e irrigazione) ha reso pubblico un rapporto, Manutenzione Italia 2016 – Azioni per l’Italia sicura, secondo cui la mancata gestione del rischio idrogeologico ci costa, in media, 2,5 miliardi di euro ogni anno.
Mentre con una spesa complessiva di 8.022 miliardi di euro potrebbero essere portati a compimento 3.581 interventi di cui esistono già i progetti esecutivi (manca, appunto, solo il finanziamento) per abbatterlo questo rischio, dando lavoro ad almeno 50.000 persone. Pochi anni prima, nel 2012, il Ministero dell’Ambiente, in un documento inviato al CIPE con indicate le vulnerabilità del territorio e gli interventi necessari, valutava in 40 miliardi di euro il costo di un più complessivo Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici.
Inutile dire che in questi anni poco o nulla si è fatto per seguire le indicazioni dell’ANBI e men che meno quelle dello stesso Ministero dell’Ambiente. Un medesimo silenzio (almeno di fatto) ha riguardato e riguarda tuttora la ricerca pubblica in Italia. Mal finanziata e scarsamente coordinata.
Basterebbero 10 miliardi l’anno per soddisfare: a) con 8 miliardi le (sacrosante) richieste dell’ANBI e portare a termine i 3.581 progetti già in fase esecutiva (magari in due anni i numeri sono un po’ cambiati, ma la sostanza resta); b) rilanciare con 2 miliardi la scienza italiana, cenerentola in Europa, recuperando così i tagli imposti dai governi in un passato recente ma ormai non recentissimo.
Una parte non banale di questa spesa per la ricerca andrebbe indirizzata, naturalmente, in progetti di studio ambientale, in particolare sulla prevenzione e sull’adattamento ai cambiamenti climatici.
Questo consentirebbe all’Italia di abbattere i costi associati al rischio, di stimolare l’economia anche (e soprattutto) nelle regioni più povere e di cercare di tenere il passo di alcuni paesi (dalla Germania alla Cina) leader non a caso sia nella ricerca scientifica che nell’economia verde. Proprio la Cina, d’altra parte, dimostra che cambiare passo è possibile. E che i frutti a ogni livello (meno inquinamento, minore rischio, maggiore ricchezza economica) possono essere colti in tempi brevissimi.
Se prevenire è meglio che curare, adattarsi è meglio che sospendere ogni cura e affidarsi fatalisticamente al destino.

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